La città co-operativa

9 settembre 2013 pubblicato in Focus #01

In questi giorni sta uscendo in tutte le librerie, per i caratteri della Bruno Mondadori di Milano, nella nuova collana “Quaderni Cooperativi”, il  libro La città co-operativa di Sergio Costalli, Presidente della Fondazione “Memorie Cooperative”. Luca Toschi, Direttore del “Communication Strategies Lab” dell’Università di Firenze, che ne ha scritto la Presentazione, approfondisce qui con l’autore i punti più rilevanti di questa pubblicazione.

 

1. Un libro per parlare di futuro?

Luca Toschi. Oggi, che se i media (vecchi e nuovi) non parlano di te non esisti, tu hai deciso, per avviare un dialogo, anche polemico, con il mondo della cooperazione e della mutualità, di pubblicare un libro, La città co-operativa (Milano, Bruno Mondadori, 2013). Un libro: quanto di più datato si potrebbe immaginare, secondo molti e secondo, soprattutto, i recenti dati ISTAT che ci ricordano come in Italia si sia agli ultimi posti in Europa per lettura di libri appunto. Non temi di correre il rischio di dare un’immagine di te e della Fondazione “Memorie Cooperative” antiquata?

Sergio Costalli. La mia prima intenzione è stata quella di aprire un confronto in un ambito ben definito, quello di Unicoop Tirreno. Mi interessava avviare un dialogo con i soci della cooperativa, con i suoi dipendenti e con i territori nell’ambito dei quali si trovano ad operare. Lo strumento forse è datato, ma è ancora l’unico strumento che consente di svolgere un ragionamento di largo respiro, che consente di cogliere la complessità del nostro vivere e di riordinare questa complessità per ricondurla all’unità del reale.

Le nuove tecnologie non consentono, anzi non tollerano proprio, lunghi e complessi ragionamenti. E allora, come trasmettere una concezione del mondo e della vita, come dare l’idea del viaggio e della interconnessione di tutte le cose in una sostanziale complessa unità, come rilevare il nostro personale costante cambiamento pur rimanendo sempre uguali a noi stessi se non utilizzando il vecchio libro? Pertanto non sono stato io a scegliere lo strumento, è lui che ha scelto me.

Toschi. Quando ci siamo conosciuti nella prima metà degli anni ‘90, tu che provenivi da una cultura ‘classica’, oggi si direbbe tradizionale, assai poco digital native, mi chiedesti di fare un progetto per l’allora Coop Toscana Lazio centrato sulle nuove tecnologie. Un progetto che ponesse il mondo cooperativo davanti alla rivoluzione digitale, che intuivi dover essere governata se non si voleva esserne travolti. Come vedi oggi il tuo mondo davanti all’ormai indiscussa centralità della cultura digitale?

Costalli. Nell’ambito della cooperazione di consumatori abbiamo avuto qualche difficoltà ad affrontare il problema di come presentarci unitariamente all’esterno, al di là ovviamente delle nostre attività e strutture commerciali. Abbiamo avuto spesso idee importanti ma abbiamo anche infinite remore; non siamo mai tutti uniti e non prendiamo decisioni se non per quello che potremmo definire ‘il minimo comune denominatore’ che, proprio per il fatto di essere ‘minimo’, non è mai il ‘massimo’ di quello che invece potremmo fare.

Carta stampata, radio, televisione, rete… a mio parere il movimento cooperativo è ‘molto in ritardo’ nel comprendere le potenzialità e le opportunità di un utilizzo sistematico e sinergico di questi strumenti e nell’accentuare la propria presenza in questi ambiti oggi essenziali, vitali: o ci sei o non esisti.

Toschi. Puoi fare degli esempi?

Costalli. Pensa cosa potrebbe significare il codice QR sui prodotti a marchio: potremmo essere in grado di dare al consumatore la possibilità di seguire l’intera filiera del prodotto, oltre alla sua ‘traccia’, si potrebbe vedere il luogo di produzione, descrivere il metodo di conservazione, ‘entrare’ nei laboratori di trasformazione e così via…

Pensa ai nostri depliant che vanno a riempire le cassette delle lettere e purtroppo anche i cassonetti della nettezza urbana; potrebbero essere sostituiti da quel quadratino applicato ‘sull’uscio’ del negozio o pubblicato sul quotidiano locale. Spendiamo milioni di euro in pubblicità cartacea che viene di solito gettata via, non importa che sia carta riciclata, sempre alberi furono. Conserviamo ancora grandi potenzialità, grandi capacità e tanta voglia di fare ma purtroppo siamo distolti da altri problemi. Dobbiamo ritrovare una forte volontà per appropriarci di questi nuovi strumenti che potrebbero ampliare a dismisura le nostre capacità di interazione con il corpo sociale e i consumatori, a tutti i livelli, dalla partecipazione istituzionale alle attività meramente commerciali, avviando un rapporto non tanto circolare quanto elicoidale: una circolarità che non ritorna allo stesso punto ma si spinge continuamente in avanti, in una progressione infinita.

In questa prospettiva la nascente Realtà Aumentata – di cui tu sei un antesignano in Italia – potrebbe aprire scenari inediti per l’intero movimento. Ma, come dicevo, qui il ritardo è forte…

2. Noi, naturalmente innovativi, creativi.

Toschi. … e grave, per noi importatori di tecnologia ma ricchissimi, come poche altre nazioni, di contenuti. In questo però, ti assicuro, non siete soli. Eppure il movimento cooperativo, nella peculiarità della sua cultura è naturalmente orientato alla cultura dei nuovi media: basti pensare alla fortuna che una parola come “cooperazione” ha all’interno di Internet. Mi è più volte capitato, in contesti scientifici – recentemente in un incontro con colleghi di lingua spagnola –, di raccontare l’esperienza del Laboratorio di Comunicazione Multimediale di Vignale Riotorto che tu volesti nel 1995. La tua richiesta – politica – fu quella di cercare di inventarci un uso delle nuove tecnologie per rafforzare le possibilità di dialogo fra i soci, e fra quest’ultimi e chi li rappresentava. Si immaginò così un sito dove ogni socio avesse una sua pagina: insomma la tua richiesta ‘politica’ indusse il tecnico della comunicazione – io – a ideare un qualche cosa che poi altri avrebbero ripreso e avrebbero chiamato Facebook (peraltro con immensi guadagni). Perché dobbiamo sempre aspettare progetti che parlino inglese per capire dove dobbiamo andare quando la nostra storia, la nostra cultura, colta e popolare, dovrebbe – a livello internazionale – porsi come guida?

Costalli. Sappiamo anche essere innovativi e creativi.

