Viaggio nella Cultura Cooperativa: il lavoro del Liceo Scientifico Galilei di Tarquinia

29 maggio 2012 pubblicato in Attività della Fondazione

Proseguiamo con la rassegna dei lavori degli studenti per Viaggio nella Cultura Cooperativa. Abbiamo iniziato con il bel lavoro della IV B dell’ I.T.C. Fabio Besta di Orte. Prima di pubblicare la ricerca svolta dagli studenti della IV di Gestione Aziendale dell’I.P.S.C.T. “A. Ceccherelli” di Piombino sul Prestito sociale, pubblichiamo adesso un primo resoconto dell’attenta e ampia ricerca (e tuttora in corso) inviatoci dalla IV B del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Tarquinia. Guidati dalla professoressa Cinzia Brandi gli studenti hanno realizzato uno studio  dal titolo : “La cooperazione di consumo a Tarquinia: cento anni di solidarietà“. Diamo allora la parola agli studenti, che ci racconteranno una parte di storia sinora in ombra del territorio dell’antica Corneto, quella della cooperazione di consumo tra Otto e Novecento.

La ricerca comincia con la nascita della cooperazione a Tarquinia nel periodo post-risorgimentale:

“All’indomani dell’unificazione nazionale italiana, le società di mutuo soccorso furono il segno più evidente della partecipazione della società civile alla vita e alla costruzione dello stato italiano. Esse permisero il passaggio dalla beneficenza all’assistenza moderna. Il primo nucleo della cooperazione di consumo, nell’Alto Lazio, nasce intorno al 1872 proprio dal seno della Società operaia di Viterbo, che aprì i primi spacci di grano; essi erano organizzati in base ad una costituzione detta dei “Magazzini cooperativi”, primo tentativo per la Società Operaia di impiantare attività autonome. Anche a Tarquinia, le prime informazioni riguardanti la cooperazione di consumo le ritroviamo in relazione alla nascita della “Società democratica di mutuo soccorso”. Nel 1872, un gruppo di cittadini di Corneto (Tarquinia), affigge un manifesto con il quale incoraggia i cittadini stessi al lavoro, all’aiuto delle classi povere e al buon esempio da parte di coloro che reggono lo stato, per poter ottenere popolazioni laboriose, educate, virtuose. Mossi da queste volontà, formano la “Società democratica di mutuo soccorso fra gli operai”, seguendo un esempio che in altre parti d’Italia aveva portato splendidi risultati. Il 2 Febbraio si riuniscono 20 persone che nominano un direttivo provvisorio, con il compito di preparare una bozza dello statuto che viene letto, modificato e approvato da 89 soci. I soci pagano una quota ed il loro numero cresce fino a raggiungere il numero del corpo elettorale cittadino (167 membri). La società, spinta dall’amor di patria, poggia le sue basi sulle idee di coloro che l’hanno preceduta (Mazzini): “la forza è data dall’unità che a sua volta porta al progresso”. Nel 1876 la società si sciolse perché i soci non pagavano più le quote. Due anni dopo viene ricostruita grazie all’impegno di Raffaele Fidanza, che ne diviene presidente. Definita “operaia” e non più “democratica”, per dimostrare la volontà di superare l’orientamento politico mazziniano, la società passa a 116 soci e vengono cambiati i ruoli svolti all’interno di essa, ottenendo una fisionomia politica moderata con l’esclusione dei democratici. Ora i soci effettivi devono avere un’età compresa tra i 15 e i 45 anni, risiedere a Tarquinia, non essere affetti da infermità croniche e non avere condanne. Con l’articolo 4, anche le donne possono entrare a far parte della società, a differenza di quello che succedeva nel resto d’ Italia. Le donne però restavano non eleggibili, né elettrici. Ai soci viene imposto il pagamento di una quota, in cambio di sussidi di malattia o per indennità. Nel 1878, la società assiste i soci con la distribuzione di generi alimentari a prezzo ridotto: grano, farina, granoturco, legumi, patate, olio e petrolio da rivendere sotto Natale. Nel 1881 si registra la creazione della “Società di Mutuo Soccorso delle Saline”. Anche in questo caso, tra gli scopi della società vi è l’acquisto e la distribuzione di generi alimentari di prima necessità a prezzo minimo. (ASCT, Fondo Società Operaia)”.

