Educazione al consumo

9 settembre 2013 pubblicato in Formazione

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DEFINIZIONE

Educare al consumo significa spiegare – in genere alle nuove generazioni – le buone pratiche per un approccio corretto agli acquisti, alimentari e non. Si tratta di una attività figlia della società del benessere e quindi, nella sua dimensione di massa, dei miracoli economici che investirono tutta la società occidentale all’indomani della conclusione del secondo conflitto mondiale.

Per quanto riguarda la cooperazione di consumo italiana, il progetto di Educazione al Consumo Consapevole è messo in atto da più di trent’anni dall’Associazione Nazionale delle Cooperative di Consumatori (ANCC) attraverso i Centri permanenti di Educazione al Consumo, il personale appositamente formato, gli animatori e i collaboratori dei vari progetti con le scuole, i soci e i cittadini. In questi anni anni sono stati realizzati corsi, animazioni, pubblicazioni, mostre, concorsi, convegni ed altre iniziative. Come nota Aldo Soldi (Presidente di ANCC fino al 2011),  l’Educazione al Consumo è “il frutto di una sapiente elaborazione nazionale e lavoro nei territori”[1].

 

LE DECLINAZIONI PRINCIPALI di Tito Menzani

Prima della Seconda Guerra Mondiale, la limitatezza del risparmio o della gamma merceologica faceva sì che l’educazione al consumo fosse gioco forza bypassata dalle ridottissime possibilità di scelta da parte del consumatore. Nel momento in cui le sue opzioni si ampliarono considerevolmente, divenne fondato il problema dell’approccio al consumo.

Quest’ultimo aspetto si presentava diviso in tre piani distinti. Il primo in ordine di tempo era quello della cultura del risparmio. La crescita del potere d’acquisto aveva fatto sì che le famiglie e i singoli consumatori potessero permettersi una qualità della vita molto superiore al passato. Il soddisfacimento delle esigenze primarie – alimentazione, vestiario, abitazione, ecc. – si accompagnò rapidamente ad una serie di consumi fra l’utile e il futile, come l’automobile, gli elettrodomestici, le vacanze, le spese per il tempo libero. Era buona norma, però, che per spirito di previdenza ognuno gestisse i propri risparmi in maniera da accantonare una parte del proprio reddito a mo’ di riserva per il futuro, in caso di spese importanti e improvvise o di inaspettate fasi di crisi. Se per le generazioni che avevano attraversato la grande depressione o che avevano conosciuto l’indigenza o addirittura la fame questo spirito di previdenza era un valore condiviso ed ereditato da propri padri, i figli dell’opulenza – continuamente sollecitati da una pubblicità sempre più aggressiva – tendevano ad uno stile di vita meno parco e più materialista, in cui il risparmio non veniva riconosciuto come valore e si rischiava di vivere all’insegna del «tanti presi, tanti spesi».

Il secondo piano su cui venne a porsi la questione dell’educazione al consumo è di carattere etico. Man mano che la società consumistica occidentale mostrò i suoi tratti distintivi, si palesò anche un enorme divario con le regioni del Terzo Mondo. Quindi – per limitarci ad un esempio classico – mentre ogni giorno in tutti i paesi industrializzati venivano sciupate enormi quantità di cibo, milioni di bambini nel resto del pianeta soffrivano la fame ed erano affetti da malattie legate alla malnutrizione, che spesse volte potevano portare alla morte. Sulla base di questa associazione mentale, lo spreco di cibo (o di altri generi) cominciò ad essere condannato anche dal punto di vista etico, e non più solo economico.

