Su Rifflet, una volta creato un piccolo riff musicale, qualche nota con uno strumento qualsiasi, è possibile metterlo poi a disposizione di una comunità di persone che lo riutilizzano, modificano, magari stravolgono, per dare vita ad una canzone “collettiva”. Con Meetup, invece, diventa semplicissimo organizzare incontri in piazze, centri culturali, case private, con persone che condividono un interesse o un obiettivo, da gruppi politici fino a “seminari” di meccanici, cuochi, tifosi, poeti. Su Yahoo! Answers, una volta pubblicata una domanda online su come migliorare una ricetta, costruire un radiocomando ad infrarossi, o su quali documenti presentare per una pratica burocratica, solo per dare alcuni esempi, basta attendere qualche ora e la risposta arriva all’interessato e alla community. Infine, senza andare troppo oltre, gli iscritti alla comunità di Fon mettono a disposizione la propria connessione ad Internet di casa, gratuitamente, in modo tale da garantire l’accesso alla Rete a tutti gli altri membri che si trovano lontano dal loro modem.
Le persone, è facile osservare, si trovano online non soltanto per leggere notizie, parlare, scaricare film o far sapere ai propri amici che si è fan di un cantante o di un ristorante, ma anche per raggiungere obiettivi tangibili, reali, per cooperare, il più delle volte senza alcun ritorno economico, verso una meta condivisa: ci sono volute, ad oggi, 100 milioni di ore lavoro per fare Wikipedia, e gli utenti che vi hanno partecipato non hanno guadagnato nemmeno un euro da questa attività.
Osservando infatti la linea evolutiva di Internet, una delle trasformazioni più significative del web degli ultimi anni, pur nelle sue innumerevoli sfaccettature sociali e comunicative, può esser proprio rintracciata nel passaggio, a tratti imprevedibile per il dinamismo e l’energia con il quale sta avvenendo, da una Rete di publishers (da uno a molti) ad una centrata sulla condivisione prima e sulla cooperazione poi (da molti a molti). Una Rete che presenta sempre più esperienze cooperative per le possibilità – non solo tecnologiche – date agli utenti certamente di condividere foto o video, per esempio, ma anche di attivarsi a favore di un progetto “reale”, di spendere il proprio tempo per conseguire un obiettivo, sia esso una canzone scritta a decine di mani sparse per il mondo, il fund raising per operazioni più o meno sociali, l’organizzazione di gruppi di pressione o politici, la collaborazione fra centri di ricerca e via dicendo.
Certo, resiste e la fa da padrona ancora un’Internet fatta di modelli fin troppo simili al broadcasting, anche se di un broadcasting comunque riadattato a nuovi modelli di distribuzione e di business – uno tra tutti l’integrazione fra diversi media, che vede per esempio sempre più trasmissioni televisive proporre contenuti in diretta su Internet, dando un occhio ai commenti su Fecebook ed aggiornando le scalette su Twitter -, così come rimane vincente la formula dei social networking, che pone al centro la condivisione di esperienze, raccontate da una fotografia su Flickr o da un aggiornamento su MySpace, che, a tutt’oggi, rimangono i siti più visitati.
Accanto a questi colossi del web, catalizzatori di accessi e sostenitori di un’identità della Rete che è comunque anche altro da loro, si sta affermando una cultura digitale ancora minoritaria che va lentamente, ma con vigore, convergendo verso il passaggio da una comunicazione che tende alla condivisione – osannata dagli esperti di marketing, che vedono nella personalizzazione e nell’user generated content immediati e facili guadagni – verso un’altra che mira alla cooperazione. Un vero e proprio emergere di esperienze cooperative che vede gli individui non soltanto portati a creare reti sociali online condividendo fotografie, video, pensieri, attività, quanto interessati al conseguimento di un obiettivo tangibile, di un traguardo partecipato da ottenere grazie al sostegno delle tecnologie della comunicazione digitali.
In questo ambiente in divenire, il web in particolare, infatti, diventa un motore organizzativo che permette di coordinare le diverse voci di un coro disperso nel tempo e nello spazio “reale”, ma vicinissimo in quello digitale: una sorta di rivincita della Rete vecchio stampo, dove la “soluzione di problemi”, per esempio con i Bulletin Board System, vedeva cooperare le persone verso un obiettivo condiviso, grazie ad un’architettura dell’informazione che tendeva ad organizzare e a sostenere proprio quel tipo di attività comunicativa.
