EDUCAZIONE

5 febbraio 2014 pubblicato in Formazione

EDUCAZIONE / education / éducation / educación / bildung

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DEFINIZIONE

L’educazione è un’attività volta a sviluppare e formare facoltà mentali, conoscenze e comportamenti nei soggetti. Fin dall’inizio della storia umana va considerata lo strumento principe per interagire, a qualsiasi età, con il tessuto sociale e per costruire identità sia individuali che collettive.. Data la vastità del suo campo d’azione, nei vari contesti storici e geografici, è stata declnata in metodi applicativi e comportamentali anche molto diversi l’uno dall’altro.

Nell’enciclopedia Treccani, Franco Cambi e Duccio Demetrio ne danno questa definizione: “L’educazione (dal latino educare, forma intensiva di educere, ‘trar fuori, allevare’) è un insieme di processi volto a favorire e orientare la crescita della persona verso l’autonomia, la responsabilità personale e la completa socializzazione. Ogni società cura questi processi mediante specifiche istituzioni, le quali perpetuano sé stesse, le proprie tradizioni, le proprie ideologie, si trasformano, si rinnovano e si ristrutturano costantemente. La nozione di educazione trova un’ulteriore articolazione in quelle di educazione permanente ed educazione degli adulti, finalizzate, rispettivamente, alla valorizzazione delle particolari esigenze di formazione e affermazione psicofisica dell’individuo nel corso dell’intera esistenza e dell’età di mezzo’”. Non solo, ma il dibattito che nel corso dei secoli si è sviluppato attorno al concetto di educazione – in termini disciplinari riconducibile prima alla pedagogia e poi alle scienze della formazione – è stato ricchissimo e molto partecipato, finendo per coinvolgere uomini di scienze, di lettere, e di Stato.

Il movimento cooperativo è stata una delle tante organizzazioni che fin dalle origini ha fatto dell’educazione un proprio punto programmatico cruciale. Non a caso la carta dei valori dell’International Co-operative Alliance (ICA) insiste su questo aspetto in maniera specifica: il quinto dei sette principi fondamentali, intitolato ‘Educazione, formazione ed informazione’, spiega infatti che “Le cooperative s’impegnano ad educare ed a formare i propri soci, i rappresentanti eletti, i manager e il personale, in modo che questi siano in grado di contribuire con efficienza allo sviluppo delle proprie società cooperative. Le cooperative devono attuare campagne di informazione allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, particolarmente i giovani e gli opinionisti di maggiore fama, sulla natura e i benefici della cooperazione”.

I PERCORSI STORICI. L’IMPRINTING DELLE ORIGINI E L’EVOLUZIONE SUCCESSIVA

Fin dalla prima esperienza cooperativa di successo, quella dei Probi Pionieri di Rochdale, il tema dell’educazione fu ben presente ai padri fondatori del movimento, così come a tutti coloro che vi parteciparono in ruoli direttivi o comunque di responsabilità. Le ragioni di tutto ciò sono quasi ovvie, visto che i cooperatori avevano dato luogo ad un genere d’impresa con una forte vocazione sociale e mutualistica, e come tale distante dal pensiero dominante che invece riconosceva nell’azienda convenzionale la cellula della moderna economia. La volontà di essere alternativi al sistema capitalistico, che nel corso del XIX secolo mostrò spesso un volto spietato e cinico, indusse a investire sul fronte educativo per dare forza al proprio progetto politico ed economico[ref] A. Bonner, British Co-operation. The history, Principles, and Organisation of the British Co-operative Movement, Manchester, Co-operative union, 1970 [/ref].

In particolare, questo intento si sostanziò in tre piani, che conviene tenere concettualmente distinti, anche se nella quotidianità dell’epoca finirono spesso per sovrapporsi o intrecciarsi. Il primo è quello dell’educazione cooperativa tout court, e cioè della diffusione all’interno della società dei principi, dei valori e dei meccanismi che regolavano questo genere d’impresa. Si voleva, insomma, dare continuità a questo tipo di esperienza, consapevoli di quel rapporto intergenerazionale che è nel dna della cooperazione. E dunque, ci si preoccupava di insegnare ai giovani che si accostavano alle cooperative come queste erano organizzate e come funzionavano nella pratica, per preparare il terreno a un ricambio delle basi sociali e delle strutture dirigenziali.

