La storia di Unicoop Tirreno

23 febbraio 2015 pubblicato in Formazione

Storia di Unicoop Tirreno / History of Unicoop Tirreno / Histoire de Unicoop Tirreno / Historia de Unicoop Tirreno / Geschichte der Unicoop Tirreno

[toc]

DEFINIZIONE

Da tempo la storia di Unicoop Tirreno è oggetto di studio da parte degli storici, anche grazie all’impulso alla ricerca proveniente dalla stessa cooperativa. Questa impresa è molto cambiata nel corso degli anni: nata come La Proletaria nel 1945, passando per Coop Toscana Lazio fino all’odierna denominazione, dallo spaccio dell’ILVA di Piombino si è estesa su tutta la fascia tirrenica, fondendosi e incorporando moltissime piccole e medie realtà che hanno portato al suo interno le loro peculiari identità, incrementando il numero dei soci e cambiando l’offerta merceologica, adattandosi ai territori in cui agiva.

Unicoop Tirreno ha dimostrato grande sensibilità nella ricerca e nella divulgazione della propria memoria: un aspetto che sicuramente si lega a quel passaggio di testimone tra le generazioni che è uno dei valori fondanti la cooperazione, l‘intergenerazionalità.

Sin dall’inizio degli ani ’80 la cooperativa ha dato il via ad un lavoro di ricerca documentaria e di recupero della propria storia: il primo traguardo di questo viaggio è stato l’inaugurazione nel 2009 dell’Archivio storico, dichiarato dalla Soprintendenza archivistica di notevole interesse storico.

La Fondazione Memorie Cooperative, nata nel giugno del 2011 ha tra i suoi scopi quello di valorizzare il patrimonio dell’Archivio storico e in questo modo far circolare la storia della cooperativa, che è anche la storia dei suoi soci, dei lavoratori e dei cooperatori di questo grande territorio.

 

I PERCORSI STORICI. DALLO SPACCIO DELL’ILVA DI PIOMBINO ALLA FASCIA TIRRENICA

IL CONTESTO E I PRIMI ANNI DE LA PROLETARIA

Sandro Nannucci, nel suo saggio sulla cooperazione nella provincia di Livorno descrive il risveglio della cooperazione in questa porzione della fascia tirrenica alla fine della seconda guerra mondiale. Si trattava di un numero molto grande di cooperative di produzione e lavoro, agricole e – soprattutto – di consumo (tra il 1944 e il 1946 si formarono nella sola città di Livorno circa 150 imprese cooperative, sia di lavoro che di consumo), che venivano create dai cittadini desiderosi di riprendersi la libertà dopo l’esperienza del Regime, in accordo con le amministrazioni e con i partiti che vedevano in questo mezzo un’opportunità per coinvolgere la base e mobilitarla nel raggiungimento dei propri obiettivi; inoltre la cooperazione era vista come una valida alternativa al sistema capitalista. Il rischio a cui queste numerose e piccole imprese cooperative andavano incontro era quello dell’isolamento e del localismo. Negli anni immediatamente successivi alla guerra furono organizzati alcuni congressi dalle neonate Federazione provinciale cooperative di Livorno e Federazione Toscana delle Cooperative ed Enti Mutualistici, che miravano ad unire le varie piccole e frammentarie realtà nate nella provincia di Livorno e in tutta la Toscana, perché il movimento cooperativo riuscisse a marciare unito verso obiettivi comuni.