L’esigenza di allora era sentita e reale. Un’esigenza che nasceva dalla base sociale, dalla perdita del contatto ‘fisico’ con i luoghi decisionali determinata dalla straordinaria crescita della cooperativa, dal suo sviluppo sul territorio, dalla sensazione del venir meno di quella purezza primigenia che aveva significativamente caratterizzato gli anni eroici del dopoguerra. Dovevamo dare delle risposte e darle con urgenza. L’utilizzo delle nuove tecnologie ci parve il modo migliore per rinsaldare e rilanciare il rapporto con il corpo sociale, per far interessare e avvicinare alla cooperativa le nuove generazioni. Affermare valori antichi con strumenti tecnologicamente avanzati: ancor oggi ritengo che quel progetto sia stato veramente valido e importante.

Alla luce degli sviluppi (anche economici, allora imprevedibili) che la materia ha avuto negli anni successivi risulta chiaramente che fu una vera sciocchezza abbandonarlo. Una sciocchezza condivisa. Forse anche noi stessi dovevamo essere più intransigenti e combattivi. Dovevamo crederci di più e agire in maniera più coordinata.

Per rispondere alla seconda parte della tua domanda, ovviamente semplificando, ritengo che il resto sia moda e ‘mercatura’ e che l’inglese sia la lingua dei dominatori, una lingua tra l’altro abbastanza brutta, così come oggi viene parlata e scritta. Certamente il filologo che è in te non ha dimenticato che una lingua sottende anche un modo di pensare e conseguentemente di agire, anche se per alcuni le due fasi si seguono purtroppo in maniera inversa.

Qui mi fermo, non voglio inoltrarmi nel tema della colonizzazione culturale… ma è un bel tema che potrebbe portarci molto lontano, facendoci avvicinare a qualche verità.

Toschi. Però l’esperienza di quel Laboratorio di Comunicazione Multimediale che era impegnato a dare voce a tutti i soci della cooperativa fu interrotta, anzi cancellata dal momento che nel Web quasi non ne resta traccia.

Costalli. È vero, nel portare avanti quel progetto allora altamente innovativo, siamo stati fermati. Questa conclusione non l’attribuisco, oggi, a degli ordini perentoriamente impartiti dall’alto, che secondo me non ci sono stati, ritengo invece che il blocco fosse determinato da due concomitanti situazioni interne: la resistenza della tecnostruttura al cambiamento e la nostra incapacità di far accettare tale cambiamento. Abbiamo subìto la sorte di tutti coloro che hanno agito troppo in anticipo sui tempi…

Anche le cooperative, pur essendo imprese che hanno a loro fondamento un rilevante sistema valoriale, se le osserviamo dal solo lato ‘impresa’, qualche difettuccio lo possono palesare, è normale e umano che sia così. Noi non siamo di questo mondo ma in questo mondo siamo costretti ad operare, se non fosse così non avrebbe neppure senso la nostra presenza; se il mercato avesse già un volto umano, se vivessimo nel trionfo della libertà, della democrazia e della giustizia, se tutti noi fossimo uomini perfetti, senza macchia e senza paura, non avrebbe senso la nostra lotta per migliorare il mondo e le condizioni di vita dei nostri concittadini.

Il riformatore deve essere tenace e paziente, un seminatore di idee, che possono maturare anche con ritardo, ma proprio perché fiducioso nelle sorti migliori e progressive non deve mai disperare. Il tempo arriverà, se noi sapremo lavorare bene.

3. Un’impresa di nuova generazione.

Toschi. Perché hai ritenuto strategico rilanciare in un momento di emergenza vera, come è questo che sta attraversando il nostro Paese, quella che ai più può apparire la dimensione meno concreta del pensiero cooperativo, e cioè la storia del suo pensiero?

Costalli. La risposta è già nella tua domanda. Coop si trova oggi in una posizione privilegiata per favorire il cambiamento e per capitalizzarne il vantaggio strategico.

Ci collochiamo infatti in un’area promotrice di istanze e valori che godono di grande attualità culturale: ecologia dei consumi, etica di impresa, ricerca di autenticità, sostanza in luogo dell’apparenza, intergenerazionalità, ecc. Ma la relazione tra Coop e il concetto di cooperazione non è scontata. Né è scontato come questo concetto possa trasformarsi in natura d’impresa. Le cooperative si reggono sul delicato equilibrio, sul sottilissimo rapporto, tra le istanze economiche, proprie del soggetto impresa, e le istanze valoriali ed etiche appartenenti al corpo sociale. Occorre dosare i due elementi, nelle diverse situazioni, creare il giusto equilibrio nello spazio e nel tempo. Equilibrio che non è un dato di partenza: deve essere continuamente ricercato nella prassi quotidiana.

Ricerca ancora più importante e necessaria se, a livello di massa, non è stato ancora ben compreso il modo con il quale il concetto di cooperazione si oggettivizza e si trasforma in impresa e ne permea la natura. Questa strana forma societaria: né privata né pubblica! Una proprietà collettiva che riesce a stare sul mercato e nel mercato pur non avendo alla base le fondamenta stesse di questo mercato: il capitale, la ricerca del profitto e la mercificazione dei rapporti. Una forma di impresa che si pone come risposta all’esasperato individualismo dei nostri tempi e che si erge come argine alla lotta di tutti contro tutti, in nome della mutualità e della solidarietà.

Toschi. Ma forse è proprio questa natura della realtà cooperativa, estranea al mercato così come è concepito, a suscitare tanta diffidenza da parte di molti. In una visione delle dinamiche socio-economiche come è quella oggi dominante, segnata da una tifoseria conservatrice refrattaria ad ogni forma di intelligenza, di sperimentazione, di ricerca, di progresso, i più sono portati a pensare che o si è dentro o si è fuori questo mercato. O si è a favore o contro. Non è che lo pensano anche molti all’interno del movimento cooperativo, specie in quelle aree ritenute più tecniche, professionali?

Costalli. La nostra forma organizzativa è necessariamente più articolata e complessa rispetto a quella delle imprese capitalistiche tradizionali. Noi non possiamo assolutamente scinderci ma dobbiamo tenere risolutamente compenetrate le parti che compongono la cooperativa: la cooperativa è una e una sola. Senza l’attività d’impresa saremmo soltanto una combattiva associazione di consumatori, con derive movimentistiche e autoreferenziali. Senza gli elementi etico/sociali saremmo una delle tante imprese della grande distribuzione, forse neppure la migliore.