In secondo luogo, si diede vita a una educazione ‘comportamentale’, rivolta non solo ai soci, ma alla popolazione nel suo complesso, a partire da coloro che avevano a che fare con le cooperative. Si trattava di istruire i cittadini in fatto di buone pratiche, per contribuire a migliorare la loro qualità della vita. I casi più importanti furono quelli dell’educazione al consumo e dell’educazione al risparmio, portate avanti da tantissime cooperative tardo-ottocentesche, dagli spacci autogestiti del Lancashire alle casse rurali della Baviera, dalle organizzazioni fra contadini della Scandinavia alle società di mutuo soccorso della Toscana. Nell’Europa di quegli anni, i problemi sociali che investivano le famiglie e le comunità erano numerosi, e fra i tanti possiamo citare lo smodato consumo di alcolici o il gioco d’azzardo, che quasi sempre lo Stato cercava di limitare utilizzando quasi esclusivamente strumenti repressivi.

Invece, il movimento cooperativo – unitamente ad altri soggetti di carattere politico, religioso o associazionistico – si incaricò di un’azione educativa, per insegnare agli operai delle periferie industriali, alle massaie dei borghi rurali, ai ragazzi dei quartieri urbani la cultura del risparmio e quella del consumo, non disgiunte da un’infarinatura ideologica. Impiegare con intelligenza il salario e non eccedere in acquisti futili divennero sinonimi di comportamenti virtuosi, non tanto – come in precedenza – perché ritenuti un obbligo morale, ma più che altro perché avrebbero inciso positivamente sulla qualità della vita e sul benessere sociale della comunità.

Il terzo ed ultimo aspetto dell’educazione promossa dalle cooperative riguarda più da vicino il welfare, nel senso che il movimento si fece spesso carico di supplire alle mancanze della mano pubblica in fatto di istruzione. Sul finire dell’Ottocento, infatti, la scolarizzazione era ancora un fatto in buona parte elitario, che riguardava principalmente i figli delle famiglie benestanti. La stragrande maggioranza dei braccianti, degli operai e degli appartenenti alle categorie meno abbienti era analfabeta, e dunque non aveva la possibilità di auto-istruirsi, di informarsi correttamente, di tutelarsi dal punto di vista legislativo, di essere pienamente consapevole dei propri diritti e dei propri doveri[ref] T. Woodin, Co-operative Education in Britain during the Nineteenth and Early Twentieth Centuries: Context, Identity and Learning, in A. Webster, A. Brown, D. Stewart, J.K. Walton, L. Shaw (a cura di), The Hidden Alternative: Co-operatives Values, Past, Present and Future, Manchester, Manchester University Press, 2011[/ref].

In vari paesi europei, le cooperative furono protagoniste di uno sforzo enorme per la scolarizzazione dei cittadini privi di mezzi economici, e contribuirono così all’elevazione materiale e all’emancipazione sociale di intere fasce della popolazione.  Si insegnava a giovani e meno giovani a leggere e scrivere, si metteva a disposizione della comunità una piccola biblioteca, si stipulavano abbonamenti con quotidiani d’informazione e riviste, si erogavano borse di studio perché i figli dei soci più meritevoli potessero accedere all’istruzione superiore o universitaria. Così facendo, indirettamente, si investì sulla propria classe dirigente dell’immediato futuro.

Rispetto a tutto ciò, è importante sottolineare due elementi. Innanzi tutto, si trattò di una vera e propria azione dal basso, non concertata con lo Stato o con le istituzioni, che appunto andava a colmare un vuoto legislativo e le gravi carenze in fatto di welfare scolastico. Nei retrobottega di certi punti vendita o nelle case del popolo, prevalentemente in ore serali, intellettuali e insegnanti reclutati dalle cooperative si preoccupavano di formare i giovani o di insegnare a donne e a uomini del popolo a leggere, a scrivere e a far di conto. Secondariamente non fu un fuoco di paglia che caratterizzò una stagione, nella fattispecie il secondo Ottocento, senza avere un’eredità successiva. Anzi, il Novecento rappresentò una fase di prosecuzione e di consolidamento di molte delle attività educative gemmate nel periodo delle origini [ref] A. Di Muzio, L’educazione cooperativa nel mondo, numero monografico de ‘La rivista della cooperazione’, n. 4, 1947 [/ref].