Il terzo ed ultimo aspetto dell’educazione al consumo è quello che si è manifestato più di recente ed è associato al progresso delle scienze mediche nutrizioniste. Inizialmente, l’aumento della disponibilità di generi alimentari aveva fatto sì che la dieta dei cittadini occidentali diventasse più varia e sostanziosa, per cui erano venute meno una serie di patologie associate alle carenze caloriche o proteiche, come la pellagra o il rachitismo, ma ben presto si tese ad esagerare dall’altra parte, per cui una crescente fetta della popolazione divenne affetta da problemi di obesità e cardio-vascolari. Occorreva educare le nuove generazioni ad un corretto rapporto col cibo, all’insegna del rispetto per sé stessi e per la propria salute. Questa sfida – apparentemente banale – divenne sempre più complessa nel momento in cui la scelta di prodotti sani diventò essa stessa una ricerca complicata. Le produzioni dell’industria alimentare di massa erano sempre più caratterizzate da conservanti, coloranti, additivi chimici che se accumulati a lungo nell’organismo potevano rivelarsi nocivi per la salute, oltre al più recente problema degli organismi geneticamente modificati. Così come varie forme di inquinamento vennero a contaminare uno spettro sempre più ampio di prodotti agricoli, ittici e zootecnici. Ma soprattutto le nuove generazioni sembravano sempre più sensibili al richiamo del cosiddetto junk-food, ossia un insieme di prodotti alimentari considerati malsani a causa del loro bassissimo valore nutrizionale e della ricchezza di grassi o zuccheri.

A questi temi se ne affianca un altro: quello della comprensione e critica dei messaggi pubblicitari. Ampliandosi la gamma di  prodotti e il ventaglio di consumatori, la pubblicità, fin dal secondo dopoguerra si è fatta sempre più invasiva e pervasiva: crescendo e diversificandosi il mercato è cresciuta e si è diversificata anche la pubblicità. Gli ultimi anni hanno visto la nascita e lo sviluppo di nuovi media che sono entrati nella società in modo capillare: ai vecchi media come la carta stampata, la televisione o la radio si sono affiancate infatti le nuove tecnologie (come la rete) e nuovi modi di comunicare. Si è quindi sentito il bisogno, sin dagli esordi delle pratiche di educazione al consumo, di orientare soprattutto le giovani generazioni nel “mare magnum” della pubblicità, dotarli dei mezzi per decifrare i messaggi di cui sono bombardati, renderli insomma capaci di un pensiero critico.

Ecco come il moderno consumatore occidentale poteva essere “tentato”: non risparmiare, non curarsi dello spreco, non badare alla propria dieta. Tutto ciò sarebbe inevitabilmente andato a danno della sua qualità della vita e – alla lunga – avrebbe potuto rappresentare un serio problema sociale. Educare i giovani al consumo fu la risposta che si volle dare, principalmente da ambienti di carattere religioso o politicamente orientati a sinistra, mentre la cultura liberale a lungo si disinteressò di questi aspetti, in nome del diritto alla libera scelta da parte di ognuno.

 

I PERCORSI STORICI

Una breve introduzione all’educazione ai CONSUMI NELLA COOPERAZIONE

Il concetto di educazione al consumo nel contesto del movimento cooperativo ha origini lontane. I “Probi Pionieri” di Rochdale (i soci fondatori della prima cooperativa di consumo di successo, nel cuore del distretto industriale di Manchester negli anni della Rivoluzione industriale: in sostanza i veri “pionieri” della cooperazione come la conosciamo oggi) allestirono, dopo qualche anno dall’apertura del primo spaccio a Toad Lane, una piccola biblioteca nei locali del loro magazzino, dimostrando di comprendere il valore della cultura e la sua relazione con il lavoro e il consumo [2]. I principi, gli ideali e i valori di quei “Probi Pionieri” sono alla base della Carta dei Valori, che tutte le cooperative condividono: al quinto punto di questo documento si legge: “La cooperativa fa scuola”. E, di seguito: “La Cooperativa s’impegna a formare i propri soci, i rappresentanti eletti, i dirigenti e il personale, affinché possano contribuire con efficacia al suo sviluppo e a quello della cooperazione in generale. La Cooperativa si impegna a attuare campagne di informazione per sensibilizzare l’opinione pubblica, e particolarmente i giovani, sulla natura e i vantaggi della cooperazione.”