Piombino era indicata, fino a non molti anni fa, come la città-fabbrica. Era infatti una città legata indissolubilmente all’industria siderurgica: la stragrande maggioranza dei suoi abitanti lavorava nelle fabbriche o nell’indotto della siderurgia. Anche per l’importanza delle acciaierie, la guerra si abbatté con violenza sulla città. Sottoposta prima all’occupazione nazista, fu costretta poi a subire disastrosi bombardamenti alleati che distrussero il porto, le fabbriche e portarono danni ingenti alla città. Piombino, dopo la liberazione, era un cumulo di macerie, le fabbriche erano silenziose e le ciminiere non fumavano più. Le sirene che avevano scandito sino ad allora le giornate della città restavano mute. Disoccupazione, fame e miseria – qui come nel resto del Paese – dominavano la vita delle famiglie. Nella città-fabbrica, però, il problema principale era quello della distruzione delle acciaierie: la disoccupazione colpiva l’intero tessuto sociale di Piombino. Per questo i lavoratori, i padroni e i cittadini, per sollevarsi dai drammi che aveva portato la guerra, decisero di unirsi per far ripartire le acciaierie.

La storia della Proletaria inizia proprio tra queste macerie e dalla voglia di rimettersi in piedi. La nascita della cooperativa La Proletaria coincise con la riattivazione dello spaccio aziendale dell’ILVA, mentre ancora si lavorava alla riattivazione della fabbrica (la prima colata delle acciaierie avverrà infatti quasi un anno dopo, il 2 gennaio 1946, quando anche le ciminiere ripresero a fumare). Per iniziativa di alcuni lavoratori e del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) nacque il progetto di costituire una cooperativa che aiutasse gli operai e loro famiglie a reperire i generi di prima necessità.

Il 26 febbraio 1945, davanti al notaio Luigi Giannone di Piombino, un gruppo di lavoratori del comparto siderurgico sottoscrisse l’atto costitutivo della Cooperativa Popolare di Consumo La Proletaria.

Lo studioso che sicuramente ha contribuito di più alla ricerca storica su Unicoop Tirreno è Ivan Tognarini. Nel 1997, per le Edizioni scientifiche italiane di Napoli, ha pubblicato La Proletaria. Una cooperativa di lavoratori dalle origini al grande balzo: un’opera fondamentale per capire e conoscere il primi venticinque anni di storia della cooperativa La Proletaria. Tognarini racconta la storia dell’impresa, del contesto territoriale e del movimento cooperativo italiano, approfondendo in particolar modo i primi quindici anni di vita della cooperativa. Il periodo che va dal dopoguerra alla fine degli anni ’50 fu caratterizzato da anni di radicamento ed espansione della cooperativa, nel territorio e fuori, anni di scelte politiche ed economiche fondamentali per il futuro dell’impresa; furono anni, infine, di grandi cambiamenti nel contesto cittadino e nazionale che impressero un forte segno sulla vita e le scelte de La Proletaria.

 

1945-1960: I PRIMI ANNI DELLA COOPERATIVA

Il primo presidente della cooperativa fu Angelo Albano, impiegato dell’ILVA e partigiano, espressione nella prima fase del CLN e che in seguito seppe dare un indirizzo forte a La Proletaria. In quei primi anni, infatti, il Consiglio di Amministrazione presieduto da Albano seppe intessere una politica di legami con le altre realtà economiche della città (in primis fornitori e dirigenti delle acciaierie); contemporaneamente La Proletaria iniziò a intrattenere rapporti, a stringere accordi e poi ad assorbire le altre cooperative della città: fu insomma il germe dell’espansione che avrebbe caratterizzato la cooperativa fino ai giorni nostri.

Sul bancone del primo spaccio de La Proletaria si potevano trovare solamente castagne e farina di castagne, tra i pochi generi disponibili in quel periodo di forte crisi. Nei primi anni di vita la cooperativa continuò ad agire in collaborazione con i vertici dell’ILVA, che oltre ai locali dello spaccio aveva fornito le attrezzature e un camion per il trasporto delle merci (che fu ribattezzato ‘Ardita’). Già in questi primi anni La Proletaria fece mostra dei propri propositi di espandersi nella città: vennero presi accordi con l’altra grande realtà siderurgica, La Magona, furono stretti legami con le aziende agricole nelle campagne per l’approvvigionamento delle derrate alimentari; tra il ’45 e il ’50, oltre ad assicurarsi la gestione del forno della Cooperativa Panettieri di Piombino, vennero assorbite alcune cooperative che esistevano in città tra cui la Cooperativa dei Partigiani del Cotone (quartiere operaio di Piombino), la Cooperativa di Consumo Partigiana Riotorto e la Cooperativa di Baratti. Infine furono incorporate le cooperative dell’Isola d’Elba, San Vincenzo e Donoratico.