Con varie eccezioni, si può però affermare che l’impegno educativo delle cooperative nella società del XX secolo si sia distinta per un ruolo complementare rispetto all’emergente welfare state, per una maggiore segmentazione e per una funzione anche politico-ideologica, volta a formare le coscienze dei nuovi militanti. Quasi tutte le società occidentali ad economia avanzata investirono nella creazione di un sistema scolastico di massa, gratuito (o a costi calmierati) e obbligatorio. Ciò ha progressivamente  esentato le cooperative dalla necessità di alfabetizzare i figli delle classi disagiate. Allo stesso tempo, però, la funzione educativa del movimento non è venuta meno, ma è evoluta verso progetti specifici, talvolta altamente innovativi. E quindi è maturata una logica di sussidiarietà rispetto alla pubblica istruzione, talvolta sancita da convenzioni o accordi, più spesso attestatasi su una condizione de facto.

Vale a dire che le cooperative continuarono a intervenire laddove l’istruzione di Stato era lacunosa, e quindi a spiegare alle nuove generazioni i valori del movimento, l’importanza di una sana alimentazione, la necessità della pratica sportiva, e simili. Memore dell’ampio ruolo svolto in passato, la cooperazione ha continuato ad investire sull’educazione con progetti dedicati, in primo luogo rivolti ai giovani, talvolta organizzati direttamente, più spesso demandati ad altri e finanziati in tutto o in parte[ref]  P. Battilani e C. Benassi (a cura di), Consumare il welfare: l’esperienza italiana del secondo Novecento, Bologna, Il Mulino, 2013[/ref]. In questi passaggi, spiccavano spesso pratiche di co-operative learning e di knowledge sharing, per cui le competenze venivano trasmesse senza un rapporto gerarchico-trasmissivo, ma operativamente sul campo, durante la condivisione degli spazi lavorativi. 

Inoltre, si è avuta una segmentazione nell’ambito più propriamente formativo, rivolto cioè all’implementazione delle capacità professionali di soci, addetti e dirigenti. Anche se apparentemente può sembrare un terreno del tutto simile a quello della formazione messa in campo dalle aziende convenzionali, si deve rilevare come in questi casi si sia cercato di coniugare la preparazione professionale con la cultura cooperativa. Ciò è vero soprattutto per il panorama italiano, dove varie realtà si sono incaricate di tentare quest’operazione nei rispettivi campi, per avere dirigenti sensibili ai valori del movimento; basti pensare a Quadir, a Scuola Coop, alla Scuola Nazionale Servizi, al Master universitario in economia della cooperazione, solo per citarne alcuni, oltre ai progetti formativi attuati direttamente dalle cooperative più strutturate.

Si tratta di istituzioni che in anni recenti hanno cercato di recuperare e aggiornare i precedenti metodi di reclutamento e formazione del management cooperativo, fatto tramite le scuole di partito degli anni cinquanta e sessanta. A lungo, la cooperazione ha avuto un carattere eminentemente ‘politico’ – nell’accezione più nobile del termine -, anche se oggi questa dimensione sembra un po’ appannata. Quindi, negli anni del miracolo economico, la selezione e l’educazione della classe dirigente cooperativa è passata all’interno di strutture di partito, non tanto per fare chissà quale indottrinamento ideologico, ma piuttosto per sviluppare nei futuri dirigenti una visione a 360 gradi, che non tenesse solo conto del bilancio e delle strategie di vendita, ma anche della centralità dell’individuo, della situazione sociale nazionale e di quella internazionale.

Si ricorda, infine, che in Italia è nato il modello della cooperativa sociale, riconosciuto dalla legge n. 381 dell’8 novembre del 1991. Si tratta di una tipologia imprenditoriale fortemente vocata all’educazione in entrambe le sottocategorie in cui si divide, e cioè le cooperative di tipo A, che erogano servizi formativi e socio-assistenziali, e di tipo B, che si occupano dell’inserimento nel mondo del lavoro di soggetti svantaggiati. Questo genere di organizzazione ha rappresentato una straordinaria forma di innovazione sociale, che il resto del mondo ha poi copiato dall’Italia. Anche in questo caso l’educazione appare legata a filo doppio al lavoro, a creare uno sviluppo all’unisono economico e civile.

