Andiamo allo Statuto

9 settembre 2013 pubblicato in Focus #01

Dalla storia al presente

‘Statuto’: che parola è? Cosa suscita in chi la legge o la ascolta? Aspetti noiosamente notarili? La bandiera da onorare e difendere? Documento antico portatore di bei sentimenti e di belle idee ma terribilmente inutile di questi tempi?

Ancora una volta un po’ di Storia può aiutare a capire.

Il 1 gennaio 1897 veniva pubblicato sulla rivista Nuova Antologia un articolo dell’ex Presidente del Consiglio Sidney Sonnino intitolato Torniamo allo Statuto, con riferimento a quello Albertino, promulgato a seguito del moti rivoluzionari del 1848 nello Stato Sabaudo e poi diventato il testo costituzionale del Regno d’Italia. Da liberale conservatore quale era, Sonnino proponeva di abbandonare la prassi che da Cavour in poi aveva fatto del Parlamento il referente principale del governo, per riportare in auge ciò che prescriveva lo Statuto Albertino, e cioè che l’esecutivo era responsabile solamente di fronte al sovrano.

In tutta questa vicenda lo Statuto finiva per essere percepito come un documento burocratico rigido e non al passo coi tempi, tanto che nell’Italia del secondo Ottocento era stato messo da parte a beneficio di rinnovate consuetudini istituzionali. Salvo poi essere tirato in ballo dalle forze reazionarie.

Una raffigurazione del 1878 del Palazzo delle Finanze di Roma, all’epoca appena ultimato, e destinato ad ospitare l’omonimo Ministero.

Una raffigurazione del 1878 del Palazzo delle Finanze di Roma, all’epoca appena ultimato, e destinato ad ospitare l’omonimo Ministero.

I dizionari della lingua italiana danno definizioni di Statuto altrettanto poco entusiasmanti. Uno dei più
consultati, quello di Devoto e Oli, spiega così: “atto giuridico politico che esprime formalmente e solennemente i principi fondamentali che riguardano l’organizzazione di uno Stato, o l’ordinamento di qualsiasi associazione, ente o istituto”[ref]G. Devoto e G. Oli, Vocabolario della lingua italiana, Milano, Le Monnier, 2013.[/ref]. Un qualche cosa, quindi, che ha a che fare con norme e commi, che sa di stantio, che proclama un’ufficialità contrapposta, evidentemente, ad un mondo reale che invero funziona diversamente.

Ma le cose non stanno così.

Forma e contenuto negli Statuti

L’accezione negativa che la parola ‘Statuto’ ha finito per assumere nel linguaggio corrente deriva anche dalla fortuna di un altro vocabolo di maggior successo connotato, al contrario, positivamente: la parola ‘Costituzione’. C’è un però. Mentre ‘Statuto’ è termine inteso sì come il documento fondante e fondamentale di uno Stato, ma anche per ogni altro tipo di organizzazione o di ente, Costituzione può riferirsi solo allo Stato.

Ne consegue che un’enorme varietà di statuti di associazioni e simili, che nulla hanno a che vedere  con Sidney Sonnino, pagano dazio senza saperlo, e sono per lo più considerati documenti ingialliti e inattuali, rigidi e obsoleti, e in fin dei conti un ostacolo da aggirare per dare vita ad azioni concrete e pratiche.
Ma lo Statuto può essere ben altro.

Il caso degli statuti delle cooperative di consumo in area tirrenica ne è un chiarissimo esempio. Tra la metà dell’Ottocento e oggi, queste piccole e grandi realtà hanno costruito la propria identità a partire dallo statuto. Non solo dallo statuto, evidentemente, ma questo era il comune denominatore in cui la base sociale si riconosceva, indicando quel patrimonio di valori condivisi e di regole collettive cui tutti facevano riferimento.

Una festa popolare nella Toscana tardo-ottocentesca

Una festa popolare nella Toscana tardo-ottocentesca

Gli statuti sono atti formali – tanto che il linguaggio con cui sono scritti deve molto al lessico dei notai e dei giuristi –, ma nonostante questo hanno dei guizzi ‘popolari’, che rimandano idealmente al mondo dei braccianti, dei contadini, degli operai e degli artigiani ai quali si rivolgevano. Gli statuti non erano scritti solo ad uso e consumo della Camera di commercio o della Prefettura, ma innanzi tutto per i soci, e contenevano concetti sorprendentemente di valore.

Nelle cooperative di consumo del tardo Ottocento, così come in quelle dell’età giolittiana o del secondo dopoguerra, lo statuto era anche un crogiuolo di precetti e dettami. Si invitavano i vertici della cooperativa a commercializzare prodotti locali, i soci a sviluppare lo spirito di previdenza e la cultura del risparmio, i dipendenti a percepire la cooperativa come un datore di lavoro diverso da tutti gli altri. Negli statuti di oggi, tutto ciò non si è perso, ma continua ad essere esplicitato sotto forma di scelte etiche che la cooperativa dichiara proprie e che poi cerca di intraprendere. È come se dai primi statuti in assoluto a quello attuale di Unicoop Tirreno vi fosse un continuum coerente e riscontrabile, ma anche la constatazione di un cambiamento importante.