Lo studio continua con quello che successe nel contesto della società italiana gravata dalla crisi del primo dopoguerra:

“Nel primo dopoguerra l’Italia, come del resto tutti gli altri paesi che avevano partecipato al conflitto, è attraversata da gravi problemi di natura economica e sociale. In particolare si assiste all’enorme espansione del debito pubblico, con la conseguente crescita dell’inflazione per l’aumento di emissione di carta moneta. Aggravarono la crisi anche: a) l’aumento dei prezzi; b) la riconversione dell’industria bellica; c) il ritorno dei reduci (6 milioni) che avevano poche possibilità di trovare un lavoro. Le tensioni sfociarono in scioperi come quelli del giugno-luglio 1919 e saccheggi nelle zone del centro nord: Milano, Roma, Torino e Brescia ma con loro anche il versante adriatico e la Sicilia furono teatro di moti contro il carovita. Il resto d’ Italia era comunque scosso da proteste. Le tensioni non mancarono neanche nelle fabbriche; col sostegno della rivista “Ordine Nuovo”, nelle maggiori fabbriche italiane si affermarono i consigli, organi con l’obbligo di rappresentare tutti gli operai di una fabbrica, con l’obbiettivo di controllare gli indirizzi produttivi e l’organizzazione del lavoro: volevano l’affermazione del potere operaio. Nel 1920 in tutta Italia gli operai occuparono le fabbriche, ma il loro movimento fallì. Nelle campagne la situazione era altrettanto grave e lo slogan del Partito Popolare “la terra ai contadini” alimenterà svariate lotte: da una parte porterà a cambiamenti di proprietà secondo regolari compravendite, dall’altra a terreni occupati con la forza o espropriati. Achille Visocchi, ministro dell’agricoltura, si vide costretto a legalizzare l’occupazione delle terre incolte. Fatto sta che 125.000 contadini divennero proprietari e 375.000 aumentarono i loro possedimenti. Le zone maggiormente interessate dall’occupazione furono: Lazio, Umbria , bassa Toscana, Calabria, Sicilia, Sardegna, parti della Puglia. A Corneto Tarquinia nascono in questo periodo molte realtà cooperative, di cui il locale Archivio Storico Comunale conserva testimonianze: la Cooperativa Autotrasportatori Reduci, in particolare, pur concludendo nel giro di due anni la sua parabola di vita, testimonia la rilevanza che ebbe il problema dei reduci nell’economia del tempo. Esaminando il suo Giornale Mastro, scopriamo una notizia utile alla nostra ricerca: esisteva a quel tempo una “Cooperativa di Consumo Impiegati di qui” per la quale i Reduci effettuarono alcuni trasporti di merci: il 12 settembre 1919, “trasporto cassa pasta da Stazione a Corneto – L. 4”; il 20 ottobre 1919, “trasporto baccalà Ql. 15 – L. 10,85”; il 10 agosto 1919, “trasporto merce fin dal 24 giugno 19 da Roma – Corneto”. (ASCT, Fondo coop. Aut. Reduci, Giornale Mastro, 1919/20)”

Infine, lo studio sulla cooperazione di consumo a Tarquinia finisce con la rinascita del movimento cooperativo nel secondo dopoguerra e la ricostruzione, attraverso la documentazione conservata all’Archivio Storico, della storia della cooperativa La Familiare:

“Nel secondo dopoguerra, a fronte delle attese rivoluzionarie che avevano alimentato tanta parte della guerra partigiana, la burocrazia conservatrice delle classi dirigenti deluse molte aspettative. I codici legislativi presenti durante il fascismo furono conservati; la presenza di uomini politici di scuola liberale fece mancare la visione di una programmazione economica da parte dello stato su cui basare una ricostruzione. Il Paese mancava interamente dell’apparato industriale e doveva far fronte ad una disoccupazione strutturale. La scelta fondamentale in politica economica fu quella della liberalizzazione delle merci e dei servizi, di contro a quella sostenuta dalla politica precedente, corporativa ed autarchica, che mirava all’ autosufficienza economica. Si procedette dunque con lo smantellamento dei controlli esistenti a vantaggio dell’iniziativa privata e ai commerci con il mondo occidentale; la scelta fu direzionata in parte anche dall’influenza statunitense, desiderosa di dar vita ad un blocco coeso, integrato nell’alleanza atlantica. Conseguentemente, nelle varie regioni italiane si assistette alla spontanea fioritura di cooperative di lavoro e di consumo. Il 27 dicembre 1947 fu promulgata la Costituzione Repubblicana. All’ Art. 45 essa riconosce nella cooperazione una fra le forze economiche e sociali che più hanno diritto a legittimi aiuti per poter crescere e svilupparsi nell’interesse della nazione. Così negli anni seguenti si assistette all’ approvazione di provvedimenti tesi a sostenere l’edilizia popolare e cooperativa. Nel 1945, a Tarquinia, nasce la cooperativa di consumo “La Familiare”. Il suo Fondo archivistico, attualmente, è conservato presso l’Archivio storico dell’UNICOOP Tirreno a Ribolla, dal momento che, nel 1982, la cooperativa confluì ne “La Proletaria” di Piombino. Questo che abbiamo è l’unico documento scritto che ci testimonia la nascita della cooperativa di consumo la Familiare a Tarquinia. Si tratta del libro Soci della cooperativa e si riferisce agli anni che vanno dal 24 aprile 1945 al 1 gennaio del 1968. Proprio in data 24 aprile ’45 i soci si sono riuniti e, alla presenza del notaio Sconocchia (notaio di Tarquinia in quegli anni), hanno fondato la cooperativa versando ognuno la somma di 200£, così come richiedevano gli atti stabiliti dalle leggi. In data 29 aprile ’45 viene invece testimoniata l’ esclusione di due dei soci che facevano parte della cooperativa, decisione presa lo stesso giorno dall’ assemblea a cui partecipavano tutti i soci. In suddetta data vengono sottoscritte ben 48 nuove azioni con delibera degli amministratori delegati. Alla fine di questo documento si trovano le 13 firme dei primi soci della cooperativa. Pur essendo breve, è un documento da non sottovalutare, in quanto l’unico a testimoniare l’atto di nascita della Familiare a Tarquinia (ASUT, sez. prima, u.a. 673).

Gli anni passano e scandiscono le vicende della cooperativa, i suoi successi economici e le sue difficoltà a radicarsi nel tessuto sociale della cittadina. Cento anni dopo le prime forme di cooperazione di consumo di cui abbiamo parlato, negli anni Settanta del Novecento, la cooperativa vive grazie all’impegno di tanti nostri attuali concittadini, uomini e donne che incontriamo ancora per le strade del nostro paese. Nella Relazione del Consiglio di Amministrazione della Cooperativa di Consumo “La  Familiare” all’ assemblea annuale dei Soci del 28 Aprile 1979 si legge: “Vi informiamo che il bilancio dell’ esercizio 1978 si chiude con un utile di £ 1.223.948. Ciò a dimostrazione che la cooperativa, nonostante le piccole dimensioni, riesce a contrastare la concorrenza del mercato cittadino. Il lavoro svolto dai consiglieri in questi quindici anni ha portato alla costruzione di una economia solida. Tuttavia lamentiamo la scarsa partecipazione della base sociale che, nonostante il continuo aumento dei prezzi e le difficoltà che le massaie si trovano ad affrontare a causa di salari sempre più bassi, mostra indifferenza allo sviluppo cooperativo. Anche da parte delle autorità politiche e degli amministratori comunali non giungono segnali di sostegno alla nostra cooperativa anzi, il Consiglio Comunale ha bocciato la nostra iniziativa per l’acquisto di un locale che avrebbe consentito l’ apertura di un complesso commerciale. Nelle regioni del Nord la cooperazione viene invece incoraggiata. Perciò invitiamo i soci a esprimere il loro pensiero, i loro programmi e le loro critiche costruttive a vantaggio di loro stessi e dei consumatori. (ASUT, sez. prima, u.a. 677)”

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