Nel decennio successivo alla sua nascita, la Proletaria attraversò un periodo duro: Tognarini lo descrive facendo riferimento ad una grande varietà di fonti (dai verbali dei consigli di amministrazione alle carte dell’archivio di Stato di Livorno sino agli articoli usciti sulla stampa locale). La collaborazione con i vertici delle industrie cittadine ebbe un brusco stop: all’inizio degli anni ’50, la cooperativa fu sfrattata dai locali della propria sede sociale (ossia lo spaccio dell’ILVA) e finirono anche tutti gli aiuti e le agevolazioni che sino ad allora le erano state offerte. Anche il contesto in cui si trovava a muoversi, sia nazionale che locale, era pesante. Il primo ministro Mario Scelba aveva lanciato un’offensiva contro il movimento cooperativo: vi furono in quel periodo controlli e vessazioni da parte delle autorità, che miravano a cogliere anche piccole irregolarità per intralciare o addirittura chiudere le cooperative.

Inoltre nel 1952 la città di Piombino attraversò un’altra grandissima crisi: la Magona, che dava lavoro a moltissimi cittadini, operò dei licenziamenti in massa e minacciò di chiudere, gettando la città di nuovo nella miseria e nella fame. Gli anni ’50 furono particolarmente duri per La Proletaria: se la sua nascita era avvenuta in clima di grande collaborazione, quindici anni dopo la cooperativa si ritrovava sotto gli attacchi della stampa, dei commercianti della città e della politica nazionale; inoltre era stata abbandonata e poi osteggiata dalle acciaierie che l’avevano vista nascere. Nel 1957 anche in Italia approdò il “comprare all’americana”: si trattava di un modello di consumo che vedeva la concentrazione su scaffali di merci e derrate in unico grande negozio. Vennero quindi aperti anche nel nostro Paese i primi supermercati (i pionieri furono la catena Supermarkets Italiani, fondata con capitali americani e italiani): arrivava così un altro temibile concorrente.

In questi stessi anni, però, la Proletaria continuò a crescere, seppure tra queste grandi difficoltà. Era ormai una cosa chiara che le piccole dimensioni non potevano che intralciare l’obiettivo di contenimento dei prezzi: nel 1954 la cooperativa modificò il proprio statuto per poter estendere la propria attività anche ai comuni vicini. In questi anni La Proletaria attraversò un processo di riorganizzazione interna: la rete dei vecchi spacci venne ristrutturata e si arrivò alla costituzione dei primi self service, vennero aperti nuovi spacci in città e vennero rinnovati gli automezzi e le attrezzature. Dal 1956 la cooperativa ebbe una nuova sede sociale, affittando il vecchio mulino della ditta Lazzereschi e Lazzeroni, nella centrale via Gori.

Nel 1955 fu costituita l’Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori (ANCC), organismo nato per elaborare gli indirizzi comuni di politica economica, sociale, di solidarietà, e coordinare le realizzazioni di tali intenti sui territori. Anche La Proletaria entrò più decisamente a far parte di un movimento cooperativo dal respiro nazionale.