Toschi. Ma così è come se l’impresa fosse una condizione da accettare vostro malgrado…

Costalli. …hai ragione, non c’è dubbio che persista ancora in larghi settori dell’opinione pubblica l’idea che tende a confinare le cooperative in un ruolo residuale, per cui tali imprese possono esistere solamente se piccole, dedite ad una funzione sociale ma incapaci di competere con successo sul mercato di loro appartenenza con le altre imprese ‘tradizionali’. È da questo pregiudizio, cieco, per sottovalutazione o incomprensione in primo luogo delle normative che garantiscono la pluralità delle forme di impresa, che nascono le accuse di ‘protezione’ in relazione alla capacità che le cooperative hanno dimostrato di avere nel conseguire importanti risultati.

A questo si debbono aggiungere anche le accuse che da parte di ‘avversari politici’, appartenenti a schieramenti diversi tra loro, sono rivolte alle cooperative per aver smarrito il contatto con i soci, a causa delle loro dimensioni, del loro fatturato e della loro vasta diffusione territoriale. Ma è proprio crescendo che le cooperative sono riuscite a competere con le grandi aziende capitalistiche e nello stesso tempo a salvaguardare gli interessi più generali dei loro soci.

Toschi. Correndo il rischio di snaturarsi?

Costalli. No. Non devi credere che per il solo fatto di utilizzare gli strumenti che il mercato mette a loro disposizione le cooperative ne vengano per questo snaturate. Occorre porre fine a queste accuse. L’ho più volte detto e scritto e qui voglio ripetertelo: se potessi scegliere è ovvio che vorrei vivere in un sistema migliore rispetto a quello nel quale oggi ci troviamo costretti a vivere e a operare ma siamo qui ed ora e ogni passo che facciamo, accettando in pieno tutte le nuove sfide che la contemporaneità ci pone, lo facciamo per migliorare le condizioni dei nostri soci ed è comunque un importante passo in avanti che ci deve rendere orgogliosi del nostro lavoro.

Ecco, per dire tutto questo e farlo comprendere occorre raccontare la nostra Storia.

4. Oltre lo strapotere del quotidiano.

Toschi. A mano a mano che l’intervista procede con le tue risposte mi fai sentire sempre più il socio cui ti rivolgi nel tuo libro. Ti chiedo: come vedi il rapporto – sia nel passato che nel presente – fra gli ideali del movimento cooperativo e le cose concrete che il movimento decide di realizzare?

Costalli. Oggi noi subiamo in maniera rilevante il ‘potere del quotidiano’, senza avere la necessaria spinta verso il futuro. Ma il futuro è il quotidiano di domani, da preparare già oggi. Al contrario di quanto si va predicando in questi tempi, nei quali il presente si è impossessato di tutto, per me è il futuro, da conquistare vivendo, che deve condizionare il nostro presente. Il presente, alla luce del tempo che abbiamo da vivere, è un misero tratto che lega il passato al futuro.

Non mi stancherò di ripeterlo: la cooperazione deve mirare a conquistare il futuro.

Nella ricerca di quel delicato equilibrio, prima ricordato, tra le istanze valoriali e quelle economiche oggi, per ragioni oggettive facilmente comprensibili, ci troviamo nella fase in cui le istanze imprenditoriali sono nettamente prevalenti. Ecco perché, a parer mio, salvaguardando necessariamente quanto inerisce alla cooperativa impresa, anzi potenziandolo se necessario per meglio rispondere alla crisi in corso, dobbiamo anche spingere sul lato ideale. Se vuoi, puoi considerarlo pure un nostro possibile vantaggio competitivo oltre che una necessità insita nel nostro essere cooperativa. Purtroppo da alcuni questa necessaria spinta non viene compresa e non è sorretta con adeguato impegno.

Insomma, il marketing sociale è troppe volte confuso con l’affermazione dei nostri valori. Ho comunque una grande fiducia nella capacità delle nostre istanze sociali di far comprendere anche ai più ‘refrattari’ i valori profondi della cooperazione.

Toschi. Nel tuo libro insisti tanto sul valore della mutualità. Perché senti il bisogno di riproporre un’idea ma anche una parola così a rischio di estinzione o di contaminazione con un buonismo che male si addice alla conflittualità culturale e sociale del movimento cooperativo? Come incide su di te che da anni ricopri ruoli di dirigenza rilevanti?

Costalli. Nel nostro sistema economico esiste una pluralità di forme d’impresa, tra le quali la forma cooperativa nettamente si caratterizza per la sua particolare vocazione all’economia sociale di mercato. La continua ricerca di efficienza e di competitività, dettata dalle difficoltà sempre maggiori che si presentano sui mercati, distoglie oramai, con una certa maggior frequenza, anche le migliori tra le imprese dagli impegni rivolti al miglioramento degli impatti sociali del loro agire. Quasi da sole le cooperative mantengono il loro impegno in merito.

I cambiamenti degli stili di vita e di consumo richiamano tuttavia anche il mondo Coop ad una diversa attenzione nell’affrontare il problema…

Toschi. …sì, capisco, ma nel cercare di difendere questa coerenza fra principi enunciati e pratiche reali, davanti ad un’emergenza sociale ed economica che sembra giustificare l’azzeramento di decenni di progresso, di diritti – rimandabili in nome di un sano realismo a tempi migliori, per raggiungere i quali tutto sembra essere ammesso –, non siete oggettivamente svantaggiati?

Costalli. È vero. Per loro natura le cooperative sono particolarmente attente al rispetto delle leggi, dei contratti di lavoro, delle persone e dell’ambiente, e si sono fatte carico, storicamente, di portare a soluzione un’infinità di problemi locali e nazionali, nell’esercizio di un’impegnativa attività di responsabilità sociale d’impresa. Hanno saputo trasformare i diversi rischi in nuove opportunità ma adesso, anche per loro, il percorso si è fatto sempre più stretto ed accidentato. Non possiamo pertanto non richiamarci ai nostri valori, primi fra tutti l’intergenerazionalità e la mutualità.

Valori importanti, fondamentali, alle volte non ben compresi sino in fondo dalla stessa nostra base sociale, nell’ambito della quale risulta predominare il sentimento della solidarietà. Anch’esso valore importante ma non fondamentale per la cooperativa impresa.

5. Mutualità, intergenerazionalità.

Toschi. Puoi approfondire questo nesso fra mutualità e intergenerazionalità?

Costalli. Andiamo per ordine: la cooperativa associa persone, secondo i principi democratici della porta aperta e di una testa un voto, nella più completa autonomia e libertà. Gli associati aderiscono ad un patto di mutualità, ovvero ad un patto con il quale stabiliscono di regolare i loro rapporti secondo prestazioni corrispettive: io ti do, tu mi dai. Per meglio chiarire: i soci si aspettano, nel caso nostro, che la cooperativa metta a loro disposizione, ponendoli in vendita, beni di qualità e sicuri a prezzi bassi tutti i giorni mentre la cooperativa, ovvero l’insieme degli altri associati, si aspetta che ciascun singolo socio effettui i propri acquisti presso i punti vendita della cooperativa. Nella solidarietà invece l’atto che si effettua è gratuito e a senso unico: una parte prende, una parte dà; può nascere un sentimento di riconoscenza, ma non è detto e comunque non è obbligatorio.