Alla fine degli anni ’50 del XX secolo in Italia vennero aperti i primi supermercati: questo fatto portò ad una vera e propria rivoluzione nelle abitudini degli italiani, soprattutto riguardo i consumi. Durante il “boom economico” degli anni ’60 si assistette ad una corsa ai nuovi beni, verso il modello americano [3]. All’inizio degli anni ’70 si registrò però un cambiamento: i movimenti giovanili nati nel ’68 cominciarono a criticare il modello consumistico, basato su prodotti futili, sulla concezione di benessere legata al livello di consumo; nel 1973 ebbe inizio la crisi energetica che portò ad una forte crisi economica, inflazione, disoccupazione e ad una acuta limitazione del potere di acquisto. I consumatori iniziarono a fare acquisti più selettivi e razionali. È proprio in questi anni che si comincia a sentire la necessità di ripensare il concetto di consumo, e si inizia a prestare attenzione alla qualità dei prodotti acquistati (soprattutto quelli alimentari), all’ambiente danneggiato dalla crescita industriale ed alla salute.

 

Gli anni ’80. Le Giornate dei giovani consumatori e le prime campagne

Durante gli anni ’70 a Roma fu organizzata la Prima conferenza Nazionale per l’Educazione Alimentare, organizzata dall’Istituto Nazionale della Nutrizione. Contemporaneamente anche in Europa in questo periodo si svilupparono i primi esperimenti di educazione al consumo [4].

La cooperazione di consumo in Italia, proprio in questi anni, si avvicinava ai temi del consumo critico e del consumerismo. Nel 1974 si tennero due importanti congressi, l’Assemblea nazionale delle sezioni soci e il V Congresso di ANCC: in queste occasioni la competizione nel mercato tra la cooperazione e imprese private venne spostata sul terreno della tutela del consumatore e  del rispetto dell’ambiente [5].

Dall’osservazione di quello che si stava facendo in Europa – e soprattutto in Francia – nacquero le Giornate dei giovani consumatori. Il progetto fu presentato all’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini dal Presidente dell’ANCC Ivano Barberini, dal Professor Tullio de Mauro (all’epoca ordinario di Filosofia del linguaggio all’Università di Roma) e da Alberto Severi dell’Alleanza cooperativa modenese. Tra il 1980 e il 1987 si tennero 54 edizioni in tutta Italia [6]. Queste iniziative erano itineranti e si svolgevano prevalentemente nel centro-nord Italia. Una caratteristica molto importante di queste manifestazioni fu il legame con il territorio: esse avevano infatti il patrocinio e l’attiva collaborazione delle amministrazioni locali (della Regione, della Provincia e del Comune), e il consenso ufficiale del Provveditorato agli Studi; le amministrazioni comunali misero a disposizione piazze, palazzi storici, biblioteche, palazzi dei congressi, ex chiese o ex ospedali. Le Giornate dei giovani consumatori erano rivolte soprattutto alle scuole dell’obbligo (studenti e insegnanti), ma erano aperte anche a tutti i cittadini e consumatori che volevano parteciparvi: nei luoghi concessi dalle amministrazioni locali venivano organizzate mostre, dibattiti, conferenze, animazioni, venivano proiettati video e distribuito materiale informativo (come pubblicazioni e opuscoli) sul tema del consumo. [7]. Gli obiettivi che si poneva questo progetto erano essenzialmente quattro: «di far riflettere i fanciulli, i genitori, gli insegnanti intorno ai problemi inerenti i vari consumi, così come si pongono ai giovani; di attirare l’attenzione sull’importante ruolo economico dei giovani nel mercato; di sottolineare l’assoluta necessità dell’informazione e formazione del consumatore, soprattutto dei giovani; di dimostrare come questa formazione può essere realizzata in maniera attraente, partecipata e inserita nella vita di tutti i giorni; di intensificare e qualificare l’attività della Cooperazione di consumatori verso i giovani» [8].

In questo decennio vennero lanciate anche delle campagne sociali, come, per fare qualche esempio, “Bianco il bucato, azzurro il mare” (contro l’abuso di fosforo nei detersivi), “Sacchetti di plastica? Qui, grazie” (una campagna che promuoveva l’uso di sacchetti di materiali alternativi alla plastica per ridurre l’inquinamento) o “Tra sogno e bisogno” (un’indagine storiografica e iconografica sull’evoluzione dei consumi dagli anni ’40 fino al 1986). Per leggere maggiori informazioni riguardo a queste iniziative (nonché per approfondire alcuni temi trattati in questa presentazione del lavoro di ANCC) si consiglia di consultare il volume “30 anni spesi Bene”, curato da Carmela Favarulo della Segreteria delle Politiche Sociali di ANCC.

