Partecipazione

1 marzo 2014 pubblicato in Formazione

PARTECIPAZIONE / participation / participation / participatión / teilnahme

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DEFINIZIONE

Con il termine partecipazione si intende il prendere parte a una qualche attività, sia semplicemente con la propria presenza, con la propria adesione o con un interessamento diretto, sia recando un effettivo contributo proattivo, che quindi concorre al compiersi dell’attività stessa. Nel linguaggio economico, con partecipazione si indica anche il possesso di azioni e quindi il diritto ad avere voce in capitolo nella gestione dell’impresa. In ambito politico, invece, la partecipazione viene definita dall’Enciclopedia Treccani come «l’interesse, mostrato sia da singoli che da gruppi, a prender parte in modo diretto alla vita politica di una comunità o di uno stato, nelle forme più diverse». Se ci riferiamo alla cooperativa, il significato di partecipazione assume una valenza duplice, sia nel senso di indicare che i soci sono detentori delle quote azionarie, ma soprattutto in relazione al fatto che si chiede loro un coinvolgimento diretto e ampio nelle attività economiche ed extraeconomiche.

Le cooperative, infatti, hanno storicamente sviluppato  una gestione collegiale – partecipata, appunto, dai soci – che si completa con attività di carattere sociale che analogamente richiedono un interessamento delle persone alle quali sono rivolte. Più in generale è tutta l’organizzazione cooperativa che, come suggerisce la parola stessa, vive di rapporti di reciprocità e di interscambio, e dunque si alimenta di una dimensione che rimanda al mutualismo e al concreto apporto dinamico delle persone.

LE ORIGINI STORICHE

La nascita delle cooperative si colloca in un’epoca storica – la seconda metà dell’Ottocento – in cui il sistema economico capitalista aveva privilegiato forme d’impresa con una netta separazione fra chi deteneva il capitale e chi vi apportava il proprio lavoro. I primi partecipavano alla formazione del patrimonio azionario e di conseguenza avevano voce in capitolo sulla gestione dell’impresa; i secondi apparivano subordinati nell’ideale gerarchia aziendale, retribuiti per svolgere una qualche mansione ma esclusi dalla partecipazione vera e propria nella compagine societaria.

Le prime cooperative sorsero in opposizione a questo sistema che separava rigidamente gli apportatori di capitale e i lavoratori, a creare una logica per l’epoca assolutamente innovativa in cui il concetto di partecipazione era inteso in senso inclusivo e ampio [ref] J. Birchall, Co-op: The People Business, Manchester, Manchester University Press, 1996.[/ref]. Innanzi tutto i rapporti tra i soci non sono mediati da gerarchie economiche perché sono tutti sullo stesso piano indipendentemente dalla quota sociale versata, per il principio democratico ‘una testa un voto’. In secondo luogo, la partecipazione dei soci non è limitata agli aspetti economici, gestionali e produttivi, ma si completa all’interno della sfera sociale, in tutte quelle attività che storicamente le cooperative organizzano: da eventi aperti alla cittadinanza a proposte educative, da iniziative di solidarietà a pratiche sportive-ricreative. Infine, la cooperativa si configura come un tipo d’impresa che pur se riconosce la centralità del socio, è interessata a coinvolgere anche gli altri stakeholder, a iniziare dai dipendenti delle cooperative di consumo, ai quali parimenti si chiede di partecipare alla vita sociale [ref] P. Battilani, The creation of new entities: stakeholders and shareholders in nineteenth-century Italian co-operatives, in A. Webster, A. Brown, D. Stewart, J.K. Walton, L. Shaw (a cura di), The hidden alternative. Cooperative values, past, present and future, Manchester, Manchester university press, 2011, pp. 157 – 176[/ref].

Gli esempi storici sono numerosissimi. Nello spaccio di Rochdale inaugurato nel 1844, generalmente indicato come la prima cooperativa di consumo della storia, erano i soci fondatori che si alternavano nella gestione operativa del negozio, partecipando sia come consumatori, che come lavoratori su base volontaria, e quindi soprattutto sul piano dei valori che avevano sotteso a questa esperienza. Quando l’ampliamento dell’attività indusse ad assumere del personale dedicato, i commessi furono scelti sulla base della loro condivisione del progetto complessivo e chiamati ad esprimersi sull’andamento del punto vendita.