 

GLI ANNI ’60

Sono gli anni del miracolo economico e La Proletaria si rese conto che la dimensione dei piccoli spacci non era più incisiva. Scorrendo la cronologia che offre Tognarini (basandosi sugli ordini del giorno delle assemblee del consiglio di amministrazione de La Proletaria negli anni Sessanta) si può seguire lo sviluppo della cooperativa durante il “boom”. In accordo con le direttive dell’ANCC proseguì e venne potenziata la ristrutturazione della rete di vendita iniziata nel decennio precedente: oltre alla realizzazione di nuovi self service e superette si arrivò nel 1969 alla costruzione del primo supermercato della Proletaria, i Grandi Magazzini di via Gori a Piombino [QUI INTERVISTA MAURILIO CAMPANI SU APERTURE SUPER VIA GORI]. La ristrutturazione della rete di vendita vedrà la chiusura dei piccoli negozi e l’apertura di grandi strutture di vendita.

Contemporaneamente la cooperativa continuava il processo di incorporazione e di espansione sul territorio. Negli anni ’60 la Proletaria estese il proprio raggio d’azione nella Val di Cornia e varcò per la prima volta in confini provinciali, assorbendo l’Alleanza Cooperativa di Gavorrano e l’Alleanza Grossetana Cooperative di Consumo. In L’Archivio storico di Coop Toscana Lazio e Custodire il futuro (volumi che illustrano il contenuto dell’Archivio Storico di Unicoop Tirreno) si possono trovare delle schede che illustrano la storia di tutte le cooperative, piccole e grandi che La Proletaria (poi Coop Toscana Lazio e Unicoop Tirreno), ha assorbito nel corso della sua esistenza: uno strumento molto utile per ripercorrere storie di piccole imprese spesso dimenticate.

Alla fine degli anni ’60 entrò in funzione il centro logistico e amministrativo di Vignale.

 

ANNI ’70

Tognarini riprende nel 2004 con il volume edito dal Mulino “Dalla Proletaria ad Unicoop Tirreno” la storia de La Proletaria da dove l’aveva lasciata: il periodo che va dai primissimi anni ’70 fino ad oggi raccontano la storia dell’espansione de La Proletaria su tutta la fascia tirrenica, la sua ristrutturazione amministrativa, della rete di vendita ed economica, nonché dell’organizzazione sociale.

Gli anni ’70 si aprirono con la fusione de La Proletaria con la Fratellanza di Rosignano Solvay. Quest’ultima era una cooperativa nata quasi contemporaneamente a La Proletaria – nel 1945 – e aveva avuto un destino molto simile all’impresa piombinese. La Fratellanza era nata da una stretta collaborazione tra i dipendenti della Solvay, l’amministrazione comunale e il locale Comitato di Liberazione Nazionale. Sin dal 1949 la Fratellanza aveva cominciato ad assorbire alcune cooperative del territorio. Nel 1965 la c’era stata la fusione con la cooperativa del Popolo di Cecina: l’importanza di questa fusione permise alla cooperativa di Rosignano di espandersi in tutta la provincia di Livorno e nel capoluogo. A Livorno, infatti, nei primi anni del dopoguerra si erano formate numerose cooperative aziendali, come ad esempio quelle delle Vertrerie Italiane Balzaretti e Modigliani, dei dipendenti postelegrafonici, della Richard-Ginori e dei dipendenti dei Cantieri Navali; la Fratellanza incorporò queste cooperative ed altre molto importanti in città e nella provincia, come l’Alleanza Cooperativa di Montenero o la  Cooperativa di consumo agricolo di Collesalvetti.

L’unione de La Proletaria con la cooperativa ‘sorella’ portò alla formazione di un grande soggetto che da Livorno a Grosseto aveva un numero di negozi e di soci in costante crescita.

Questo processo di espansione e di riorganizzazione è stato indagato da Angelo Nesti. La cooperativa, nel contesto di forte instabilità dovuto alla crisi che negli anni ’70 stava infuriando, si pose come impresa di consumo e di consumatori ma con una forte critica nei confronti del “sistema” consumistico. La Proletaria fece di prodotti a marchio coop e dei soci la propria bandiera nel contesto del mercato. La ricerca di Nesti segue proprio lo sviluppo della cooperativa, dalla riorganizzazione interna dell’amministrazione e dei vari settori, al cambiamento della rete di vendita (la diffusione dei supermercati, i moderni ipermercati o il ritorno ai piccoli negozi) sino alla rete di imprese della fine degli anno ’90 e le nuove sfide aperte con il nuovo millennio.

