Mutualità

9 settembre 2013 pubblicato in Formazione

MUTUALITÀ / mutuality / mutualitè / mutualidad / gegenseitigkeit

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DEFINIZIONE

Nel dibattito intellettuale, la mutualità è sempre stata considerata una via intermedia tra il self-help e la solidarietà, ossia tra individualismo e altruismo. In tal senso è il concetto fondante della cooperativa, intesa come un’impresa di proprietà dei soci che opera nell’interesse collettivo degli stessi. Questi si sono riuniti in cooperativa per raggiungere uno scopo al quale singolarmente non avrebbero potuto ambire, e l’interesse da loro perseguito non è esclusivamente di natura economica, anzi molto spesso questo genere di dimensione appare complementare o addirittura ancillare rispetto a motivazioni extra-economiche. Questo tipo di patto sociale si protrae nel tempo se lo scambio mutualistico – ossia la reciprocità tra soci e impresa cooperativa – continua ad essere vantaggioso. [ref]G. Bonfante, La legislazione cooperativa: evoluzione e problemi, Milano, Giuffrè, 1984.[/ref]

Nelle cooperative di consumo, ad esempio, i soci trovano generi alimentari e altri prodotti a un rapporto qualità/prezzo conveniente. In quelle di produzione e lavoro, ottengono la garanzia di un impiego che li mette al riparo dal rischio della disoccupazione. In quelle agroalimentari, ricevono sostegno tecnico-organizzativo e vantaggio economico negli acquisti e nelle vendite collettive. Gli esempi potrebbero proseguire. A tutte queste considerazioni, si deve aggiungere che le cooperative danno un ulteriore beneficio ai soci, perché a bilancio chiuso ed approvato – se la gestione complessiva è stata efficiente e positiva – viene distribuito il ristorno, ossia la parziale ripartizione degli utili realizzati dalla cooperativa.

Quindi, la mutualità è un concetto che rimanda ad un vantaggio collettivo sia economico che non economico, che giustifica l’esistenza stessa della cooperativa, intesa come un genere d’impresa con finalità diverse rispetto al mero profitto. Anzi, in questo senso l’utile di gestione appare del tutto minoritario rispetto ad altri aspetti. Ciò è particolarmente evidente nelle cooperative di consumo, i cui soci non sono interessati al ristorno a chiusura del bilancio, bensì ad avere la possibilità di acquistare merci con un conveniente rapporto qualità prezzo durante l’anno.

Inoltre, la mutualità ha una ricaduta positiva – benché sussidiaria – sulla collettività in generale, perché l’esistenza della cooperativa produce, direttamente o indirettamente, una qualche esternalità positiva. Quest’ultima, in genere, è considerata minoritaria rispetto alla mutualità in senso stretto, ma comunque non trascurabile. Le cooperative di consumo offrono un conveniente rapporto qualità/prezzo anche ai non soci, quelle di produzione e lavoro hanno un ruolo emancipatorio e perequativo rispetto al valore aggiunto prodotto, quelle agroalimentari incidono favorevolmente sulla valorizzazione e sulla tutela dei territori e dei prodotti locali.

 

I PERCORSI STORICI. LE FONDAMENTA DI ROCHDALE

Si può ritenere che il concetto di mutualità sia alla base del successo delle cooperative nella seconda metà dell’Ottocento. Si è soliti affermare che la Cooperativa di consumo di Rochdale, fondata nel 1844 nel cuore industriale dell’Inghilterra, sia stata la prima esperienza cooperativa al mondo. In realtà, non è così, perché la storia economica anglosassone è ricca di esperienze cooperativistiche anche negli anni venti e trenta del XIX secolo, tuttavia nessuna di queste durò nel tempo, né fece scuola.

Quindi, i Probi Pionieri di Rochdale attinsero ad un humus culturale e ad esperienze precedenti per creare una cooperativa che – per la prima volta – non naufragò fra bilanci dissestati e utopie irrealizzabili, ma si affermò nel mercato. Quella fu la prima cooperativa che ebbe un vasto e duraturo successo, in termini di fatturato, di soci e, soprattutto, di clamore nazionale ed internazionale, tanto che il suo modello fu replicato numerosissime volte.