Alla fine degli anni ’80 nacquero, in collaborazione con i Comuni, i primi Centri permanenti di educazione ai consumi (a Venezia, Bologna e Genova); anche Coop, negli anni ’90, creò e diede impulso alla creazione di una rete di Centri e laboratori di educazione ai consumi. Si trattava di strutture che fornivano materiale informativo e documentario, offrivano consulenza bibliografica per insegnanti, studenti ed esperti del settore.

 

Gli anni ’90. La rete dell’educazione al consumo e il lavoro nelle scuole

Gli anni ’90 furono un decennio importante per l’Educazione al Consumo Consapevole: proprio in questi anni il progetto entrò infatti nel mondo della scuola. In effetti le Giornate dei Giovani Consumatori erano sì rivolte principalmente a studenti e insegnanti, ma le iniziative a loro dedicate si erano svolte al di fuori della scuola, nei luoghi concessi dai comuni, ed erano circoscritte alle singole iniziative (come una mostra, un convegno, una o una serie di animazioni). Dopo questa esperienza Coop decise di instaurare con gli insegnanti un dialogo che permettesse di progettare un’azione sempre più mirata nei confronti degli studenti e dei loro bisogni. In questo contesto si attuarono i progetti scolastici (con il lavoro degli insegnanti e degli animatori nelle classi) ed extrascolastici (con le esperienze di studenti, insegnanti ed animatori nei supermercati che, in quest’ottica, si trasformarono in “laboratori didattici”[9]).

Dopo le positive esperienze delle Giornate, vennero sviluppate molte proposte dalle singole cooperative rivolte a scuole, enti locali e altri soggetti dei territori di riferimento, oltre ai progetti di ANCC: nei primi anni ’90 si cominciò a sentire il bisogno di sistematizzare tutte queste esperienze, per avere un coordinamento maggiore e quindi una maggiore efficacia (la prima espressione di questo bisogno si registrò durante un seminario a Firenze Certosa nel giugno 1994). Da queste esigenze, nel 1995 nacque il Progetto Rete, promosso da ANCC e con lo scopo di legare le varie esperienze maturate nei territori sin dal decennio precedente e potenziarle con l’azione comunicativa dell’Associazione Nazionale, per dare a queste esperienze un respiro nazionale. Si trattava da un lato di stendere una mappa dei progetti (dove si tenevano e in che cosa consistevano) e dall’altro di definire un metodo di lavoro comune (in sostanza si dovevano ricalibrare e uniformare i linguaggi usati, precisare gli obiettivi e delineare meglio la peculiarità della cooperazione rispetto ai consumi) [10].

L’anno successivo, il 1996, nacque il Gruppo Rete (in seguito si chiamerà Gruppo Rete Educazione al Consumo Consapevole) per confrontarsi sui lavori messi in opera negli anni, proporre nuove idee, riflettere sulle strategie e sui metodi per costruire nuovi progetti nazionali: a questo gruppo di lavoro, guidato dall’Associazione Nazionale, parteciparono rappresentanti e funzionari dell’ANCC e delle cooperative di consumatori, esperti e consulenti che si erano impegnati negli anni precedenti nei vari progetti. Il Gruppo Rete elaborò le aree tematiche e le mappe concettuali dei “saperi coop”: si trattava in sostanza dei temi di cui si occupava quella che da allora in poi fu chiamata l’“Educazione al Consumo Consapevole” (alimentazione, ambiente, comunicazione e mondialità).  In questi anni si realizzarono iniziative come “A casa della Pimpa” (destinato ai bambini delle elementari e svolto in modo ludico nei supermercati) o “Totem e Tribù” (riservato al biennio delle scuole superiori, per decodificare e rielaborare i messaggi pubblicitari), che registrano importanti successi, in termini nazionali, in termini qualitativi e di partecipazione delle scuole.