Il 1972, fu un anno decisivo per la cooperativa. In marzo fu aperto il primo supermercato de La Proletaria nella Capitale: l’apertura di questo negozio nel popolare quartiere di Centocelle non fu facile, per l’opposizione politica e dei bottegai romani. Tuttavia, con l’aiuto dei comitati di soci che nacquero spontaneamente si poté arrivare all’apertura.

Pochi mesi dopo, il 14 luglio, un incendio distrusse il supermercato di via Gori: a causa della costosa ristrutturazione della rete di vendita, dei ritardi nell’apertura del negozio di Roma e dei debiti che la cooperativa aveva mutuato dall’incorporazione della Fratellanza l’anno precedente, questo incidente rischiò di mettere la parola fine alla storia de La Proletaria. Tuttavia, grazie anche all’aiuto e alla solidarietà che arrivò da tutta Italia da parte di cooperatori e soci, al successo del negozio di Roma e alle scelte della direzione della Proletaria, la cooperativa seppe rialzarsi: il nuovo supermercato a Piombino aprì nel 1976, nello stesso luogo, ma più grande e moderno.

Nel 1977, fu inaugurato il supermercato Coop nel quartiere La Rosa di Livorno. Si trattava del primo grande centro commerciale integrato con maggiori servizi, offerta merceologica alimentare e non, parcheggio, negozi gestiti da privati all’esterno dell’area di vendita del supermercato, su un’estensione di oltre 2.000 mq di superficie.

Contemporaneamente alla diffusione dei supermercati, nel 1973 prese il via anche la ristrutturazione aziendale che mirava ad una maggiore collegialità nella direzione. Scomparve la figura del Direttore Amministrativo che fu sostituita dal Vicepresidente. Quest’ultimo, insieme al Presidente, al Consigliere Delegato della cooperativa e del consorzio nazionale Coop Italia (il quale aveva una sede secondaria e un magazzino a Vignale) costituivano l’ufficio di presidenza: la collegialità aveva come obiettivo la divisione dei compiti per amministrare in modo migliore un impresa che si era sempre più grande e complessa. Il Presidente, che fino ad allora aveva avuto un ruolo di rappresentanza, divenne il soprintendente dell’operato dei vari uffici; il controllo di gestione assunse sempre più importanza, soprattutto nel ruolo della programmazione aziendale. Infine la riforma interna mirava ad una settorializzazione e ad una verticalizzazione maggiore del lavoro rispetto a prima.

ANNI ’80

Negli anni Ottanta la Cooperativa attraversò un periodo estremamente positivo dal punto di vista economico e finanziario, con ottimi bilanci e prestito sociale in forte crescita. In Italia si assisteva ad un processo (iniziato nel decennio precedente ma che in questi anni si poteva dir compiuto) di finanziarizzazione e di terziarizzazione economica che comportò un radicale cambiamento nei consumi.

Proseguì in questi anni la riorganizzazione della rete di vendita, ai piccoli negozi e supermercati si affiancarono e a volte vennero sostituiti dai centri commerciali integrati, come a Grosseto, Cecina, Tarquinia, San Vincenzo, Viterbo. A Roma, nel 1986, aprì il secondo supermercato nel quartiere Colli Aniene. Tuttavia lo sviluppo nel Lazio conobbe un’accelerazione solo con l’acquisto nel 1989 della catena privata di supermercati Stella Market Spa.

Nel 1988 viene inaugurato un nuovo centro commerciale a Salivoli, esempio delle più moderne tecnologie informatiche applicate alla vendita.

