Fondazione del Magazzino di previdenza di Torino

27 settembre 1854

9 settembre 2014 pubblicato in Eventi storici

A dieci anni dalla fondazione della cooperativa di consumo di Rochdale da parte dei Probi Pionieri, un analogo progetto associativo veniva replicato in Italia. La società generale degli operai di Torino, una società di mutuo soccorso fondata quattro anni prima e che contava alcune centinaia di adesioni, decideva di dare vita ad uno spaccio di generi alimentari di prima necessità. Questa esperienza è considerata la prima impresa cooperativa italiana. L’obiettivo del neonato ‘magazzino di previdenza’ era comprare merci all’ingrosso e rivenderle al dettaglio ‘al prezzo del primitivo costo’, per cercare di tutelare il potere d’acquisto  dei salari in una fase di crescente inflazione. Il negozio fu effettivamente inaugurato alcuni giorni dopo la delibera del 27 settembre in via Palma n. 7 (oggi via Viotti), una zona popolare a ridosso di piazza Castello. In esso facevano bella mostra 24 kg di pasta, 82 di farina di granturco, 91 di riso e 50 litri di vino. Tra i principali artefici di questa iniziativa va ricordato Giuseppe Boitani, funzionario del Ministero delle finanze del Regno di Sardegna e segretario della Società generale degli operai di Torino. Molto vicino a Camillo Benso conte di Cavour, Boitani apparteneva a quelle élite liberali progressiste che credevano in una crescita ordinata delle società e che non si riconoscevano nel cosiddetto laissez faire. In questa ottica, quindi, era compito dei ceti benestanti aiutare quelli popolari ad organizzarsi e a gestirsi secondo i canoni dell’efficienza e del buon costume, per evitare che ampie fasce della società fossero vittima di problemi sociali come l’alcolismo, la prostituzione o l’indigenza e che l’ordine pubblico ne fosse di  conseguenza turbato.

Si trattava di una visione un poco paternalista, ma anche sinceramente generosa, che in questa fase storica diede grande impulso ad iniziative mutualistiche e poi anche cooperative. Basti pensare che in altre località piemontesi erano sorte, sempre su iniziativa di cittadini facoltosi di idee liberali, varie società operaie che avevano costituito fondi di previdenza e simili, e che in alcuni casi avevano anche impiantato commerci di generi di prima necessità a favore dei soci. Tuttavia, si era sempre trattato di iniziative estemporanee o occasionali, per cui la primogenitura spetta alla cooperativa di consumo di Torino.

In questo caso, infatti, fu aperto un vero e proprio negozio destinato ad avere un ampio successo commerciale, tanto che la gamma dei prodotti trattati fu presto ampliata. I principi che disciplinavano questa attività si richiamavano in buona parte a quelli rochdaliani: una testa un voto, porta aperta a nuovi membri, esclusione di intenti speculativi, nessuna distribuzione degli utili. Uno solo era del tutto disatteso e cioè quello del ristorno, ossia il riconoscimento di un plus ai soci calcolato sulla base degli acquisti fatti nel corso dell’anno.

Non si trattava, in realtà, di una deficienza rispetto al modello cooperativistico anglosassone, bensì di una variante – definita poi ‘all’italiana’ – motivata dalla volontà di funzionare ‘a costi e ricavi’ senza alcun avanzo di gestione. In pratica, per consentire di vendere le merci a prezzi convenienti, queste erano commercializzate ad importi lievemente superiori a quelli di acquisto, per cui la differenza andava solamente a coprire i costi di gestione, senza che la cooperative realizzasse alcun utile. Di qui, dunque, l’impossibilità della pratica del ristorno. In pochissimo tempo, il Magazzino di previdenza ebbe una grande eco in tutto il Regno di Sardegna. La Gazzetta del popolo, uno dei quotidiani più diffusi all’epoca, ne pubblicava integralmente lo statuto, che fu dunque ripreso da altre società di mutuo soccorso piemontesi che analogamente diedero il via ad un’esperienza di questo genere. Dieci anni dopo, nel nuovo contesto dell’Italia unita, si contavano 58 cooperative di consumo, delle quali quasi la metà erano nell’ex Stato Sabaudo.

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