Negli ultimi anni ’90 cominciano ad emergere tutti quegli elementi che di lì a poco saranno visti come gli aspetti peggiori della globalizzazione, prima fra tutti una vistosa disuguaglianza tra Nord e Sud del mondo (conseguenza di una molteplicità di fattori, locali e mondiali, storici e contingenti: guerre, sfruttamento “selvaggio” dei terreni nel cosiddetto Terzo Mondo anche da parte dei Paesi più ricchi, fine degli equilibri della Guerra Fredda, pessima distribuzione delle risorse alimentari, bassi livelli di istruzione e ritardi dello sviluppo derivanti da un debito che incatena questi Paesi a quelli più industrializzati e sviluppati; le cause del divario tra Nord e Sud sono ovviamente molto più complesse, ma non è questo il luogo dove discuterne). L’Educazione al Consumo precorse i tempi, cominciando ad elaborare progetti che gettassero una luce su questi meccanismi perversi. Un esempio è dato dalla campagna (in collaborazione con Cooperazione per Sviluppo Paesi Emergenti – COSPE, Istituto Cooperazione Economica Internazionale – ICEI, Consorzio Ctm Altromercato e finanziata dalla Comunità Europea) “Tutti nello stesso piatto”: l’oggetto di questa campagna era l’analisi del commercio e dei prodotti ottenuti con il lavoro e le materie prime del Sud del mondo; questa campagna fu importante perché svolta dai ragazzi nei supermercati, per osservare da vicino l’impatto e l’interdipendenza tra Nord e Sud, per educarli alla diversità culturale attraverso i prodotti sugli scaffali e riflettere sugli impatti ambientali della nuova economia.

Con una legge del 1997 fu introdotta l’autonomia scolastica: le singole scuole da quel momento avevano una più ampia libertà nel decidere l’offerta formativa. L’obiettivo era quello di superare la rigidità del sistema scolastico (acquisire nozioni, contenuti predefiniti e ottenere un titolo di studio), per riuscire ad avere una impostazione flessibile, che riuscisse ad adattarsi ai bisogni degli studenti e ad articolarsi al contesto sociale ed economico: si trattava di un’apertura della scuola all’esterno, al contesto in cui operava. Nell’anno scolastico 2000/2001 nacque, per impulso del Ministero della Pubblica Istruzione (dal 2001 Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, MIUR) il Piano di Offerta Formativa (POF): in questo documento, stilato dalle scuole, “vengono illustrate le linee distintive dell’istituto, l’ispirazione culturale-pedagogica che lo muove, la progettazione curricolare, extracurricolare, didattica ed organizzativa delle sue attività.”

In breve, in questo documento la scuola definiva le attività didattiche, gli obiettivi e le  finalità educative, e le risorse previste per realizzarli. I progetti didattici (curricolari ed extracurricolari) venivano concertati assieme alle realtà attive nel territorio: in questo senso la scuola si apriva verso l’esterno, guardando al territorio e lavorando insieme alle realtà culturali e  lavorative del territorio [11]. Le cooperative, con i programmi e le metodologie affinate dall’ANCC, cominciarono a progettare con le scuole le attività di Educazione al Consumo, presentate poi sul POF: in questo periodo cominciò quindi a stabilizzarsi un metodo e una collaborazione che negli anni precedenti erano forse stati troppo frammentati nei territori e nell’ambito del movimento cooperativo.

Già l’anno prima che entrasse in vigore il primo POF, nel 1999, era stato firmato il Protocollo di intesa tra il Ministero della Pubblica Istruzione (presieduto da Luigi Berlinguer) e ANCC: in questo documento Coop si impegnava a proporre alle scuole i progetti che riguardavano l’educazione al consumo (nelle aree tematiche di comunicazione, alimentazione, ambiente, cooperazione, intercultura e solidarietà), a mettere a disposizione del Ministero il proprio know-how per consentire l’approfondimento dei temi relativi all’educazione al consumo e di organizzare esperienze formative rivolte a studenti, insegnanti e genitori. Il Ministero dal canto suo, si occupava di emanare le disposizioni necessarie per individuare nel maggior numero di scuole possibile le soluzioni più adeguate per approfondire i temi e di promuovere l’educazione al consumo. Veniva, infine, formato un gruppo di lavoro misto (costituito da rappresentanti di Educazione al Consumo Consapevole di ANCC e del Ministero della Pubblica Istruzione) per studiare le migliori condizioni per l’attuazione del programma [12]. (Nel 2010 il Protocollo d’intesa tra ANCC e MIUR, allora presieduto dal ministro Mariastella Gelmini fu rinnovato senza sostanziali novità: fu però un riconoscimento del valore del lavoro trentennale della cooperazione nella scuola e del suo ruolo didattico nelle istituzioni scolastiche).