Dalla seconda metà degli anni ’70 un ripensamento del ruolo del socio aveva portato una discussione all’interno della cooperativa e a livello nazionale sulle nuove modalità di partecipazione. Negli anni ’80 questa discussione prenderà corpo. Proprio in questi anni iniziano le Giornate dei Giovani Consumatori, i primi esperimenti di Educazione al Consumo.

Contemporaneamente all’espansione della cooperativa, alla complessa riorganizzazione interna e alle necessità di comunicazione tra soci e organi direttivi (e verso l’esterno) si svilupparono partire dagli anni ’70 strategie volte a informare e coinvolgere i soggetti che ruotavano intorno alla cooperativa. Luigi Tomassini ha indagato questi processi comunicativi verso i soci e verso l’esterno della cooperativa, analizzandone l’evoluzione e i temi. Dai primi bollettini destinati ai dipendenti, negli anni ’80 prese corpo, nell’allora house organ Coop Notizie, una ricerca di contenuti (dal consumerismo, all’educazione ambientale e alimentare, fino all’attenzione nei confronti della scuola) e di una strategia di comunicazione che prenderà forma nel decennio successivo in Nuovo Consumo.

 

ANNI ’90

Nel 1990 La Proletaria modificò la propria denominazione sociale in Coop Toscana Lazio, per rispecchiare anche nel nome la propria realtà distributiva. Il cambio del nome si accompagnò all’approvazione di un nuovo statuto sociale e un nuovo regolamento, dove furono istituzionalizzate le sezioni soci: si trattava di organismi di rappresentanza e partecipazione, che coinvolgevano il socio in maniera ancora più attiva nei diversi momenti della vita della cooperativa, attraverso un ruolo di indirizzo e di controllo sulle scelte complessive. Le sezioni soci furono il frutto della discussione che veniva portata avanti ormai da più di quindici anni. Enrico Mannari, nel suo studio sulla storia delle sezioni soci e del rapporto della cooperativa con la sua componente sociale, sostiene che furono molti i motivi che portarono all’idea delle sezioni soci come strumento per avvicinare i soci alla cooperativa e sollecitare la loro partecipazione. Lo sviluppo che si ebbe negli anni Novanta era anche dovuto alla deideologizzazione che accompagnò l’inizio del decennio la storia della cooperativa e alla necessità di organizzare la partecipazione dei soci per poter meglio divulgare e praticare i temi cari alla cooperativa: democrazia, cultura, educazione alimentare, consumerismo.

Nei primi anni Novanta, dopo gli ottimi bilanci del decennio precedente e un incremento rilevante dei risultati finanziari, la Cooperativa ritenne necessario promuovere importanti programmi in investimento; la decisione di puntare sull’apertura di nuovi ipermercati, esperienza già avviata in altre cooperative italiane a partire dal 1988, si rivelò di fondamentale importanza ai fini dello sviluppo territoriale, in particolare nell’area campana; dopo l’apertura del primo ipermercato di Viterbo, nel 1998, seguì infatti Avellino, inaugurato il 10 luglio 1998 e, dopo non poche traversie, il centro commerciale Le porte di Napoli, ad Afragola, nell’aprile del 1999.

 

GLI ANNI 2000. LA NASCITA DI UNICOOP TIRRENO

Nel 2003 si avviò la fusione con Coop Tevere, cooperativa nata in Umbria ma operante anche nel Lazio, e nel 2005 è la volta della fusione con Coop Unione di Ribolla. Queste operazioni portarono a rafforzare e promuovere un vero e proprio canale gestionale relativo alle piccole unità di vendita.

Dopo queste ultimi fusioni la cooperativa cambiò ulteriormente nome: nel 2004 divenne infatti Unicoop Tirreno, per sottolineare concetto di unione e integrazione tra le varie regioni dove la Cooperativa è presente e la sua presenza su tutta la fascia tirrenica.

 

DAGLI ARCHIVI

Per fare una storia di Unicoop Tirreno sono molte le tracce documentarie che è possibile usare: proprio grazie all’attenzione che la cooperativa ha sempre avuto nei confronti della propria storia, le fonti documentarie a disposizione dello studioso come del semplice curioso sono veramente moltissime.