Toschi. Significa che state sperimentando un nuovo paradigma economico e sociale e culturale di convergenza d’interessi?

Costalli. Attraverso la mutualità si opera per produrre beni e servizi, occasioni favorevoli, lavoro, utilità e ricchezza; attraverso la solidarietà si dona, o si mette a disposizione, quanto disponibile o prodotto in sovrappiù. È evidente che il sovrappiù deve esserci. Mentre la mutualità è la base necessaria, dalla quale non si può prescindere, affinché si abbia impresa cooperativa, la solidarietà invece deve essere sì esercitata, quando e quanto possibile, perché, ripeto, è comunque un valore importante, tuttavia occorre ben comprendere che la cooperativa come impresa non potrebbe vivere di sola solidarietà, sia in dare che in avere.

Toschi. Quindi?

Costalli. Quindi, la forza della mutualità è tanto più rilevante se la colleghiamo all’altro valore fondamentale dell’intergenerazionalità, ovvero l’obbligo che grava sui cooperatori di oggi di trasmettere, almeno intatto se non arricchito, il patrimonio sociale, e quindi la cooperativa stessa, alle future generazioni di cooperatori.

La cooperativa deve pertanto poter vivere: deve vivere perché non si può disperdere il patrimonio accumulato in anni di attività; deve vivere per continuare ad erogare il servizio per il quale è stata fondata ai soci; deve vivere per mantenere i posti di lavoro diretti e indotti; deve vivere perché senza le singole cooperative non si avrebbe più il movimento cooperativo; deve vivere perché senza il movimento cooperativo si disperderebbero, con il tempo, i più importanti valori che hanno caratterizzato, in un secolo e mezzo, un nuovo e più giusto modo di fare impresa. Un modo di fare impresa che ha fatto crescere conoscenza e consapevolezza tra le classi più disagiate e che ha reso i più umili lavoratori imprenditori di se stessi. Affinché l’idea perduri ed il sogno non svanisca l’impresa deve continuare, a costo anche dei più gravi sacrifici….

6. Quale tecnostruttura per una cooperativa?

Toschi. … e qui emerge il problema dei dirigenti e del loro rapporto con la tecnostruttura, gli addetti alla pianificazione, al controllo di qualità, al controllo di gestione, all’analisi dei tempi e dei metodi secondo la definizione più recente…

Costalli. Un dirigente cooperativo è un professionista profondamente diverso da un semplice dirigente d’azienda capitalistica. Infatti alle conoscenze tecniche deve aggiungere una specifica preparazione, predisposizione mi verrebbe da dire, politica e valoriale, da potere e sapere coniugare costantemente con la tecnicalità.

Toschi. Ed è quanto accade nel mondo delle cooperative?

Costalli. Purtroppo con dirigenti provenienti dall’esterno abbiamo avuto esperienze non sempre positive. A dispetto dei nostri critici e avversari il mestiere di dirigente cooperativo non è tra i più semplici e non lo si apprende nelle facoltà universitarie.

Toschi. Puoi essere più esplicito? Il punto mi pare fondamentale.

Costalli. Non intendo entrare nei particolari, ci porterebbero molto lontano, ma un aspetto sugli altri mi preme di far rilevare, un aspetto che alle volte porta anche i membri dello stesso Consiglio di Amministrazione della cooperativa a dare delle valutazioni di merito non sempre conformi o confacenti al nostro essere cooperativa di consumatori: l’aspetto è questo, Unicoop Tirreno è una cooperativa di consumatori, non una cooperativa di lavoratori della grande distribuzione o un consorzio di dettaglianti, o una cooperativa di altro genere. Alle volte sfugge proprio questo fatto, che l’esser cooperativa di consumatori ci impone di avere, sempre e comunque, come obbligato punto di partenza e di riferimento, i soci consumatori, non i dipendenti, siano pure membri della dirigenza. Il punto di vista pertanto è uno e uno solo, quello del socio consumatore, e non può variare di volta in volta, secondo il mutare delle esigenze del momento. L’utilità del nostro operato, del nostro lavoro e del nostro servizio, deve essere misurata presso il socio consumatore finale. Il nostro ‘driver’ è il socio in essere, con il suo numeretto di iscrizione al libro soci della cooperativa, persona reale con nome e cognome, con le proprie esigenze e le proprie personali motivazioni, non un ipotetico socio considerato in astratto e magari formalmente non ancora tale. È assai probabile, con la precisazione puntuale del vero ‘driver’, che alcune delle nostre idee e delle nostre iniziative potrebbero/dovrebbero essere almeno parzialmente riviste.

7. Politica.

Toschi. Cosa significa per te la politica?

Costalli. La politica si occupa di rapporti di potere, dello Stato e dei rapporti tra gli Stati, delle persone e dei loro bisogni, delle attività economiche, di come queste vengono regolate nella realtà di tutti i giorni, e dei rapporti che si creano nell’ambito della società civile, dei diritti e dei doveri, delle libertà e della comunità, e via andare. Tuttavia, per chi, come me, è laureato in Scienze Politiche la prima risposta alla domanda, quella che immediatamente viene fornita, è che la politica è una scienza. La scienza del possibile. Una scienza che, proprio perché ha un oggetto così vasto, racchiude in sé tutte le altre, tutta la conoscenza degli uomini e tutti i loro desideri, aspirazioni e aspettative. Una scienza che vive di vita propria e contemporaneamente necessita del supporto di tutta la cultura e di tutta la conoscenza del suo tempo per essere in grado di ben operare. Non è quindi, a ben vedere, una scienza oggettiva, sorretta da dogmi e garantita da esperti…

Toschi. Un interesse, quindi, il tuo che viene da lontano…

Costalli. …già, nei miei anni giovanili ho apprezzato più Platone che Aristotele ma, se andiamo alla definizione che quest’ultimo ne ha dato, la politica era l’amministrazione della città, ovviamente per il bene comune, nell’ambito di un luogo fisico che potesse consentire la reale partecipazione dei cittadini, ne possiamo rilevare la modernità. Con i pensatori successivi siamo passati dalla necessità di delegare ad un ente superiore il monopolio dell’utilizzo della forza, al fine di evitare che gli uomini si sbranassero reciprocamente, alla mera affermazione degli istinti che hanno nell’aspirazione al potere personale la loro più eclatante manifestazione. Si va dagli ‘unti’ investiti del potere da una qualsiasi divinità alla più comune volontà di potenza. Per la politica e i politici, in definitiva, si potrebbero trovare definizioni per tutti i gusti, tutte valide, nessuna giusta.

