Una cooperazione, infiniti conflitti

29 marzo 2013 pubblicato in Focus #05 - vecchia serie
ASUT, Sezione Quarta, Unicoop Tirreno, Fotografie, Incontri, dibattiti, conferenze, Manifestazione dei lavoratori Coop contro il fascismo, 79, ca. 1970

ASUT, Sezione Quarta, Unicoop Tirreno, Fotografie, Incontri, dibattiti, conferenze, Manifestazione dei lavoratori Coop contro il fascismo, 79, ca. 1970

Si potrebbe cominciare con un’immagine ‘icastica’.

Il 26 febbraio del 1945 nacque a Piombino la cooperativa La Proletaria: il battesimo della cooperativa avvenne tra le macerie dei bombardamenti di un conflitto che nel Nord del Paese era ancora in corso.

La nascita stessa della Proletaria si collocava in un contesto di conflitto: le macerie della città-fabbrica erano le macerie di un Regime e di una guerra; la fondazione di uno spaccio, cooperativo e miserrimo, rappresentava una parte – piccola, certo – della reazione e della voglia dei cittadini di riprendere in mano la propria vita contro le forze che troppo a lungo avevano impedito di vivere liberamente.

Si può leggere e interpretare un episodio, un fatto o una storia indossando di volta in volta delle lenti diverse. Si può raccontare la storia della cooperativa in termini trionfalistici di crescita impetuosa, la si può denigrare per i medesimi motivi, si possono seguire con occhio tecnico gli sviluppi economici o con occhio da sociologo quelli sociali. E può essere interpretata anche come una storia di conflitto, anzi: di una guerra continua, endemica.

La cooperativa nasce da una guerra e dalla lotta partigiana, abbiamo detto: il clima di collaborazione del primo dopoguerra finì presto. Il conflitto vero e proprio per la cooperativa cominciò dopo poco più di cinque anni: e, per usare un’espressione guerresca, il suo battesimo del fuoco fu quantomai terribile. Ciò che racconterò ora, a grandi linee, segna proprio l’inizio di questo conflitto.

Gli anni ’50 furono un periodo di grande crisi per la Proletaria: il Ministro dell’Interno Mario Scelba dette inizio, alla fine 1951, al suo attacco al movimento cooperativo mandando ispettori ministeriali, vigili, carabinieri nelle sedi delle cooperative italiane, per verificare, con acredine e pignoleria, se vi fossero irregolarità, per trovare pretesti – come quello di dare ordine ai loro conti – che le potessero costringere alla chiusura. La Proletaria, al pari delle altre cooperative, fu tartassata da questi controlli.

La cooperativa, che sin dalla sua nascita era stata vicino alla direzione dell’Ilva, nel 1954 fu sfrattata dallo spaccio aziendale e dovette uscire dai cancelli delle acciaierie. Lo sfratto significò un vero problema: non era solo la sede del suo primo spaccio che perdeva, ma la cessazione dei rapporti con la fabbrica voleva dire perdere i macchinari e le attrezzature che le erano stati concessi dalla direzione dell’Ilva, voleva dire allontanarsi dagli operai che erano soci della Proletaria e voleva dire trovarsi da soli nella situazione molto difficile della città.

Piombino all’inizio degli anni ’50 era una città in ginocchio. La Magona (così come tutto il settore siderurgico in tutta Italia) era in crisi e minacciava di chiudere come era successo pochi anni prima all’Isola d’Elba: vi furono licenziamenti di massa che gettarono la città in una condizione di grave indigenza. La Proletaria cercò di aiutare gli operai e le loro famiglie (ossia coloro che erano i suoi soci) con delle agevolazioni nella spesa e nel pagamento dei debiti, offrendo pacchi dono e offrendosi come mediatrice tra gli operai e la fabbrica o le altre realtà della città.

Sinonimo di conflitto è lotta.La Proletaria reagì, quindi, a questa crisi e agli attacchi politici decidendo di espandersi, non solo in città ma anche nei comuni vicini. Questi  sono gli anni in cui incrementano i soci e i clienti, si ristruttura la rete di vendita, si procede ad una regolamentazione interna dei dirigenti, dei soci e dei dipendenti. Di lì a non molti anni si creano i primi self-service, si rinnova il parco automezzi, le attrezzature etc..

La cooperativa ha vissuto sempre in una condizione di conflitto. Sarebbe troppo lungo ripercorrere qui la storia delle guerre che ha dovuto da sempre affrontare la cooperativa, così come sarebbe stato impossibile trattare più approfonditamente i ricordati (“eroici” sono stati chiamati) anni ’50. La cooperativa ha dovuto contrastare nemici di ogni genere. Nella sua storia la cooperativa ha dovuto affrontare molte crisi economiche; ha dovuto far fronte a cambiamenti economici di portata mondiale (come ad esempio l’affermarsi dei supermercati, un modello proveniente dal ‘nemico’ americano che obbligò a chiudere i vecchi spacci); ci sono stati combattimenti anche furiosi contro i partiti politici, le amministrazioni locali e i Governi nazionali, a volte brutalmente ostili all’esistenza stessa della cooperazione (basti leggere cosa accadde a Roma quando aprì il negozio di Largo Agosta); ci sono state lotte anche all’interno, tra i soci e i dirigenti, tra i dirigenti stessi, lotte che hanno visto nelle fusioni momenti anche difficilissimi.

Del resto, sarebbe difficile immaginare la costruzione di un futuro di progresso sociale, economico e culturale senza un agire ‘naturalmente’ conflittuale. E solo così è stato possibile passare negli anni dal banco dove si vendeva solo farina di castagne ad una cooperativa che appare oggi estesa su un territorio vastissimo e sostenuta da un ‘esercito’ di soci e clienti.

La storia della cooperativa è storia di conflitti sociali e culturali anche durissimi, di vittorie e di sconfitte, di adattamenti a contesti ostili così come di effetti assai positivi sull’intera società. E questa guerra non è certo finita, anzi questa natura conflittuale del movimento cooperativo potrebbe essere l’identità  cui fare riferimento in un momento di crisi di sistema come è quello che stiamo attraversando. Oggi non è ricorrendo a strumenti che hanno portato a questa crisi che si deve costruire il nostro futuro; non è la logica che ha contrastato l’azione della cooperative che potrà farci uscire da questo baratro culturale, economico, sociale, morale. Forse la forza d’urto conflittuale del pensiero e dell’azione cooperativa potrebbe essere la risposta che tutti cercano. Ma le coopertive per prime ne sono consapevoli che è la loro storia la traccia più sicura per costruire il futuro di tutti?

ASUT, Sezione Quarta, Unicoop Tirreno, Fotografie, Incontri, dibattiti, conferenze, Manifestazione dei lavoratori Coop contro il fascismo, 79, ca. 1970

ASUT, Sezione Quarta, Unicoop Tirreno, Fotografie, Incontri, dibattiti, conferenze, Manifestazione dei lavoratori Coop contro il fascismo, 79, ca. 1970

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