Qual era la differenza fra la cooperativa di Rochdale e le cooperative che l’avevano preceduta e che si erano rivelate fallimentari? La mutualità. I Probi Pionieri idearono un modello che mirabilmente teneva insieme, in stretta sinergia, tre aspetti fondamentali: il vantaggio associativo era direttamente proporzionale al volume di acquisti in cooperativa; il vantaggio associativo era direttamente proporzionale al numero di soci complessivo; parte degli utili era reinvestito in cooperativa. Vale a dire che il principio mutualistico era tanto più efficace quanto più cresceva il volume d’affari dello spaccio autogestito. Quindi, il caso di Rochdale fu di successo perché l’organizzazione economica – che inevitabilmente si doveva confrontare con le leggi di mercato – era basata sulla convenienza individuale e collettiva, e rappresentava la solida base di un’architettura etica e sociale.

Si tende spesso a dire che i valori sono alla base delle cooperative. In un certo senso è vero anche il contrario e cioè che l’attività imprenditoriale consente un output di carattere etico. Se l’organizzazione complessiva è efficiente, è possibile l’accumulo di risorse da destinare ad iniziative o progetti di carattere sociale o culturale. E quindi si può dire che la corretta applicazione del concetto della mutualità consenta di tenere assieme sfera economica e sfera sociale, con l’una che implica l’altra. O meglio, la cooperativa appare davvero una sintesi in cui l’interesse collettivo e quello individuale vengono, di fatto, a sovrapporsi, se non addirittura a coincidere.

Le esperienze cooperative antecedenti a quella di Rochdale erano fallite per tre ragioni principali.[ref]J. Birchall, Co-op: the people’s business, Manchester, Manchester università press, 1994[/ref] La prima è che alcune avevano puntato su sistemi chiusi, di carattere spesso comunitario o settario, nell’idea utopica che fosse possibile separarsi del tutto dall’economia di mercato. Rientrano in questa categoria le esperienze di Robert Owen o di altri socialisti ottocenteschi, che avevano pensato di creare un sistema separato dal resto del mondo, che funzionava con leggi proprie e in cui o si stava dentro o si stava fuori.

La seconda ragione di insuccesso stava in un eccesso di volontarismo. Alcune cooperative erano nate non solo all’insegna del disprezzo del guadagno, ma anche del disinteresse per le logiche aziendali in genere, animate da tanta buona volontà e da uno spirito più caritatevole che imprenditoriale. E così, dopo un inizio entusiasmante era subentrata la consapevolezza che quel modello non poteva garantire il benessere dei soci, perché a fronte di tanti sacrifici sostenuti non si vedeva una chiara convenienza a far parte della cooperativa.

La terza ed ultima ragione è da rintracciare in una prassi di tipo opposto, per cui i soci fondatori erano partiti dall’idea di creare un tipo di impresa autogestito e diverso dal modello convenzionale, ma erano via via scivolati verso prassi e logiche tipiche dell’impresa for profit. Pur se la loro ditta si chiamava cooperativa, nei fatti, assomigliava ad una società per azioni in cui tutti avevano investito la medesima quota. In questo caso, la fine dell’esperienza coincise quasi sempre con la presa d’atto che – a dispetto delle buone intenzioni iniziali – non si era riusciti a fare qualcosa di diverso rispetto al modello che si era preso ad obiettivo polemico.

Da tutti questi errori, i Probi Pionieri impararono molto ed ebbero la grande intuizione di un’alchimia credibile tra remunerazione del capitale e non profit, cioè il concetto di mutualità. Questo modello è stato poi rapidamente imitato da altri gruppi di soci e si è imposto, con i dovuti distinguo, in altri paesi e in altri settori merceologici. Declinata in maniere differenti, la mutualità è ancora oggi il comune denominatore della cooperazione a livello mondiale, nel senso che quasi tutti gli ordinamenti giuridici la riconoscono come il tratto distintivo essenziale rispetto all’impresa convenzionale.