Toschi. E l’uomo comune?

Costalli. È bene ricordare che ‘fa politica’ pure colui che concretamente non svolge alcuna attività politica in senso proprio, sia esso consenziente o dissenziente con il potere costituito. Ogni nostro pensiero, ogni nostro atto, ogni nostro sentimento è comunque anche politica. È politica perché avvia o alimenta una interazione tra soggetti, tale da determinare nuovi o diversi comportamenti o pensieri in noi e in altri soggetti, una concatenazione che si proietta all’infinito. L’analfabetismo politico si è dimostrato nei secoli estremamente deleterio, come del resto lo è anche oggi in quanto priva i cittadini dell’arma più importante che hanno a loro disposizione per l’esercizio del potere, poco o tanto che sia: la possibilità di capire e di scegliere di conseguenza ad un ragionamento logico non in base a delle alterazioni passionali.

Tralasciando le definizioni della dottrina sociale della Chiesa e i corposi studi dei marxisti di ogni tempo come posso in definitiva rispondere alla tua domanda: che cos’è allora la politica? Molto semplicemente, per me, la politica è la vita di relazione: la vita, per come la viviamo, per come la vogliamo e per come la si subisce.

8. Il corpo sociale.

Toschi. Quanto pesano oggi nel mondo cooperativo i Soci? E cosa significa dirigere una grande azienda come quella in cui lavori dando loro diritto di parola?

Costalli. Premesso che la cooperativa è una società composta da persone e che il suo capitale è variabile e che proprio sulle persone e non sul capitale si fonda, ritengo che la domanda presenti due ordini di problemi: nella sua prima parte si richiama al ‘mondo cooperativo’; mentre, nella sua seconda parte, si riferisce ad una cooperativa particolare come Unicoop Tirreno. Particolare per dimensioni e per attività svolta.

I soci, in senso generale, ‘pesano’.

Toschi. Pesano davvero, o si fa anche molta retorica sulla loro presenza?

Costalli. Pesano moltissimo, nelle piccole cooperative, nelle cooperative di produzione e lavoro, in quelle agricole e in quelle di pescatori e simili, nelle cooperative di servizio e in quelle di abitazione; tutte cooperative nell’ambito delle quali vi è un rapporto costante e personale tra soci e apparato tecnico, dove i ruoli possono essere anche intercambiabili o ricoperti a rotazione, dove la gestione quotidiana finisce quasi con il coincidere con le attività di indirizzo e di controllo.

‘Pesano’ invece un po’ meno, singolarmente e personalmente, nell’espletamento delle attività quotidiane della cooperativa, là dove il loro numero sia elevato e dove l’attività venga condotta su un territorio di vaste dimensioni. Ma questo è più che naturale; un conto essere uno tra venti e un conto essere uno tra un milione, non c’è partita, è chiaro. Una cosa è vedersi e parlarsi tutti i giorni, magari lavorando fianco a fianco, e cosa ben diversa è abitare a cinquecento chilometri di distanza e recarsi a far la spesa in supermercati che recano lo stesso marchio. Quello che unisce, nel secondo caso, è la condivisione di valori e la fiducia nella missione cooperativa non certamente la frequentazione e la conoscenza diretta.

Da questi elementi, tuttavia, non dobbiamo far discendere farisaici giudizi di valore ripartiti in base alle dimensioni delle singole cooperative. È invece necessario prendere atto di un’importante realtà e mantenerla costantemente nell’alveo valoriale che la contraddistingue, altrimenti saremmo noi i primi ad essere impressionati e impensieriti dal nostro stesso successo, che, a pensarci bene, sarebbe una vera e propria sciocchezza.

Toschi. Le tue parole sembrano rimandare alla già ricordata questione del ruolo dei tecnocrati: gli esperti, gli specialisti che, in forza delle loro conoscenze tecniche, influenzano il potere decisionale e d’indirizzo di un’azienda: a livello di pianificazione, di gestione, di analisi. Una questione che non può essere affrontata in maniera neutrale, come se la qualità della loro professionalità potesse prescindere dal confronto con la mission identitaria dell’azienda per cui lavorano. Non esiste una professionalità valida in assoluto. Un po’ come la comunicazione: sbaglia – e tu lo sottolinei più volte nel tuo libro – chi ritiene che l’indubbia componente tecnica di quest’ultima sia un fatto che debba prescindere dall’identità valoriale di un’impresa, di un ente, di un’organizzazione. Anche per la tecnostruttura vale il: “dimmi che tecnostruttura hai e ti dirò chi realmente sei”?

Costalli. Dobbiamo essere consapevoli che la tecnostruttura, nelle cooperative di grandi dimensioni, inevitabilmente assume un ruolo di grande importanza e che, per questo specifico motivo, il rapporto tra tecnostruttura e proprietà sociale è uno tra più dibattuti. Non è sempre facile tracciare una netta linea di demarcazione tra i ruoli e le funzioni della tecnostruttura professionale e quelli della proprietà sociale. È quasi inevitabile che si abbia in alcuni casi una sovrapposizione tra i due ruoli che invece dovrebbero rimanere ben distinti. La tecnostruttura è portata a travalicare i propri compiti operativi e gestionali per interessarsi degli indirizzi strategici mentre, al contrario, la proprietà sociale sovente abbandona la propria funzione di indirizzo e controllo per intromettersi nella gestione operativa. La ricerca e il mantenimento dei giusti equilibri diviene quindi uno dei compiti più importanti ai quali deve assolvere la massima rappresentanza della proprietà cooperativa, con la consapevolezza che i soci, nel loro insieme, ‘fanno’ la cooperativa.

Occorre tuttavia riflettere anche in merito alla selezione dei gruppi dirigenti ‘politici’, la rappresentanza del corpo sociale…

Toschi. … i soci sono i soli proprietari della cooperativa…

Costalli. … sì, è vero che i soci sono i proprietari della cooperativa, non come singoli ma bensì in quanto comunità sociale, ma è altrettanto vero che di questa loro proprietà essi non possono ‘liberamente’ disporre a loro piacimento o capriccio, a maggior ragione da un punto di vista etico e valoriale. Richiamarci al valore dell’intergenerazionalità è semplice, ancor più semplice è proclamare che nessun socio, sia personalmente che collettivamente, può malamente disporre di questo patrimonio comune che è la cooperativa.

