La Proletaria diventa Coop Toscana Lazio

27 aprile 1990

9 settembre 2013 pubblicato in Eventi storici

Il 27 aprile 1990 viene indetta una assemblea straordinaria dei soci, tenutasi nel castello Pasquini di Castiglioncello. L’oggetto dell’assemblea era quello di approvare un nuovo Statuto sociale con cui, oltre alle regole per i soci e per gli organi direttivi, si sarebbe anche cambiata la ragione sociale della cooperativa da La Proletaria a Coop Toscana Lazio. All’approvazione del nuovo Statuto si arriva dopo mesi di accesi dibattiti tra soci e dirigenti: un dibattito svolto nelle Sezioni soci dei vari territori, nelle assemblee del Consiglio di Amministrazione e sulle pagine delle riviste della cooperativa (Coop Notizie e poi Nuovo Consumo).
I motivi che portano al cambio di denominazione (in cui vanno ad inserirsi una mutata situazione politica e sociale a livello nazionale e internazionale) derivano essenzialmente da una mutata situazione del movimento cooperativo e della Proletaria stessa, a dispetto di una stasi della legislazione italiana: ad ogni modo il cambio di denominazione era volto ad indicare l’espansione delle attività della Proletaria nel Lazio e i cambiamenti intercorsi in Italia, ma non riguardava l’identità culturale e la storia della Cooperativa.

 

Alla fine degli anni Ottanta il contesto in cui operava La Proletaria era radicalmente cambiato. La caduta del muro di Berlino  e la fine dei governi di solidarietà Nazionale avevano portato ad un cambiamento radicale sia all’estero sia in Italia. Le cooperative, comprese quelle che facevano riferimento alla Lega, stavano attraversando un rinnovamento, incentrato verso una maggiore autonomia e una maggiore trasversalità nei confronti dei partiti. Nonostante i cambiamenti che erano intercorsi nella società, nell’economia e nello stesso movimento cooperativo, l’ultima legge promulgata in tema di cooperazione risaliva alla legge Basevi del 1947. La cooperazione, e in special modo quella di consumo, era ormai diventata una delle realtà economiche più importanti in Italia. La Proletaria stessa, del resto, era molto cambiata, 45 anni dopo la sua costituzione. Dal piccolo spaccio dell’ILVA era in quel momento presente anche nel Lazio, non solo sulla fascia tirrenica Toscana, ma da ormai quasi vent’anni. Per i dirigenti e per alcuni soci era arrivato il momento di voltare pagina. Dall’esigenza di allontanarsi dalle posizioni ideologiche che la denominazione La Proletaria inevitabilmente richiamava e sottolineare la crescita territoriale nacque la volontà di cambiare nome in Coop Toscana Lazio: in questo modo non solo si indicavano le Regioni in cui era attiva, ma la parola “Coop” sottolineava un’appartenenza ideale e culturale, un modo insomma per rassicurare i dubbiosi che la cooperativa non avrebbe abbandonato la propria storia e la propria identità. Del resto anche altre cooperative di consumo italiane stavano cambiando i loro nomi con indicazioni geografiche, come Coop Piemonte o Coop Liguri. La necessità del cambio di denominazione era data anche dalla volontà di attrarre altre fasce sociali oltre alla classe operaia, come il ceto medio impiegatizio.

Nella discussione tra i soci sulle proposte di cambiamento dello Statuto e del nome, iniziata il 12 febbraio 1990, si inserirono anche fatti importanti come la caduta del muro e il rinnovamento del Partito Comunista, che inevitabilmente la condizionarono. Molti soci espressero infatti il timore che il cambiamento di nome portasse ad una perdita delle radici e dell’identità della cooperativa. Tra febbraio e aprile, quindi, cominciò un dibattito su questi temi tra la base sociale e il Consiglio di Amministrazione.
Il nuovo Statuto che venne sottoposto alla discussione dei soci proponeva alcune importanti novità, oltre al cambio di denominazione. Gli aspetti principali erano sicuramente le modifiche che riguardavano la governance: con il nuovo Statuto infatti si voleva adeguare alle nuove dimensioni d’azienda il ruolo e le funzioni degli organi direttivi; non solo: l’altro importante obiettivo era quello di dotare i soci di maggiore potere consultivo e propositivo, in sostanza di una maggiore democraticità nella conduzione d’impresa. Un intero capitolo era dedicato al ruolo delle sezioni soci: riconosciute come “unità organiche del corpo sociale”, venivano loro dati compiti di organizzazione della partecipazione e di promozione di iniziative sui temi della tutela, informazione ed educazione dei consumatori. Le sezioni soci ebbero un ruolo consultivo e propositivo per le scelte della cooperativa; inoltre vennero istituzionalizzate la Presidenza e la Consulta (formata dai membri dei Comitati Direttivi Sezioni Soci), con la definizione dei loro compiti a livello territoriale e centrale. Le Assemblee Generali dei Soci sarebbe stata formata dai delegati eletti nelle Assemblee separate delle sezioni soci: un modo per poter assicurare la partecipazione democratica del corpo sociale anche nel contesto delle accresciute dimensioni territoriali. Il nuovo statuto regolamentava anche l’organizzazione interna, con nuove regole per il Consiglio di Amministrazione (più indirizzato verso decisioni strategiche e meno su questioni amministrative) e per il Comitato di Direzione ed Esecutivo.

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