 

FONTI. L’APPROCCIO LEGISLATIVO ALLA MUTUALITÀ IN ITALIA

L’esperienza italiana si compone di cinque tappe fondamentali, che corrispondono ad altrettante interpretazioni legislative del concetto di mutualità, in massima parte specchio di una stagione di dibattiti o di una particolare visione politica. Queste, poi, sono state recepite dalle singole cooperative, che nei fatti si sono adeguate ai diversi paradigmi che ora andremo a passare in rassegna. Il primo riconoscimento giuridico della cooperativa come forma d’impresa peculiare è nel Codice di commercio del 1882. In tale approccio, il principio mutualistico era completamente ignorato, per cui – teoricamente – nulla vietava che la sedicente cooperativa operasse esclusivamente verso terzi, distribuisse gli utili come una qualsiasi altra impresa commerciale e non riservasse alcun trattamento speciale ai soci.

Si trattava di un vulnus che venne presto denunciato e che alimentò un vasto dibattito proprio sulla mutualità. Questo principio era apprezzato soprattutto in quanto compenetrazione nella stessa persona sia della figura del socio che dell’utente/lavoratore, ma si discuteva se esso dovesse considerarsi o meno anche una caratteristica ineliminabile del fatto cooperativo. Di fatto, il perno di tutto il dibattito riguardava la possibilità per le cooperative di svolgere attività anche con non soci. Può una cooperativa di consumo vendere i prodotti anche a un cittadino che non è membro? Può una cooperativa edile assumere personale senza farlo socio? Può una cassa rurale ricevere in deposito i risparmi di un normale cliente? E può un domani fargli un prestito?

Chi spingeva per il no ai rapporti economici con i terzi, aveva una visione della cooperativa “dura e pura”, e in fin dei conti chiusa in se stessa. Al contrario, chi ammetteva deroghe al principio mutualistico, le motivava a fronte di un vincolo e di una considerazione collaterale. Il rapporto economico coi non soci doveva essere accessorio e minoritario rispetto a quello coi soci, e in questa maniera esso diventava conveniente anche per i soci stessi, perché l’ampliamento del fatturato avrebbe portato maggiore benessere alla cooperativa e avrebbe contribuito ad abbattere i costi fissi.

Quindi, in una seconda stagione legislativa – quella dell’età giolittiana e del primo dopoguerra – si introdusse il concetto di mutualità secondo questa accezione, cioè che era un fondamento di quel genere d’impresa, e che poteva essere parzialmente derogato a vantaggio dei soci stessi. Immediatamente maturò un secondo dibattito. La cooperativa si deve comportare nella stessa maniera di fronte a soci e non soci? O i primi devono essere privilegiati? Le domande concrete potevano essere le seguenti: La cooperativa di consumo fa gli stessi prezzi a soci e non soci? La cooperativa edile retribuisce in maniera analoga i muratori soci e quelli non soci? La cassa rurale applica le stesse condizioni a soci e a non soci?

Il Legislatore non diede mai una risposta univoca, ma incoraggiò forme di perequazione, senza distinzioni nette tra soci e non soci. In certi casi, addirittura, alcuni studiosi vicini al socialismo e vari dirigenti della Lega nazionale delle cooperative spinsero per una ripartizione del ristorno allargata anche ai non soci, nell’idea che la cooperativa fosse uno strumento classista e che non potesse operare discriminazioni.[ref]R. Zangheri, G. Galasso e V. Castronovo, Storia del movimento cooperativo in Italia. La Lega nazionale delle cooperative e mutue, 1886-1986, Torino, Einaudi, 1987[/ref]

La legislazione fascista e il Codice civile del 1942 capovolsero radicalmente questa impostazione. Si volle dare alle cooperative un carattere mutualistico che distinguesse chiaramente tra soci e non soci, anche se furono abolite una serie di disposizioni accessorie – per esempio in termini di distribuzione degli utili – che ricondussero questa forma d’impresa in un contesto imprenditoriale fortemente depurato di implicazioni etiche e sociali.