In quell’intreccio di democrazia diretta e rappresentativa per l’elezione alle cariche sociali, come previsto e disciplinato dai nostri vigenti regolamenti e dallo Statuto, è necessario inserire ulteriori vincoli, filtri e più forti garanzie atte a tutelare la continuità dell’impresa cooperativa. Deve essere a tutti chiaro che, per il solo fatto di aver versato i 25 euro di quota, non si acquisisce il diritto di poter scardinare, per capriccio, rivalsa o per motivi ancor più bassi, settant’anni di storia cooperativa e seimila posti di lavoro diretti, più quelli dell’indotto.

Toschi. E cioè?

Costalli. La continuità dell’impresa deve prevalere su tutto e su tutti; deve prevalere anche sulla libertà del singolo socio a non riconoscersi più nell’impresa cooperativa stessa: se così fosse il socio possiede già uno strumento più che valido: il recesso. Senza le singole cooperative la cooperazione non potrebbe esistere se non come concetto astratto.

Toschi. I soci quindi, non il socio singolo, rappresentano la proprietà della cooperativa?

Costalli. Sì, a me piace chiamarlo il corpo sociale.

9. Oltre l’agire locale e il pensare globale.

Toschi. Quale rapporto vedi fra agire locale – il vostro spazio d’azione, seppure a livello interregionale – e pensare globale – la realtà con cui dovete confrontarvi –?

Costalli. Non mi sono mai entusiasmato ai dibattiti e alle discussioni sul locale e sul globale. Per me c’è sempre, al fondo di tutto, una questione di potere ed il potere, quello egemone, per come lo abbiamo storicamente conosciuto, in quanto dominio reale, ha sempre avuto una estensione spaziale enorme. Pensa agli imperi dell’antichità, alla Spagna del Cinquecento, all’Inghilterra dell’Ottocento, all’impero Americano dalla seconda guerra mondiale.

La geopolitica è una scienza poco coltivata nel nostro Paese, addirittura la stessa geografia è stata cancellata dai programmi di insegnamento di quasi tutte le scuole di ogni ordine e grado. Chi invece è coinvolto nella gestione del potere, al contrario di noi, cerca di ben conoscere e gestire gli elementi basilari sui quali il potere come dominio si fonda, il denaro e in particolare il suo più potente moltiplicatore ovvero la produzione del denaro attraverso il denaro, ma non solo.

Gli attivi finanziari sono oggi 5 volte il PIL mondiale, uno squilibrio veramente esagerato, derivato dalla ormai consolidata ricerca, smodata e ossessiva, tesa a trasformare immediatamente ogni aspetto della vita umana e della natura in denaro. Quando senti parlare di ‘valorizzazione’ di un bene, magari naturale, diffida immediatamente; nove volte su dieci la sua funzione naturale verrà completamente stravolta. Il bello è che una gran massa di questi denari, che ci rendono sempre più dipendenti e impotenti, sono forniti alla finanza transnazionale proprio da coloro che in massima parte subiscono i maggiori effetti negativi di questo stato di cose. Quella che un tempo avremmo definito la classe antagonista, oggi alla ricerca dei migliori rendimenti per i propri miseri risparmi, fornisce le ‘munizioni’ per le armi di coloro che la stanno asservendo e sfruttando.

Le necessità della vita quotidiana in Occidente e la lotta per la sopravvivenza nelle parti più povere del mondo sono le migliori alleate di questo capitalismo finanziario e della sua cultura egemone. Non più un progetto comune e condiviso di lotta e di riscatto ma la flebile speranza riposta nelle sole capacità individuali e nella fortuna… ‘suerte’…

Toschi. …la progressiva e inarrestabile finanziarizzazione della realtà…

Costalli. …appunto, ma la finanziarizzazione, per potersi affermare a livello globale, ha avuto bisogno di un’eccezionale ‘deregulation’ che ha generato anche conseguenze non proprio previste: il venir meno della sovranità degli Stati e una forte perdita di significato e di potere della politica: se non debbono esserci regole non servono nemmeno i regolatori; ovviamente con alcune eccezioni nell’ambito della politica interna. Gli Stati, in quanto tali, non gestiscono più gli strumenti monetari e fiscali della loro politica economica.

Si potrebbe qui introdurre anche una riflessione sull’abbandono, in ambito finanziario, dei supporti cartacei e la loro sostituzione con gli impulsi elettronici dell’informatica come grande conquista di progresso e civiltà ma la cosa ci porterebbe troppo lontano. Tanto lontano fino ad affermare che senza questo progresso, quasi sicuramente, non avremmo avuto né la globalizzazione finanziaria né conseguentemente la crisi per come l’abbiamo conosciuta in questi ultimi sei anni.

Toschi. Ma mi pare che questo processo di mondializzazione sia molto attento non solo a monopolizzare i simboli…

Costalli. Appunto, perché la globalizzazione è anche altro ancora. Guarda che cosa stanno facendo i cinesi in Africa e in altre parti del mondo. Si stanno accaparrando terreni coltivati e coltivabili in Africa e in America latina, stanno acquistando diritti di sfruttamento minerario, stringono patti sempre più stretti con i paesi produttori di petrolio e gas, acquistano foreste e ferrovie, ‘aiutano’ governi a liberarsi degli oppositori e ‘aiutano’ oppositori a rovesciare governi, secondo le proprie migliori convenienze. Stanno conducendo una politica da potenza planetaria senza disporre di uno degli elementi essenziali per poterlo fare, una forza armata convenzionale prontamente proiettabile negli scenari intercontinentali (però ci stanno lavorando).

Sanno bene i cinesi che oltre alla finanza, di cui sono abili maestri (ma anche questa loro strategia in fondo è una strategia finanziaria) ci sono anche altre cose egualmente e forse ancora più importanti : mangiare, bere, vestirsi, scaldarsi, muoversi… Essi stanno operando per garantire il futuro a 1,350 Mld di persone mentre l’Italia e l’Europa si stanno rovinando il presente, peggiorando le condizioni di vita dei comuni cittadini. Se a quanto detto aggiungiamo che gli Stati Uniti ritengono, con la diffusione e il perfezionamento dei nuovi metodi di estrazione di petrolio e gas, di affrancarsi dalla dipendenza dall’estero per il loro fabbisogno nel giro di pochi anni, possiamo star certi che gli scenari della geopolitica cambieranno di conseguenza e la stessa finanza, padrona del mondo, potrà passare in altre mani.

10. Minoranze?

Toschi. E la dimensione locale dove sta?

Costalli. Detto questo, per giungere al locale, devo necessariamente premettere che da giovane cultore dei ‘contropoteri’ sono divenuto attualmente un anziano fautore, seppur critico, dei ‘micropoteri’.