Alla fine degli anni ’90 si definì l’azione dell’Educazione al Consumo Consapevole nelle scuole: vennero creati dei gruppi stabili di animatori, riconosciuti professionalmente e il cui dovere era quello di mettere in pratica con studenti e insegnanti le idee e i saperi nati dalle riflessioni dei quasi 20 anni precedenti, attraverso percorsi ludici e lavori individuali o di gruppo.

Nel 1997 fu pubblicata la prima guida nazionale con le proposte per gli insegnanti: “Educazione ai consumi: le proposte Coop”. In questa guida si potevano trovare i progetti pensati per le scuole, le offerte didattiche agli insegnanti, veniva illustrata la metodologia adottata e il lavoro degli animatori con gli studenti, le idee alla base del progetto e le riflessioni che erano maturate negli anni; in queste guide erano presenti anche delle considerazioni su ciò che si stava facendo in Italia e in Europa per l’educazione al consumo critico, così da dare anche un contesto più ampio all’offerta che veniva dal mondo della cooperativa. Seguirono una guida multimediale in cd rom e nel 2006 il Salvaidee (una scatola in cui erano contenuti i materiali informativi dei vari progetti e in cui gli studenti archiviavano i materiali accumulati durante le lezioni). Dal 2008 sono state distribuite le guide “Saperecoop. Consumatori consapevoli, cittadini del mondo”. Saperecoop è la guida ancora usata da Educazione al Consumo: vi si possono trovare le aree tematiche e tutte le proposte per le scuole e i soci, elaborate a livello nazionale e locale (a questo link si può trovare la guida 2013-2014, con due iniziative legate alla Fondazione Memorie Cooperative: http://www.e-coop.it/web/unicoop-tirreno/educazione-al-consumo-consapevole-2013-14).

 

Gli anni 2000. L’intergenerazionalità, la riscoperta della storia, la sfida delle nuove tecnologie, il mondo

Gli anni 2000 si sono aperti con due grandi sfide: l’acutizzarsi del processo di globalizzazione ormai in atto da quasi un decennio e il modificarsi dei legami familiari e territoriali. Diventa quindi importante per i ragazzi, ma anche per i cittadini e i consumatori avere la “conoscenza” per potersi muovere all’interno di questo nuovo contesto storico. L’Educazione al Consumo Consapevole è quindi tornata a puntare su due tematiche come l’alimentazione (interdipendenza tra i soggetti produttori, lunghe filiere, impatto degli imballaggi nell’ambiente, cibi che arrivano da molto lontano, commercio equo e solidale ecc) e la comunicazione (soprattutto per quanto riguarda la decifrazione dei messaggi pubblicitari, la conoscenza dei nuovi media, la virtualità e le distanze annullate dalle nuove tecnologie).

Un altro tema che si afferma e si delinea in questo periodo – anche se in realtà sempre presente nella cooperazione e nell’Educazione al Consumo – è quello della intergenerazionalità: la cooperativa sopravvive ai suoi soci e tra i suoi valori fondanti vi è la trasmissione dei valori  e delle conoscenze tra le generazioni; tra i progetti Coop, a questo proposito, possiamo ricordare quelli volti alla riscoperta e trasmissione ai giovani della storia, dei mestieri o dei modi di mangiare di una volta.

Nel 2005 si è tenuta a Lucca la Conferenza Nazionale sull’Educazione al Consumo Consapevole, promossa da ANCC e aperta ai genitori. Durante questa manifestazione si

pensò di rivedere i programmi e le tematiche dell’educazione al consumo: tornarono al centro della riflessione e dei progetti le merci, i prodotti, ovvero la base del commercio. In questa conferenza si pose l’accento sulla cittadinanza: il consumo critico, il consumerismo, riguardano tutti coloro che sono cittadini di questo mondo; avere una corretta concezione dei consumi in questa società vuol dire essere cittadini migliori. Da qui l’importanza data ai prodotti come base della società dei consumi, ai percorsi da tenere con tutti gli attori che hanno collaborato nei progetti, la volontà di coinvolgere anche gli operatori dei punti vendita nei progetti di ECC e quella di creare un archivio consultabile di tutte le attività dei Centri.