Infatti, negli statuti di fine Ottocento e del primo Novecento, ma anche – in minor misura – in quelli del secondo dopoguerra, c’era una maggiore contiguità tra le enunciazioni etiche e le pratiche per tradurre queste ultime in concreto. Si parlava di solidarietà, uguaglianza, democrazia e mutualismo, ma si specificavano anche i meccanismi commerciali ed imprenditoriali per dare effettiva attuazione a queste scelte valoriali. Nello statuto attuale di Unicoop Tirreno questa correlazione forte fra la Carta dei Valori e le buone pratiche si è un po’ appannata o è stata marginalizzata rispetto al core business commerciale, e cioè all’attività delle sezioni soci, alla comunicazione, o ai rapporti con il resto del movimento cooperativo.

Una cooperativa di consumo lombarda sul finire dell’Ottocento

Una cooperativa di consumo lombarda sul finire dell’Ottocento

Si fa molta più fatica a ritrovare nello statuto un riferimento diretto e chiaro ai supermercati, alle loro modalità organizzative e gestionali, alle alchimie tra pratiche commerciali e scelte immobiliari o finanziarie, insomma ai crismi di tutta l’attività imprenditoriale vera e propria. È come se questa venisse relegata in un contesto dominato quasi esclusivamente dalle scelte di mercato, e le valutazioni etiche fossero messe in campo solo per determinare la destinazione degli utili, fra ristorno, consolidamento patrimoniale, iniziative benefiche, azioni sociali, attività ricreative e via dicendo.

Ricchezza e dinamicità degli Statuti

Questa constatazione ci sollecita una domanda: ma se la società cambia – e la storia ce lo insegna – come fa uno strumento come lo Statuto a restare attuale?

I disordini nei pressi dell’Università della Sorbona, a Parigi, che diedero il via al cosiddetto “maggio francese” (1968).

I disordini nei pressi dell’Università della Sorbona, a Parigi, che diedero il via al cosiddetto “maggio francese” (1968).

Risposta: cambia anche lo Statuto. È vero che c’è uno iato tra Statuto e pratiche di gestione, ma questa distanza non può aumentare oltre un certo limite. Quindi, la storia delle imprese cooperative è contraddistinta da tantissime modifiche statutarie, che hanno via via rivisto una serie di aspetti. E qui veniamo a uno degli snodi cruciali: come e perché cambia lo Statuto?

Le ragioni sono essenzialmente tre.

  1. Lo Statuto è un documento giuridico e come tale deve essere in linea con le normative vigenti. Quindi, se cambiano le leggi dello Stato che riguardano il movimento cooperativo, anche gli statuti delle imprese autogestite vanno adeguati di conseguenza.
  2. Quando una cooperativa consolida una certa prassi, non prevista dallo Statuto, questo può essere modificato per recepirla e dunque istituzionalizzare e sancire ciò che prima aveva una veste informale.
  3. La terza ragione è la più importante, perché finisce per contraddire il pregiudizio che accompagna l’idea stessa di Statuto. Quest’ultimo, infatti, può variare perché si vuole cambiare la realtà delle cose. Ossia, per innovare certi meccanismi societari o rendere più efficace o efficiente la cooperativa nel suo complesso, si interviene sullo Statuto per far diventare obbligatorie determinate novità. Ad esempio, alcune cooperative hanno voluto dare maggiore spazio alle donne nelle posizioni di vertice, e dunque hanno esplicitato nel nuovo Statuto che il 40% o il 50% dei posti nel cda deve essere riservato alle cosiddette ‘quote rosa’.

E qui sta la virtù dello Statuto, che non può essere liquidato come un documento ufficiale ma dopotutto superato, affannosamente modificato ogni qualvolta un cambiamento nella realtà dei fatti lo richieda. Perché in tanti casi è vero esattamente l’opposto: è per cambiare la realtà dei fatti, dell’agire concreto e quotidiano che bisogna cambiare lo Statuto.

A suo modo, quindi, si tratta di un documento dinamico, che rappresenta un poco la ‘sceneggiatura’ cui fa riferimento la cooperativa e che a ben vedere ne racchiude il passato, il presente e il futuro. Bisogna andare un po’ oltre l’idea di rigidità di questo testo, per abbracciare la prospettiva di uno statuto molto più propositivo. Si tratta, insomma, di un rapporto osmotico tra leggi codificate e pratiche informali, con le une che vanno a contaminare le altre.

Insomma: non ha senso dire Torniamo allo Statuto. Meglio Andiamo allo Statuto, collocandone il senso così in un contesto fattivo e vivace. Sarebbe forse utile recuperare, almeno parzialmente, quella tradizione per la quale lo Statuto non enunciava solamente dei principi asettici, ma conteneva precetti, indicazioni nel merito e buone pratiche relative alle modalità di funzionamento della dimensione commerciale.

Il Quarto Stato, di Pellizza da Volpedo (1901)

Il Quarto Stato, di Pellizza da Volpedo (1901)

Sarebbe un ottimo risultato per ribadire che le cooperative di consumo sono imprese che funzionano con una logica differente da quella di Esselunga, di Carrefour o di Auchan, perché il profitto non è il fine del loro business, ma un mezzo per raggiungere scopi di carattere socio-economico e culturale.

 

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