Quella che era stata individuata come ‘l’élite del potere’, frutto della rilevante concentrazione della ricchezza e dell’aumento delle diseguaglianze a livello mondiale, con l’andare del tempo e con l’intensificarsi della crisi, si è dissolta, quasi vaporizzata, rendendosi ancor meno visibile, come si trattasse di un puro concetto impossibile da oggettivare. Il potere, in senso generale, non è più attribuibile e individuabile in un luogo o in un soggetto fisico: dov’è oggi il ‘Palazzo d’Inverno’?

Se ci limitiamo all’Italia ci accorgiamo che a livello sociale non esiste più una maggioranza di riferimento ma tante minoranze quanti sono gli interessi e i valori in continuo divenire.

Toschi. Minoranze più di nome che di fatto in termini di potere reale.

Costalli. Sì perché si tratta di minoranze che non hanno più nulla di minoritario o di subordinato e non sono più sulla difensiva: hanno tutte l’ambizione di possedere il mondo, di esercitare egemonia attraverso un punto di vista di parte che produce cultura, mentalità, appartenenza e che, a differenza delle identità, che si rifanno alle istituzioni, alla storia, alla memoria, si costruiscono invece al presente, su obiettivi o valori immediati.

La minoranza sociale è divenuta così l’aggregazione più immediata dove si coagula la dimensione collettiva e dove si riorganizza il senso del gruppo ed il metodo dell’azione. È una forma dell’agire, un precipitato micro sociale che destruttura le tradizionali categorie che dividevano e insieme coagulavano la società del moderno (ceti, classi, movimenti, moltitudine, cittadinanza) e riorganizza sul territorio il conflitto e le relazioni sociali con strumenti e obiettivi diversi rispetto alle costanti e ai modelli del passato.

La partecipazione e la cooperazione, che una volta legavano dentro un partito maggioranza e minoranza, sono venute meno come è venuta meno la dimensione collettiva basata sulla mediazione e sulla speranza condivisa, perché il disaccordo politico si tramuta immediatamente in azione diretta e in minoranza politica antagonista.

Toschi. E la società del consumo?

Costalli. La società del consumo, a differenza del mercato che può vivere o sopravvivere in qualsiasi regime politico e sociale, si fonda sulla libertà individuale, l’unica condizione senza la quale sarebbe impossibile la sua affermazione. Considerare il consumo solo come agire frivolo, emotivo, piacevole o futile e comunque sempre sotto la scure della passività e della banalità vuol dire precludersi la ricerca di una qualsiasi ragione che spieghi il motivo e il senso del suo dominio sulla scena a tal punto da sostituire quella centralità del lavoro che oggi non trova più legittimazione a livello sociale e politico.

Il lavoro non ha diminuito la sua importanza ed è ancora significativo nella vita delle persone tuttavia i comportamenti messi in atto nei processi lavorativi assumono sempre più proprietà e mentalità che hanno origine nell’agire consumistico, facendo così perdere al lavoro quella forza ideologica ed etica che lo poneva come riferimento assoluto. È il consumo a dare una finalità alla produzione e a determinare sia il modo di produrre che la figura del produttore dal momento che non è più l’oggetto prodotto a creare la propensione al consumo e chi consuma, ma è il consumo stesso a disegnare tutto ciò che spinge alla produzione e appartiene al suo mondo.

La potenza politica del lavoro può essere recuperata solo dentro la potenza sociale del consumo che si dispiega sul territorio. Gli stessi individui, che nei processi lavorativi non producono alcun punto di rottura, una volta posti sul territorio, dove proiettano i loro desideri e la loro domanda di libertà, cancellano ogni forma di servilismo e di opportunismo, a cui invece si sottomettono nel processo produttivo, e travolgono argini e limiti che le nuove forme lavorative impongono loro. Il consumo è divenuto uno stato di necessità e riconoscere questa necessità significa che non vi è altro modo per essere anticonsumisti che richiamarsi a un dover essere etico e volontaristico.

11. Conflitti.

Toschi. Esistono potenti strumenti di persuasione, più o meno occulta, per orientare la cultura del consumo, o prima ancora dell’uso; alcuni dei quali sembrano lontanissimi dagli obiettivi che si pongono.

Costalli. L’intero ambito di cui stiamo parlando è, appunto, segnato da profonde dinamiche conflittuali. Il consumo consegue dall’intensità del desiderio, del bisogno, dell’impulso estetico, del piacere, del gioco, fino a tradurli in necessità. Alla fine non si può che consumare e la libertà di scelta è tutta dentro questo stato di necessità. In quanto stato di necessità, il consumo si trasforma in terreno privilegiato per ogni tipo di conflitto e pertanto diviene un problema politico per la governabilità del territorio. Si rende autonomo non solo dalla produzione ma dalle regole, dall’etica e dall’ordine del sistema di mercato. Si afferma come forza contro la dimensione economica e fuoriesce dalle sue regole.

Mentre il sistema di mercato è soprattutto imposizione del primato del sociale, della sua unità, della sua integrazione e la moltitudine messa al lavoro non può che assecondarlo perché ciò che le viene richiesto è proprio inventare e produrre nuove procedure cooperative, il consumo innesca invece un vero e proprio processo di desocializzazione: la società si fa sempre più individualista. Il consumo o è individuale o non è.

Toschi. E ritorna il motivo del “local”.

Costalli. Nell’agire locale, in senso generale, si può eventualmente ravvisare anche un sottostante pensiero intorno alla globalità ma, di solito, questo agire è più spinto dalle necessità della vita che dalle grande visioni. L’esistente della realtà globalizzata risulta, a livello individuale, non direttamente modificabile a causa dei nostri oggettivi e soggettivi limiti operativi spaziotemporali mentre, in sé, è in continuo e veloce divenire. O meglio, questo costante divenire, sommatoria di atti, fatti e pensieri individuali e di gruppo, non è mai direttamente e immediatamente ascrivibile a singoli atti, fatti o pensieri posti in essere dall’agire locale. Ci sono, cambiano la realtà ma ‘non si vedono’ nella realtà globalizzata se non quando assumono la consistenza di eventi spettacolari: la spettacolarizzazione del reale effettuata attraverso gli strumenti di comunicazione di massa e le infinite potenzialità della rete. Un modo per infrangere le barriere, di entrare in una comunità e di godere di una nuova grande libertà, ma attenzione, anche la rete ha le sue regole e i suoi ‘padroni’, come tu ci hai ripetutamente spiegato. C’è sempre qualcuno che è più uguale degli altri e che controlla i nodi dove si saldano le maglie tra loro.

Toschi. Quindi?

Costalli. Da quanto sin qui detto si rileva che non possiamo ‘cambiare’ il mondo, possiamo invece costruircene uno nostro, con pratiche nuove, con rapporti nuovi. Se pertanto non possiamo rivoluzionare nel presente l’esistente, in quanto per noi immodificabile, possiamo tuttavia iniziare una nuova costruzione per il futuro, indipendente e indipendentemente dall’esistente.