Il lavoro trentennale di Educazione al Consumo Consapevole è ancora in progress. In questi ultimi anni Educazione al Consumo tratta con soci e consumatori in generale temi come gli “stili di vita” (ad esempio lo sport, l’alimentazione, o le strategie anti-spreco), la “sicurezza alimentare” e il “gusto e la tradizione” (la riscoperta dei cibi antichi, della storia gastronomica, dei prodotti locali e dei modi di cucinare di una volta).

Per quanto riguarda l’impegno con le scuole, si potrebbe concludere con le parole di Carmela Favarulo, del settore Politiche Sociali di ANCC (la quale ha curato anche la pubblicazione sui trent’anni di Educazione al Consumo): riflettendo sulla voglia di conoscenza sul tema del consumo presente in molti strati della popolazione, sopratutto nelle giovani generazioni e nelle scuole, Favarulo scrive che “Coop in questo percorso di conoscenza ha fatto la sua parte e per certi versi ha certamente surrogato un elemento che non c’era nella scuola pubblica italiana”[13].

 

FONTI

L’educazione al consumo (sia quella portata avanti dalle cooperative sia quella messa in atto da altre aziende), dopo più di trent’anni di pratiche e riflessioni ha trovato dei riconoscimenti ufficiali sia in Italia che in Europa: anzi possiamo dire che sia uno dei temi fondanti dell’Unione Europea. Nel trattato di Amsterdam del 1997 possiamo trovare un riferimento ai diritti del consumatore (al titolo XIV, ARTICOLO 153), di cui riportiamo uno stralcio: “PROTEZIONE DEI CONSUMATORI. 1. Al fine di promuovere gli interessi dei consumatori ed assicurare un livello elevato di protezione dei consumatori, la Comunità contribuisce a tutelare la salute, la sicurezza e gli interessi economici dei consumatori nonché a promuovere il loro diritto all’informazione, all’educazione e all’organizzazione per la salvaguardia dei propri interessi.”.

Oltre ai vari progetti promossi e finanziati dall’UE, è attiva da poco tempo una piattaforma web, finanziata dalla  Direzione Generale della Salute e dei Consumatori della Commissione europea, per promuovere l’Educazione al consumo, condividere metodi, bibliografia, esperienze, idee.

Nel 2000 (ne abbiamo già parlato più sopra) l’ANCC firmò un protocollo d’intesa con l’allora Ministero della Pubblica Istruzione per l’insegnamento nelle scuole dell’Educazione al Consumo.

Nel 2005 in Italia venne emanato il Codice del Consumo, che raccoglieva gran parte delle direttive che arrivavano dall’Unione Europea ed erano il frutto di un lavoro più che ventennale sul tema della tutela dei consumatori. Nell’articolo 2 l’educazione al consumo viene riconosciuta tra i diritti fondamentali del consumatore. Più avanti, nella seconda parte del Codice, al titolo I “Educazione del consumatore” si legge: “L’educazione dei consumatori e degli utenti è orientata a favorire la consapevolezza dei loro diritti e interessi, lo sviluppo dei rapporti associativi, la partecipazione ai procedimenti amministrativi, nonché la rappresentanza negli organismi esponenziali. Le attività destinate all’educazione dei consumatori, svolte da soggetti pubblici o privati, non hanno finalità promozionale, sono dirette ad esplicitare le caratteristiche di beni e servizi e a rendere chiaramente percepibili benefici e costi conseguenti alla loro scelta; prendono, inoltre, in particolare considerazione le categorie di consumatori maggiormente vulnerabili”

 

BIBLIOGRAFIA

ANCC
1974, Atti e documenti del V Congresso dell’Associazione Nazionale Cooperative di Consumo, Roma, Editrice Cooperativa.

ANCC
1981, Giornate dei Giovani consumatori, Roma, Litografia Colitti.

ANCC

2010, 30 anni spesi bene, Bologna, Coop Editrice Consumatori.

Capuzzo, Paolo
2003, Genere Generazioni e consumi. L’Italia negli anni Sessanta, Roma, Carocci.

De Grazia, Vittoria

2006, L’impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo, Torino, Einaudi.