La nuova Costituzione, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, riconsegnava la cooperativa ad un ambito in cui valori e impresa tornavano a convivere all’insegna del «carattere mutualistico e senza fini di speculazione privata». La legislazione successiva ha avuto importanti meriti ma si è anche rivelata parzialmente lacunosa. Da un lato è stato introdotto il divieto di demutualizzazione – ossia la trasformazione di una cooperativa in società per azioni, principale fattore di crisi del movimento a livello mondiale – e sono stati via via introdotti incentivi e norme per la patrimonializzazione e per il rafforzamento della dimensione imprenditoriale.

Di contro, la mancanza di una chiara definizione della deroga al concetto di mutualità ha aperto le porte alla cosiddetta cooperazione spuria, ossia a compagini imprenditoriali che si sono travestite da cooperative per godere di determinate agevolazioni fiscali. Nel senso che la mancanza di un obbligo ad operare prevalentemente con i soci ha aperto la strada a soluzioni che evidentemente tradiscono lo spirito cooperativo. Ad esempio, ci sono cooperative di pulizie in cui i soci sono i nove consiglieri di amministrazione e non i cento addetti che sono inquadrati come semplici dipendenti. Oppure cooperative agroalimentari in cui i coltivatori soci sono solo il 4% o il 5% di tutti coloro che vi conferiscono i propri prodotti, per cui la restante parte si vede imporre prezzi e condizioni da una ristretta oligarchia.

Sul concetto di mutualità è intervenuta la riforma del diritto societario del 2004, che ha introdotto uno spartiacque fra cooperative a mutualità prevalente e a mutualità non prevalente.

Nel primo caso, la maggior parte dello scambio avviene con i soci, nel secondo con il resto dei clienti/dipendenti. Quindi, se una cooperativa di consumo realizza almeno il 51% del proprio fatturato con i soci è a mutualità prevalente, viceversa se prevalgono le vendite ai non soci è a mutualità non prevalente. Le cooperative a mutualità prevalente sono sottoposte a un trattamento fiscale più favorevole, nel senso che le riserve indivisibili sono tassate solo per il 30% dell’imponibile, anziché per il 70% come nelle altre cooperative. Si è trattato di un riconoscimento legislativo all’importanza della mutualità, che ha penalizzato la cooperazione spuria ma che non ha voluto sradicarla.[ref]A. Ianes, Le cooperative, Roma, Carocci, 2011[/ref] La cooperazione di consumo italiana – rappresentata dal marchio Coop – è ben salda nella dimensione “a mutualità prevalente”.
Basti pensare che tre clienti su quattro sono soci.

 

BIBLIOGRAFIA

Fantini, Oddone
1959, Cooperazione e mutualità nella storia economica, in «Economia e storia», n. 3, pp. 570-589

Bonfante, Guido
1984 La legislazione cooperativa: evoluzione e problemi, Milano, Giuffrè

Zangheri, Renato, Galasso, Giuseppe e Castronovo, Valerio
1987 Storia del movimento cooperativo in Italia. La Lega nazionale delle cooperative e mutue, 1886-1986, Torino, Einaudi

Battilani, Patrizia
1999 La creazione di un moderno sistema di imprese. Il ruolo dei Consorzi della cooperazione di consumo dell’Emilia-Romagna, Bologna, Il Mulino

Battilani, Patrizia
2005 I mille volti della cooperazione italiana: obiettivi e risultati di una nuova forma di impresa dalle origini alla seconda guerra mondiale, in Verso una nuova teoria economica della cooperazione, a cura di Enea Mazzoli e Stefano Zamagni, Bologna, Il Mulino, pp. 97-140

Zamagni, Stefano e Zamagni, Vera
2008 La cooperazione. Tra mercato e democrazia economica, Il Mulino, Bologna

Costalli, Sergio
2011 In viaggio verso Itaca: pratiche e riflessioni di un cooperatore tra futuro e realtà, Milano, Mind

Ianes, Alberto
2011 Le cooperative, Roma, Carocci

 

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