Approvazione della legge Basevi sulla cooperazione

14 dicembre 1947

9 settembre 2013 pubblicato in Eventi storici

La legge n. 1577 del 14 dicembre 1947, meglio nota come ‘legge Basevi’, disciplina la materia cooperativa nella nuova Italia democratica e repubblicana. Nel secondo dopoguerra, il movimento cooperativo fu uno dei protagonisti del ritorno alla normalità, interprete di una febbrile attività di ricostruzione. Molte delle culture politiche che avevano combattuto il fascismo e che all’indomani della Liberazione avevano guadagnato a vario titolo una responsabilità di governo giudicavano positivamente l’impresa cooperativa, intesa come una forma di produzione e di aggregazione sociale priva di intenti speculativi.

E così, agli albori del 1948 – quando sarebbe entrata in vigore la nuova Costituzione repubblicana, il cui articolo 45 tutelava e incentivava le cooperative – il Parlamento approvò a larga maggioranza la cosiddetta legge Basevi. Si trattò di una vera e propria pietra miliare della legislazione cooperativistica, che dava una prima importate attuazione al dettato costituzionale. Infatti, tra le varie disposizioni, prevedeva l’istituzione presso la Banca nazionale del lavoro di una sezione speciale per concedere crediti alle cooperative a tassi agevolati; inoltre, introduceva e regolamentava la vigilanza, ossia una periodica verifica che le cooperative non fossero solo una finzione opportunistica che celava un’impresa di capitali.

Ma soprattutto, la legge Basevi introduceva dei vantaggi fiscali a fronte di alcuni vincoli, quali la limitata remunerazione del capitale (inferiore al 5%), il divieto della distribuzione ai soci delle riserve, e la devoluzione a scopi di pubblica utilità dell’intero patrimonio sociale (dedotto il capitale versato) in caso di scioglimento della società. Inoltre – fatto più importante di tutti – riconosceva che la cooperativa si reggeva sui principi della mutualità e creava così le premesse al divieto di demutualizzazione. Dunque implicitamente stabiliva che le cooperative non potessero trasformarsi in imprese di capitali; questa proibizione era definitivamente avallata da una sentenza della Corte di Cassazione del 17 aprile 1959.

 

La legge Basevi fu importante per due motivi principali. Innanzi tutto contribuì a fissare alcuni paletti fondamentali per lo sviluppo del movimento cooperativo italiano, incanalandolo in un percorso di progressiva crescita. In tal senso, la normativa fu capace di risolvere almeno in parte uno dei problemi strutturali delle cooperative, comune a questo genere d’impresa in quasi tutto il mondo, e cioè la sottopatrimonializzazione.

In questo caso, infatti, il divieto di distribuzione (e privatizzazione) degli utili – sostituiti dal semplice ristorno – faceva sì che gran parte degli avanzi di gestione venisse reinvestito nell’impresa, a creare anno dopo anno e bilancio dopo bilancio una riserva di liquidità che si sarebbe rivelata strategica per lo sviluppo aziendale.

Il secondo motivo per cui la legge Basevi merita di essere ricordata è la sua equidistanza dalle principali culture politiche dell’epoca. Infatti, nell’Italia di quegli anni, buona parte delle imprese cooperative si riconosceva in un orientamento marxista, o in uno cattolico, o ancora in uno liberal-democratico. E sulla base dei differenti valori espressi da queste ideologie, ogni cooperativa si organizzava in maniera autonoma, a rimarcare un preciso allineamento culturale.

Alberto Basevi, l’estensore della legge in questione, era di idee liberali, ma elaborò il testo in accordo con alcuni esponenti delle altre compagini politiche. In questa maniera, la nuova normativa non era rappresentativa di una parte sola, ma consentiva a tutti i cooperatori di riconoscersi in una visione di riferimento che poi potevano declinare sulla base delle proprie convinzioni ideologiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

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