Nasce l’Associazione generale delle cooperative italiane

29 ottobre 1952

29 ottobre 2013 pubblicato in Eventi storici

Nell’autunno del 1952, quasi tutti i cooperatori repubblicani – immediatamente seguiti da molti socialdemocratici – maturarono la decisione di fuoruscire dalla Lega nazionale delle cooperative e mutue  e di costituire una nuova centrale cooperativa di ispirazione sia repubblicana che socialdemocratica, che avrebbe preso il nome di Associazione generale delle cooperative italiane  (AGCI). Questa si autodefinì fautrice di una ‘cooperazione laica’ e scelse come motto la celebre frase di Giuseppe Mazzini “capitale e lavoro nelle stesse mani”. Tutti coloro che pur non essendo di idee marxiste ma liberal-democratiche decisero di rimanere all’interno della Lega andarono a costituire la corrente degli ‘indipendenti’, che dunque continuava a coabitare con quelle comunista e socialista.

È  molto importante sottolineare come non si trattasse di divisioni esclusivamente motivate da un diverso orientamento politico, bensì anche dall’intimo convincimento di modelli cooperativi specifici. Vale a dire che le imprese cooperative che aderivano alla Lega si differenziavano da quelle che erano iscritte a Confcooperative o all’AGCI per una serie di cruciali aspetti organizzativi e strategici, quali il rapporto con la proprietà privata, la destinazione del ristorno o la scelta delle dimensioni aziendali. Per buona parte della cosiddetta prima repubblica, quindi, le cooperative ‘rosse’, quelle ‘bianche’ e quelle ‘verdi’ incarnarono modelli d’impresa diversi, che seguivano logiche e visioni effettivamente differenti.

Gli anni del secondo dopoguerra furono contraddistinti da una forte politicizzazione della società civile, divisa sul modello di sviluppo socio-economico che avrebbe dovuto avere la nuova Italia repubblicana. Ben presto si iniziò a discutere di indirizzi di politica industriale, di riforma agraria, di creazione del welfare state, di alleanze nello scacchiere internazionale.
In particolare, emersero tre compagini principali: la sinistra marxista, legata al Partito comunista e a quello socialista, i cattolici che si riconoscevano nella Democrazia cristiana e negli insegnamenti del magistero della Chiesa e uno schieramento di stampo liberal-democratico, che comprendeva il Partito socialdemocratico, quello repubblicano, quello liberale e alcune organizzazioni più piccole.

Queste divisioni si ripercossero rapidamente sulle organizzazioni di categoria e di rappresentanza, per cui anche quei soggetti che all’indomani della Liberazione erano nati su base unitaria finirono per scindersi in più tronconi. Il caso più eclatante fu quello del sindacato, per cui la Confederazione generale del lavoro (CGL) si spaccava in tre sigle differenti, e cioè le attuali CGIL, CISL e UIL,  interpreti rispettivamente delle altrettante tradizioni politiche suaccennate.

Il mondo cooperativo – all’epoca fortemente legato ai partiti – non fece eccezione, anzi in questo caso venne completamente saltata la fase unitaria, visto che nel 1945 si costituirono due centrali distinte, e cioè la Confederazione delle cooperative italiane (CCI, poi Confcooperative) e la Lega nazionale delle cooperative e mutue (LNCM, poi Legacoop).

Mentre la prima dava fiato alle istanze dei cooperatori cattolici, la seconda aggregava un universo più variegato, fatto soprattutto di comunisti e socialisti, ma anche di repubblicani e socialdemocratici, nonché da qualche raro democristiano. A cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta,  ci furono importanti tensioni interne alla Lega delle cooperative.

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