La Proletaria si dà un nuovo assetto

20 gennaio 1990

6 febbraio 2014 pubblicato in Eventi storici

Agli albori degli anni novanta, la cooperativa di consumo La Proletaria di Piombino vive una profonda ristrutturazione, sia in termini di organizzazione che di obiettivi. Si tratta di una vera e propria trasformazione che investe al sua stessa identità. In questo periodo, infatti, si concentrano diversi eventi che congiuntamente finirono per decretare una svolta. Innanzi tutto, Sergio Meini, presidente della cooperativa dal 1971, giunse al pensionamento e con l’occasione si ebbero degli avvicendamenti anche in altri importanti ruoli direttivi. Secondariamente, per effetto della maggiore integrazione dei mercati, nella grande distribuzione italiana erano comparsi nuovi competitori – alcuni anche internazionali, come Auchan e Carrefour – che avevano messo radici in Piemonte e Lombardia, e che avevano cominciato ad espandersi anche in altre regioni economicamente avanzate. In Toscana, si era innanzi tutto affermata la catena Superal, alleata del partner tedesco Tingelmann – e successivamente acquistata dal Gruppo Pam – che proprio nella zona costiera aveva finito con il diventare un temibile competitore per La Proletaria. Dunque occorreva elaborare un piano commerciale convincente in risposta all’accresciuta concorrenza.

Infine, la caduta del muro di Berlino, il dibattito interno alla sinistra italiana e più in generale i nuovi orientamenti della società civile consigliarono l’abbandono del nome La Proletaria, inadeguato per una organizzazione che non vendeva più generi di prima necessità in negozi spartani, ma che ora si rivolgeva ai consumatori italiani nel loro complesso, dalla famiglia operaia a quella medio-borghese. Il nuovo nome – Coop Toscana Lazio – fu il principale simbolo di una svolta importante, che al di là delle questioni identitarie rimandava ad una riformulazione degli assetti organizzativi e delle strategie imprenditoriali.

 

Innanzi tutto, si modernizzò la struttura societaria attraverso la costituzione di alcune società di scopo. La legge n. 72 del 19 marzo 1983, detta Visentini-bis, stabiliva per la prima volta che le cooperative potessero costituire o essere azioniste di società di capitali. L’occasione era stata colta da La Proletaria nel 1987 quando aveva creato la Vignale Immobiliare, la Vignale Partecipazione e la Vignale Finanziaria, tre spa dedicate ad attività specifiche, che però diventarono pienamente operative solo dopo la riformulazione del 1990, andando a snellire e velocizzare alcune procedure.

In seconda battuta si ristrutturò la rete di vendita, per investire su tipologie di negozio più moderne, come i supermercati inseriti all’interno di un piccolo centro commerciale, ma anche gli ipermercati, la cui realizzazione effettiva fu però rimandata di qualche anno, e i discount, che invece furono immediatamente costituiti, con l’insegna Dicoop (poi Dico).

Il ripensamento della rete di vendita non poteva prescindere da una riflessione sul radicamento geografico della cooperativa, che storicamente insisteva sulle province di Livorno e di Grosseto, con alcune propaggini nel Lazio. Si pensò innanzi tutto ad una espansione del bacino di vendita, per coprire alcune aree limitrofe, come la provincia di Lucca, e soprattutto irrobustire la presenza nel Lazio, che con i suoi 5,5 milioni di abitanti rappresentava indubbiamente un mercato appetibile.

In ultimo, questo vasto piano di investimenti doveva necessariamente collegarsi con un programma di divulgazione e di attuazione della cultura cooperativa. A Tarquinia come all’Eur, i punti vendita Coop si sarebbero inseriti in un tessuto sociale che nella stragrande maggioranza dei casi ignorava cosa fosse una cooperativa di consumo. Non per questo, però, poteva dirsi povero di valori né insensibile a molte delle istanze che il movimento cooperativo stava portando avanti. Si trattava, quindi, di creare spazi di aggregazione e sociabilità, di dar vita a nuove sezioni soci, di costruire un rapporto di reciprocità con i nuovi soci, di illustrare i meccanismi mutualistici e intergenerazionali.

D’altronde, su un terreno analogo, molto lavoro andava fatto anche in Toscana, dove la chiusura di alcuni negozi storici e l’apertura di mastodontici centri commerciali – oltre che dei primi innovativi discount – aveva disorientato una parte della base sociale, a partire da quei clienti più anziani e legati a una visione ancora tradizionale del ‘fare la spesa in cooperativa’. Anche qui si trattava di spiegare come le grandi svolte progettate e messe in atto nei primissimi anni novanta da Coop Toscana Lazio – che per alcuni restava, anche nella denominazione abituale, La Proletaria – fossero trasformazioni cruciali e non rinviabili, che avrebbero condotto la cooperazione di consumo a rinnovarsi senza rinnegare la propria storia e i propri valori.

 

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