Spazi e luoghi del consumo: intervista a Massimo Ilardi

1 giugno 2010 pubblicato in Attività della Fondazione

Massimo Ilardi, professore di Sociologia Urbana presso la Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno, terrà un seminario al gruppo dirigente di Unicoop Tirreno sul tema ‘Lo spazio del consumo’. MemorieCooperative lo ha intervistato su alcuni dei temi che saranno oggetto di discussione.

Quali valori porta con sé il concetto di consumo?

Noi viviamo una crisi dell’universo ‘sociale’, dei suoi valori universali e delle sue categorie, dalla classe ai movimenti fino alle agenzie della socializzazione primaria come la scuola e la famiglia. E’ in questa crisi che esplode il fenomeno della frantumazione della società che si traduce nell’ascesa di particolarismi, individualismi, minoranze che hanno l’ambizione di esercitare egemonia attraverso un punto di vista di parte che produce immaginario, culture e mentalità. Dunque, non di valori condivisibili si può parlare ma di punti vista che assumono la valenza di valori ma che non rinviano ad alcun trasferimento trascendentale dei loro obiettivi. Non esiste più la centralità di un valore che si definisce a priori. Ogni valore é un valore di posizione.

Esiste una differenza fra consumo e consumismo?

Potrei rispondere così: il consumo è uno stato di necessità che segue l’intensità del desiderio che non ha limiti né leggi e, di conseguenza, stabilisce un rapporto conflittuale con la realtà. Il consumismo è invece una coazione a ripetere, passiva e subordinata alle regole stabilite dal mercato.

Che rapporto esiste fra l’agire del consumo e lo spazio del consumo?

Ordinare e controllare lo spazio sono certamente alcuni degli strumenti essenziali del mercato per indurre al consumo. Ma gli spazi devono essere piccoli ed enclavizzati (outlet, shopping mall). Il mercato non ha strumenti (valori) per governare i grandi spazi. La politica li aveva, il mercato no.

Il consumo può portare gli individui a sentirsi comunità?

Più che di comunità fondate su una identità forte, parlerei di appartenenze culturali. Al posto dell’identità, che si rifà alle istituzioni, alla storia, alla memoria e che rappresenta la traccia di un cammino che noi decidiamo di costruire nel tempo subentra l’appartenenza che vive e si esaurisce al presente. I valori culturali sembrano divenuti più importanti del denaro o del futuro, dell’ideologia o della politica nella determinazione delle scelte e dei comportamenti. Di più. Prendono il posto delle categorie sociali.

Il consumo è un rischio o una risorsa per la democrazia?

Può funzionare da spinta per la riforma di una democrazia. Il rapporto però non può che rimanere conflittuale: la democrazia si rivolge alla società, il consumo all’individuo. Il consumo o è individuale o non è. Non solo. La domanda di libertà che nasce dal desiderio richiede una pratica della stessa non astratta ma proiettata direttamente sull’esperienza materiale, non vuole regole né impedimenti. E’ una libertà individuale e si misura sugli spazi che riesce ad attraversare. La democrazia, invece, è uno strumento di governo della società: richiede leggi, uniformità, uguaglianza. E’ un bel problema metterle insieme!

Come è possibile sviluppare una cultura del consumo consapevole quando tutto sembra spingere verso un consumismo sfrenato? Come è possibile, cioè, interrompere quel circolo vizioso in cui una comunicazione per lo più indirizzata al consumismo rafforza un’idea di consumo spesso poco cosciente?

Che vuol dire un consumo consapevole? Anche il desiderio che sposta all’infinito la sua soddisfazione è consapevole. Anche la libertà che non vuole alcun impedimento è consapevole. Allora chi stabilisce se una richiesta è consapevole o no? Una morale? Una ideologia? Ma cosa centrano la morale e l’ideologia con il consumo? L’unico che potrebbe dettare delle regole sarebbe un soggetto politico nella sua autonomia. Ma dov’è oggi un soggetto politico?

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