La grande maggioranza dei materiali documentari per la storia di Unicoop Tirreno sono oggi conservati all’Archivio storico di Unicoop Tirreno (ASUT). Qui si possono trovare i verbali delle assemblee del Consiglio di Amministrazione, delle Assemblee dei soci, del  Comitato Esecutivo, inventari, bilanci, volantini  delle attività delle Sezioni soci, video, un grandissimo Archivio fotografico, e molte altre tipologie di documenti, sia de la Proletaria che di tutte le cooperative che sono entrate a far parte di Unicoop Tirreno.

Tracce documentarie della storia di Unicoop Tirreno (e soprattutto delle piccole e medie realtà che negli anni sono state assorbite) si possono trovare anche negli archivi storici dei Comuni e negli archivi storici delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura dei territori in cui è attiva.

 

BIBLIOGRAFIA

Tognarini, Ivan
1988, Là dove impera il ribellismo: resistenza e guerra partigiana dalla battaglia di Piombino (10 settembre 1943) alla liberazione di Livorno (19 luglio 1944), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane.

Tognarini, Ivan
1997, La Proletaria. Una cooperativa di lavoratori dalle origini al grande balzo (1945-1971), Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane.

Tognarini, Ivan (a cura di)
2005, Dalla Proletaria a Unicoop Tirreno. La cooperazione di consumo nell’Italia tirrenica (1971-2004), Bologna, Il Mulino.

Colli, Marcella; Nannini, Valeria; Scaletta, Vincenzina
2000, L’Archivio storico di Coop Toscana Lazio, collana I quaderni di Coop Toscana Lazio, Laboratorio di comunicazione multimediale

Zamagni, Vera; Battilani, Patrizia; Casali, Antonio
2004, La cooperazione di Consumo in Italia. Centocinquant’anni della Coop consumatori: dal primo spaccio a leader della moderna distribuzione, Bologna, Il Mulino.

Mannari, Enrico; Ghisaura, Antonella; Gualersi, Marco (a cura di)
2012, Custodire il futuro. L’Archivio Storico di Unicoop Tirreno, Milano, Mind Edizioni.

Zangheri, Renato; Galasso, Giuseppe; Castronovo, Valerio
1987, Storia del movimento cooperativo in Italia (1886-1986), Torino, Giulio Einaudi Editore

Briganti, Walter (a cura di)
1976-1981, Il movimento cooperativo in Italia (1854-1980), Bologna, Edizioni Cooperative

Fabbri, Fabio
1979, Il movimento cooperativo nella storia d’Italia (1854-1975), Milano, Feltrinelli

Sapelli, Giulio (a cura di)
1981, Il movimento cooperativo in Italia. Storia e problemi, Torino, Einaudi

Santoro Lezzi, Cecilia
1993, Il movimento cooperativo in Italia, Bologna, Pàtron

Casali, Antonio
1993, I consorzi della cooperazione di consumo in Italia. Dall’Ufficio Centrale di Provvedimento di Vercelli al Cooop Italia (1887-1993), Firenze, Consorzio Cooperative di Consumo

Nannucci, Sandro
1994, n. 3, anno XXIV, Ricerche Storiche, La cooperazione livornese nell’immediato secondo dopoguerra

Costalli, Sergio
2009, Identità e cambiamento. Marchi distintivi dal mondo Coop, Livorno, Debatte Editore

Costalli, Sergio
2011, In viaggio verso Itaca. Pratiche e riflessioni di un cooperatore tra futuro e realtà, Milano, Mind Edizioni

Costalli, Sergio
2013, La città co-operativa, Milano, Bruno Mondadori Editore

Ti piace questo post?

Potrebbero interessarti

Agenda

luglio 2019

luglio: 2019
L M M G V S D
« mag    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Facebook

La parola del momento

#democrazia.