Possiamo dare avvio ad un nuovo e diverso sistema, alla costruzione di una nuova città, la città co-operativa, nella quale l’ideale scende nel quotidiano e la quotidianità prefigura l’ideale.

Toschi. Lo scenario di riferimento del tuo libro mi pare a questo punto ben definito. Non resta ora che leggere, visitare la tua Città co-operativa. Un’ultima avvertenza?

Costalli. Nel testo faccio riferimento in particolare alle esperienze promosse da Unicoop Tirreno e alle loro ancora inespresse potenzialità di arricchimento e sviluppo ma è chiaro che è sempre possibile un’estensione ad altre realtà generalizzando il metodo e condividendone gli obiettivi. Le cooperative, più di altre imprese e associazioni, sono infatti in grado di proiettare la propria azione nella realtà complessiva delle diverse comunità nell’ambito delle quali si trovano ad operare, radicando sul territorio una rete virtuosa di alleanze, coinvolgendo i fornitori di beni e servizi, imprese e professionisti convenzionati, associazioni del volontariato, imprenditoriali e di categoria, enti e istituzioni culturali, con l’unico proclamato fine di migliorare la qualità della vita, migliorando al tempo stesso il modo di fare impresa, ampliando gli orizzonti in una visione di largo respiro nello spazio e nel tempo, dando vita a quella che chiamo la città co-operativa. Attenzione, si scrive con il trattino tra le due ‘o’, altrimenti assumerebbe un significato completamente diverso e distorto.

In tale scenario il corpo sociale può e deve assumere il ruolo di una vera e propria ‘forza sociale attiva’. Una forza che promuove e vigila attentamente sulla rete imprenditoriale e valoriale e che si impegna affinché questa rete possa operare nelle migliori condizioni in ogni ambito territoriale…

12. Subalterni fino a quando?

Toschi. …un richiamo all’impegno…

Costalli. …all’impegno duro, difficile e quotidiano. La via per ripristinare quei valori sociali e collettivi che rischiano di essere cancellati dall’attuale contingenza economica, politica e sociale. Un modo di pensare e programmare il futuro per uscire dai recinti che ciascuno di noi si costruito attorno, per essere imprenditori di se stessi e contribuire a tessere la tela di una possibile ‘religione civile’ che ha nel concetto di cooperazione l’elemento fondamentale e portante.

So bene che per i fini palati della maggioranza dei politici quanto precede può apparire una fantasiosa utopia e so altresì bene che può apparire un’ipotesi bizzarra anche per gli amici più cari della cooperazione ma, in questa deludente e oscura situazione, almeno è un’idea per il futuro, se c’è chi ne ha delle migliori si faccia avanti che ne possiamo discutere, almeno avremo qualche cosa da imparare.

Toschi. Ti viene mai il dubbio che nel pensare e nel fare del mondo cooperativo vi si annidino dei rischi di fuga verso una cultura di isolamento, di una sorta di ‘leghismo’ di sinistra?

Costalli. Pavento la possibilità che il mondo cooperativo, la sua cultura e i suoi valori vengano fagocitati dall’ideologia liberista trionfante. Ritengo che se non ci sarà, in tempi brevi, un ritorno d’orgoglio la cooperazione rimarrà semplicemente e unicamente una forma societaria disciplinata dal codice civile.

Non dobbiamo e non possiamo essere subalterni all’ideologia dominante e tollerare di essere stati privati, privati radicalmente anche per nostre carenze e responsabilità, di una nostra autonoma narrazione. Che cosa è successo, tra l’altro, nel nostro Paese in questi due ultimi decenni se non una distruzione sistematica delle grandi narrazioni politiche del nostro movimento popolare e cooperativo che avevano contribuito a fare di una plebe un popolo, fondandone l’autonomia politica e culturale e sviluppandone la tendenza egemonica.

Non c’era nessun cooperatore, nessun lavoratore, per quanto privo di istruzione, che non fosse cosciente di appartenere a un grande movimento, a qualcosa che veniva da lontano e che andava lontano, che era vivo e presente nel mondo e che gli avrebbe consentito di migliorare, collettivamente, la sua esistenza e quella dei suoi figli.

La lotta che si è combattuta…

Toschi. …solo nel passato?

Costalli. …e che ancora si combatte, contro la narrazione popolare, è tutta ideologica e il movimento l’ha perduta senza neanche combatterla. È stato un vero e proprio massacro politico-culturale. Il neo liberismo nasce come progetto per spezzare il potere accumulato dalle lotte durante il fordismo e ha avuto nella spinta verso la ‘deproletarizzazione’ il suo cuore pulsante. Il ritorno alla povertà in Europa, con l’esclusione sociale, è stato il discorso interno a questo programma. Ma la crisi in corso innesca un rovesciamento di questo rapporto, apre nuove strade per le lotte sociali: siamo solo all’inizio di una nuova grammatica per i conflitti di classe.

Toschi. Un’ultima domanda. Cosa significa per te, che hai espresso sempre le tue idee nel fare concreto, nella gestione quotidiana della cooperativa, essere ora presidente di una Fondazione come Memorie cooperative?

Costalli. Rappresenta un forte impegno e un grande onore.

In primo luogo ritengo che sia essenziale per la nostra Fondazione gestire l’Archivio Storico di Unicoop Tirreno. Ma non possiamo limitarci ad un’opera di esegesi tomistica dei testi storici della cooperazione tirrenica. È nostro compito precipuo quello di contribuire, attraverso la ricerca storica, a riaffermare e consolidare l’idea e i valori cooperativi, sul territorio e nell’ambito dello stesso Movimento. Dobbiamo rispondere alla odierna scarsa capacità culturale di comprendere il paese e il mondo, di assimilare criticamente le esperienze straniere, di adoperare gli strumenti della scienza e della tecnica, da parte del cosiddetto schieramento riformatore e più ancora da parte della classe politica con un’azione forte ed estesa nello spazio e nel tempo.

Il nostro impegno dovrà pertanto essere quello di aggregare intorno a noi, utilizzando le ampie potenzialità della rete, le forze di resistenza culturale all’attuale stato delle cose. Con pazienza e, speriamo, intelligenza, cercando di fornire una visione del nuovo possibile, per ritrovare la passione e la determinazione che animava i cooperatori delle origini. Dovremo ampliare il numero degli amici della Fondazione e con loro tentare di costruire una proposta culturale valida e innovativa nell’ambito dello stesso Movimento Cooperativo.

Per fare questo dovremmo promuovere una ‘rete’, in primo luogo all’interno del Movimento ma non necessariamente ad esso circoscritta, degli migliori esperienze di cultura d’impresa.

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