Foto di gruppo, una storia solidale

21 aprile 2020 pubblicato in Archivio storico

Durante questa emergenza sanitaria abbiamo assistito a un proliferare di iniziative di solidarietà, per aiutare le famiglie in difficoltà, come ad esempio le raccolte alimentari. La Cooperativa ha contribuito a molte di queste iniziative, impegnandosi anche in prima persona: di seguito proponiamo di nuovo una storia di molti anni fa, una storia di cooperazione e solidarietà per coloro in difficoltà.

Un gruppo di persone sorridenti, in posa davanti agli scafi di alcune barche, sulla banchina di un porto. Ad un primo, distratto sguardo, potrebbero sembrare dei ragazzi e delle ragazze che si scattano una foto ricordo durante una loro gita in qualche località di mare.

Raccolta di viveri per occupazione stabilimenti ILVA di Portoferraio. Piombino.  1953

Invece no. I cappotti e le pellicce ci dicono che la giornata è, benché assolata, rigida: forse i ragazzi sono usciti in un giorno festivo d’inverno a fare una scamapagnata sul mare.

Ma un particolare attira la nostra attenzione: c’è un uomo, in piedi sulla sinistra, le mani in tasca e la faccia tirata, l’espressione seria. È un po’ più anziano degli altri ragazzi, dimostra almeno una quindicina d’anni più di loro, o forse di più. Ma non è l’età non è l’unica differenza rispetto agli altri: mentre i ragazzi sono vestiti da normali giovanotti in libera uscita, lui ha una tuta blu, da operaio. Nemmeno questo particolare è molto in linea con l’idea di una giornata di mare.

La foto è datata 1953, siamo a Portoferraio, Isola d’Elba. Proviene dall’unità 20 della Sezione Quarta dell’Archivio Storico e nel database la si può trovare sotto il titolo “Raccolta di viveri per occupazione stabilimenti ILVA di Portoferraio”. Quindi il mistero è svelato: questi ragazzi non sono in gita, stanno raccogliendo dei viveri da destinare agli operai che sono in sciopero e occupano l’ILVA, forse sono operai essi stessi (uno di loro sicuramente lo è).

Dopo la fine della guerra, passati gli anni bui della ricostruzione e l’ottimismo industrialistico delle classi subalterne con la collaborazione di operai e industriali, si aprì, all’inizio degli anni ’50 una fase molto dura per i lavoratori nelle fabbriche. La politica nazionale, mostrava già dal 1952, la caratteristica che avrebbe contraddistinto i governi nella seconda metà del ‘900: la Dc, per rimediare all’emorragia di voti a cui era andata incontro dopo le elezioni del 1948, cercò alleanze al centro, a destra e a sinistra, inaugurando così una lunghissima stagione di governi deboli.

Gli strascichi che la guerra aveva lasciato nell’economia del Paese erano molto duri: il ritmo di sviluppo per industria, pur essendo ripartito, non era sostenuto e l’abbandono della politica deflazionistica di Einaudi aveva fatto crescere di nuovo i prezzi. Tuttavia le iniezioni di denaro che venivano dal Piano Marshallerano investite nei settori e nelle industrie più importanti italiane e gli imprenditori procedettoro all’innovazione di impianti, alla ricerca di nuove tecnologie e di organizzazione del lavoro; il mercato internazionale aveva riaperto alle merci italiane.

Per gli operai, però, le cose non andavano bene. Complice un clima politico decisamente spostato a destra (le offensive scelbiane alla cooperazione, per fare un esempio, sono proprio dell’inizio di questi anni ’50), si mise in atto una vera e propria offensiva padronale verso lavoratori e sindacati, emarginando attivisti ed ex partigiani dalle fabbriche (Gibelli scrisse che fu il tentativo di “chiudere la partita con un’intera stagione di lotte operaie”). Alla drastica riduzione degli stipendi e al deciso peggioramento delle condizioni di lavoro si accompagnò una dilagante massiccia disoccupazione. Questo, per sommi capi, il contesto.

A Portoferraio, città che anche nel nome ricorda la lavorazione dei metalli, gli altoforni dell’ILVA avevano chiuso i battenti nel 1947. Subito dopo la guerra, infatti, la direzione dell’ILVA aveva palesato l’intenzione di non voler riattivare gli altoforni, gravemente danneggiati dai bombardamenti: i motivi erano da ricercarsi nell’antieconomicità della ricostruzione e degli scarsi introiti che si prevedevano dalla produzione con i vecchi impianti. Nel 1948, fu varato il Piano Sinigaglia, che concentrava gli sforzi e le innovazioni nel settore siderurgico a Piombino e a Bagnoli-Pomigliano. In un clima infuocato, di scontri, scioperi, durissime contestazioni, l’ILVA chiuse defnitavamente gli altoforni, come abbiamo detto più sopra, nel 1947: furono licenziati circa 2.000 operai e l’isola cadde nella miseria e nella disoccupazione. La lotta operaia, anche dopo la chiusura degli impianti e la vendita al comune degli immobili della fabbrica, fu durissima ma l’offensiva padronale che muoveva i primi passi, riuscì ad averla vinta e l’isola dovette riconvertire la sua economia.

A Piombino si abbattè in quegli anni un’altra crisi: quella della Magona, uno dei principali centri siderurgici della città. Visto il dimezzamento della produzione nel 1952, la direzione della Magona aveva deciso di chiudere due impianti dei tre che erano efficienti. Questo portò inevitabilmente, già nel febbraio, al licenziamento di moltissimi operai e ad uno sciopero di 48 ore di tutto il comparto siderurgico, in solidarietà con gli operai della Magona (e questo portò, nel clima dell’offensiva padronale ad altri licenziamenti, anche all’ILVA). I licenziamenti, che furono davvero moltissimi, gettarono nella disperazione una città come Piombino che viveva quasi esclusivamente della siderurgia e del suo indotto.

Questo un quadro della situazione nel 1954: “Il grave disagio economico che ha colpito migliaia di famiglie di lavoratori, sta assumendo un carattere tragico, di gravità senza precedenti. […] Troppi dei nostri bambini sono denutriti ed esposti a tutte le malattie. Tolte le possibilità di un onesto lavoro ai nostri uomini, l’immiserimento generale ci preoccupa, ci attanaglia il cuore”. (“La cooperatrice Piombinese”, 8 marzo 1954)

All’indomani dei primi scioperi, il 15 febbraio del 1953, il Cda della Proletaria convocò un’assemblea per discutere la difficile condizione degli operai e della città:

[…] il segretario rende noto i vari problemi che sorgono da una situazione locale, seriamente aggravata dall’inasprimento delle lotte del lavoro in corso e dei preoccupanti sviluppi che ne potrebbero derivare per tutta l’economia cittadina. Tra le iniziative elaborate in segreteria risultano quelle di avere contatti con rappresentanti della categoria commercianti e degli operatori economici, di partecipare al Comitato di difesa degli interessi cittadini…”. [ref]ASUT, Sezione Terza, Libro Verbali del Consiglio di amministrazione, 3, 1952 giu. 03 – 1954 nov. 07, Libro Verbali del Consiglio di amministrazione[/ref]

La foto da cui siamo partiti, scattata forse proprio in quel freddo febbraio 1953, quando tutto ebbe inizio, quei volti e quei sorrisi, adesso che conosciamo un po’ della loro storia, ci appare in tutta un’altra luce.

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