Questo cambiamento di contesto e architettura della comunicazione online non può passare inosservato per coloro che hanno come fine quello di comunicare e gestire un’identità comunicativa fatta di memoria, di valori, di racconti, con l’obiettivo non solo di orientarli tutti al futuro, di valorizzarli come elemento portante di una storia particolare, ma anche di trasformarli in atomi di un’analisi indirizzata al rafforzamento di una socialità dalle caratteristiche diverse da quella dominante.
La condivisione in Rete allora, rappresenta senza dubbio un passo imprescindibile quanto importante nella gestione della conoscenza e della socialità di un gruppo di individui accomunati da un vision, ma non è sufficiente per trasformare un’unione di intenti in un’attività capace di “fare”. Proprio per questo, è sempre più necessario progettare una partecipazione in Rete che vada al di là della semplice raccolta e condivisione della memoria, per quanto essa imprescindibile sia, per potenziare invece una comunicazione digitale a sostegno di una cooperazione attiva e consapevole, i cui obiettivi possono essere economici, sociali, culturali o altro.
La golosità del voler memorizzare tutto quello che c’è intorno, grazie alla facilità di editing audiovideo e di storage, non deve far perdere di vista l’opportunità che il web offre relativamente alla gestione della memoria: ad ogni generazione è toccato decidere cosa ricordare e cosa no, oltre l’orwelliana massima che chi controlla il passato controlla il futuro, nel tentativo di maturare chiavi interpretative, grammatiche a volte, che permettano una lettura critica dei dati storici.
Eppure, interminabili fiumi di investimenti sembrano indirizzati ad una conservazione tout court dei più diversi contenuti, senza però interrogarsi sulla loro gestione e valorizzazione. E non pare una scusante sostenere che, memorizzando tutto, sarà possibile garantire alle generazioni future una visione complessiva del passato. La semplice memorizzazione non è sufficiente, pur avendo magari un design accattivante e moderno, basti pensare al progetto MemoryShare voluto e sviluppato dalla BBC in Gran Bretagna, la condivisione senza un obiettivo sembra sempre più un investimento a fondo perduto. È necessario invece muoversi verso un utilizzo dei contenuti governato da una strategia di comunicazione chiara, capace di dare una vision ai dati fin dalla loro raccolta: di gestione dell’identità, di comunicazione formativa (per rimanere in Inghilterra, provare a dare un occhio al tentativo che il National Archive sta facendo nel campo dell’educazione), di formazione di opinion leader, di analisi del passato orientata alla comprensione del futuro, ecc.
Un oggetto memorizzato, diremmo oggi un data entry, non rappresenta infatti di per sé un contenuto comunicativo, ma lo diventa quando gli viene assegnata una chiave interpretativa, ovvero quando quella memoria diventa conoscenza fondamentale per il governo di una socialità a scapito di altre. Se con i social network si è rafforzata una Rete, fatto alquanto curioso, con una forte preponderanza data al passato (l’upload di foto, video, documenti a raccontare fatti e storie personali o meno) e al presente, all’hic et nunc (georeferenziazione, aggiornamenti di stato), con milioni di utenti impegnati a descrivere cosa stanno facendo o pensando, la nuova grammatica digitale, per diventare generativa di una socialità in cui chi comunica lo faccia possedendo le competenze linguistiche e sociali, dovrà sempre più spostare il proprio focus sul fare al futuro, su una cooperazione in grado di sfruttare le peculiarità del web a proprio vantaggio.
La comprensione consapevole della grammatica digitale rappresenta, in questo senso, il primo passo verso l’utilizzo dei new media in forma realmente cooperativa, avviando una trasformazione che deve passare necessariamente sia proprio dal padroneggiamento delle tecniche di comunicazione sia dalla loro piegatura verso quelle necessità sociali che fanno della comunicazione una risorsa e non un vincolo. Se i social network hanno aperto le porte ad una condivisione dettata da un’esigenza di socializzazione esplosa come contraltare ad un web fatto di pochi editori, il passo successivo sarà quello di governare questa enorme energia individuale verso finalità collettive.