Deutsches Jugendinstitut (a cura del)
Werbe- und Konsumerziehung international. Beiträge aus Grsbritannien, USA, Frankreich, Italien un Deitschland, 1999, Leske + Budrich, Opladen (trad. it. Pubblicità e consumi sui banchi di scuola. studi e esperienze in Gran Bretagna, Francia, Italia, Stati Uniti, Germania, Milano, Franco Angeli, 2002)

Ginsborg, Paul
2004, Il tempo di cambiare : politica e potere della vita quotidiana, Torino, Einaudi.

Ginsborg, Paul
2006, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino, Einaudi.

Emanuela Scarpellini, L’Italia dei consumi. Dalla Belle Epoque al Nuovo Millennio, Laterza 2008.

Terzi, Alberto (a cura di)
1987, Consumatori con stile, l’evoluzione dei consumi in Italia 1940-1986, Milano, Longanesi.

Ivan Tognarini (a cura di)
2005, Dalla Proletaria a Unicoop Tirreno, la cooperazione di consumo nell’area tirrenica (1971-2004), Bologna, il Mulino.

Zamagni, Vera; Battilani, Patrizia; Casali, Antonio
2004, La cooperazione di consumo in Italia. Centocinquant’anni della Coop consumatori: dal primo spaccio a leader della moderna distribuzione, Bologna, Il Mulino.

NOTE

[1] ANCC, 30 anni spesi bene. Con i ragazzi, le famiglie, gli insegnanti, Coop Editrice Consumatori, Bologna, 2010, p. 7

[2] George Jacob Holyoake, La storia dei probi Pionieri di Rochdale, Edizioni de «La rivista  della cooperazione», Roma, 1995, pp. 128-129

[3] Non è certo questo il luogo per un’approfondita indagine sui consumi italiani nel dopoguerra; sul questo tema vi sono molte pubblicazioni: si consiglia di consultare in particolare i saggi di Giorgio Vozza e Gerardo Ragone in AA.VV., Consumatori con stile, l’evoluzione dei consumi in Italia 1940-1986, Longanesi, Milano, 1987, AA.VV., Genere Generazioni e consumi. L’Italia negli anni Sessanta, Roma, Carocci, 2003, Paul Ginsborg, Il tempo di cambiare: politica e potere della vita quotidiana, Torino, Einaudi, 2004, Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Torino, Einaudi, 2006, Vittoria de Grazia, L’impero irresistibile. La società dei consumi americana alla conquista del mondo, Torino, Einaudi, 2006, Emanuela Scarpellini, L’Italia dei consumi. Dalla Belle Epoque al Nuovo Millennio, Laterza 2008, Roberta Sassatelli, Antropologia del Consumo di massa, http://www.treccani.it/enciclopedia/consumo-di-massa-antropologia-del_28Enciclopedia_Italiana%29/

[4] Deutsches Jugendinstitut, Pubblicità e consumi sui banchi di scuola. studi e esperienze in Gran Bretagna, Francia, Italia, Stati Uniti, Germania, Milano, Angeli, 2002, in particolare il saggio di Heinz Hengst, Per una società civile globale? Educazione ai consumi in Italia.

[5] Atti  Assemblea Nazionale delle sezioni soci 1974 e Atti e documenti del V Congresso dell’Associazione Nazionale Cooperative di Consumo, Editrice Cooperativa, Roma, 1974

[6] ANCC, 30 anni spesi bene. Con i ragazzi, le famiglie, gli insegnanti, Coop Editrice Consumatori, Bologna, 2010, p. 19

[7] ANCC, Giornate dei Giovani consumatori, Litografia Colitti, Roma, 1981

[8]  ANCC, Giornate dei Giovani consumatori,cit.

[9] ANCC, 30 anni spesi bene, cit. p. 39

[10]  ANCC, 30 anni spesi bene, cit., p .43-48

[11] Francesca Romana Di Febo, La scuola del terzo millennio, scuola d’autonomia, in ANCC, Consumo consapevole, guida per gli insegnanti, Multigraf .- Gorla Minore, Varese, 2000

[12] ANCC, Consumo consapevole, guida per gli insegnanti, cit.

[13] ANCC, 30 anni spesi bene, cit. p. 67

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