FONTI, CASI DI STUDIO, STORIOGRAFIA. DA RIBOLLA AL MONDO

Sulla base delle considerazioni sopra espresse, il panorama scientifico relativo al rapporto tra educazione e cooperazione è caratterizzato da un sostanziale squilibrio complessivo tra fonti disponibili e produzione storiografica. Infatti, la documentazione conservata negli archivi relativi al movimento cooperativo – ad iniziare dai materiali di Unicoop Tirreno a Ribolla, ma anche da quelli del Centro di documentazione di Bologna, solo per fare alcuni esempi – rimandano a vario titolo alle esperienze sopra raccontate. Basti pensare che una parte consistente di fonti custodite a Ribolla riguarda attività educative rivolte a soci o a semplici cittadini, in un arco di tempo che abbraccia vari decenni. È solo un esempio tra i tanti che si potrebbero fare, ma è probabilmente sintomatico dello sbilanciamento appena accennato.

La comunità degli studiosi interessati al movimento cooperativo – a partire da tutti coloro che si sono accostati al tema dall’angolo visuale delle scienze dell’educazione – ha spesso trascurato la portata degli investimenti che il movimento ha storicamente concentrato sulla formazione. Tanto più che il caso italiano, al quale si è fatto ampio riferimento, non è certo isolato; anzi, alcuni recenti studi [ref] P. Battilani e H.G. Schröter (a cura di), The Cooperative Business Movement, 1950 to the Present, Cambridge, Cambridge University Press, 2012[/ref] hanno mostrato come la cooperazione sia un fenomeno ampiamente globale, che in tutte le realtà emergenti – come i paesi africani, latino-americani o del Sudest asiatico – trae grande ispirazione dal modello europeo, e dunque replica l’attenzione verso la dimensione educativa.

Nei paesi più poveri, dove il welfare è allo stato embrionale o comunque ampiamente lacunoso, la cooperazione si sta incaricando di insegnare ai bambini dei villaggi a legge e a scrivere, di diffondere fra le classi popolari la cultura della solidarietà e del fare insieme, di investire su quei giovani più promettenti e volonterosi, perché diventino la classe dirigente del movimento. Allo stesso tempo, in altre realtà economicamente avanzate – come il Nordamerica, o l’Estremo oriente – le cooperative si sono fatte promotrici di una cultura alternativa a quella economica dominante, puntando sulla formazione di una cittadinanza attiva, partecipe, progressista e sensibile[ref] L. Shaw, International Perspectives on Co-operative Education, in A. Webster, A. Brown, D. Stewart, J.K. Walton, L. Shaw (a cura di), The Hidden Alternative: Co-operatives Values, Past, Present and Future, Manchester, Manchester University Press, 2011 [/ref].

Attualmente, quindi, in luoghi differenti e molto distanti dal contesto geografico italiano ed europeo in genere, stanno maturando dinamiche già riscontrate nella nostra storia. Ecco perché un investimento nella ricerca sul rapporto tra educazione e cooperazione a partire dalle fonti dei nostri archivi potrebbe rappresentare un elemento di interesse che andrebbe molto oltre la realtà locale, per assumere senso e significato in una prospettiva assolutamente globale.

BIBLIOGRAFIA

Cole, George D.H.
1947 The Rochdale Principles. Their History and Application, Londra, London Co-operative Society

Attfield, John
1981 With Light of Knowledge. A Hundred Years of Education in the Royal Arsenal Co-operative Society, 1877-1977, Londra, West Nyack

Furlough, Ellen e Strikwerda, Carl (a cura di)
1999, Consumers against Capitalism? Consumer Co-operation in Europe, North America and Japan, 1840-1990, Maryland, Rowman and Littlefield

Conti, Fulvio e Silei, Gianni
2005 Breve storia dello Stato sociale, Roma, Carocci

Battilani, Patrizia
2005 I mille volti della cooperazione italiana: obiettivi e risultati di una nuova forma di impresa dalle origini alla seconda guerra mondiale, in Verso una nuova teoria economica della cooperazione, a cura di Enea Mazzoli e Stefano Zamagni, Bologna, Il Mulino, pp. 97-140

Robertson, Nicole
2010, The Co-operative Movement and Communities in Britain, 1914-1960: Minding Their Own Business, Farnham, Ashgate

Webster, Anthony, Brown, Alyson, Stewart, David, Walton, John K., Shaw, Linda (a cura di)
2011 The Hidden Alternative: Co-operatives Values, Past, Present and Future, Manchester, Manchester University Press

LINK

Centro italiano di documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale

Archivio storico di Unicoop Tirreno

The Co-operative College in Manchester

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