Varie ricerche sulle cooperative di produzione e lavoro hanno evidenziato come in certi casi queste fossero formate da soci e da non soci, con questi ultimi assunti come semplici dipendenti in attesa che completassero un iter di prova prima di essere eventualmente ammessi come membri. Ebbene, molto spesso non venivano operate vere distinzioni tra soci e non soci, con questi ultimi messi de facto sullo stesso piano dei primi in termini di gratifiche, integrazioni salariali e possibilità di partecipare alla vita associativa [ref] T. Menzani, La cooperazione in Emilia-Romagna. Dalla Resistenza alla svolta degli anni settanta, Bologna, Il Mulino, 2007 [/ref].

Oppure, nelle esperienze delle casse rurali a cavallo tra Ottocento e Novecento si riscontra un livello di partecipazione che questo istituto cooperativo acquisiva e valorizzava, ma che derivava da rapporti interpersonali preesistenti, maturati nel villaggio o nella comunità parrocchiale di riferimento. Anche in questi casi, pur se i soci non coincidevano con gli addetti alla cassa rurale, questi ultimi erano fortemente coinvolti nelle attività sociali e si chiedeva loro di condividere gli ideali che avevano ispirato questo genere di organizzazioni [ref] P. Cafaro, La solidarietà efficiente: storia e prospettive del credito cooperativo in Italia (1883-2000), Roma-Bari, Laterza, 2002 [/ref].

UNA CONVERGENZA SOLO APPARENTE

Negli ultimi decenni, alcuni autori hanno riscontrato un appannamento delle pratiche partecipative delle cooperative e viceversa un rafforzamento della medesima dimensione nelle imprese convenzionali [ref] G. Sapelli, Coop. Il futuro dell’impresa cooperativa, Torino, Einaudi, 2006 [/ref]. Su questo tema, poi, è fiorita una letteratura pseudo-scientifica, generalmente riconducibile ad ambienti conservatori, che ha preso come obiettivo polemico il movimento cooperativo, e ha cercato di screditarlo equiparando il suo sviluppo al tradimento dei principi delle origini. A prescindere da questo, è però interessante notare come le imprese convenzionali abbiano significativamente incrementato i livelli partecipativi al proprio interno dal 1945 ad oggi.

In Italia, l’incipit di questo processo è probabilmente individuabile nell’articolo 46 della Costituzione, che prescrive che «ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». Questo si è concretato in una prassi principale e cioè la definizione di un sistema di relazioni industriali in cui l’operato dei sindacati è riconosciuto e legittimato. Quindi, il principio partecipativo è stato perseguito attraverso l’introduzione nei contratti collettivi di garanzie per le quali al sindacato spetta di essere messo al corrente e consultato da parte dei datori di lavoro, in funzione di controllo dell’esercizio dei poteri di questi ultimi. In sostanza, alle rappresentanze dei lavoratori viene attribuito, per via contrattuale, il diritto ad essere informate in via preventiva delle decisioni che l’imprenditore intende prendere su alcune materie. Un modello di relazioni, quindi, ben diverso da quanto avviene in altre realtà – si veda il caso del tanto citato modello tedesco – in cui i lavoratori delle grandi aziende partecipano attivamente alla co-gestione dell’impresa mediante l’elezione di loro rappresentanti nell’Aufsichtsrat (consiglio di sorveglianza).

Va da sé che, anche nei casi in cui tale sistema di co-gestione funzioni in maniera impeccabile, vi sia una netta differenza fra questo genere di partecipazione e quella che riguarda le imprese cooperative. Nel caso delle imprese convenzionali si tratta di diritti che potremmo definire ‘strappati’ alla proprietà, e nei confronti dei quali quest’ultima è spesso maldisposta. È come se la normativa avesse obbligato imprenditori e sindacati ad una forma di collaborazione, che molto spesso si accompagna con scontri anche molto duri.

Viceversa, nel mondo cooperativo la partecipazione non è un qualche cosa di strettamente codificato sul piano legislativo, bensì un atteggiamento che preesiste ad esso e che si alimenta di azioni concrete e ripetute nel tempo. La partecipazione è praticata e spontanea, e come tale genuina, foriera di esternalità positive, e generatrice di ‘beni relazionali’. Proprio per queste caratteristiche di fondo, in certe cooperative può essere soggetta a un appannamento, dovuto ad un momentaneo abbassamento delle motivazioni dei soci, all’inerzia di alcuni amministratori o da fisiologici cali dell’entusiasmo. Questa consapevolezza deve indurre a vivere la partecipazione come un valore aggiunto e una ricchezza della cooperativa e quindi a fare il possibile per incentivarla e valorizzarla.

Il rilancio della partecipazione dei soci alla vita e alla gestione delle cooperative è stato individuato dall’ICA come uno dei cinque pilastri (gli altri sono: sostenibilità, identità, quadro giuridico e capitale) della Strategia Blueprint per il piano del decennio per le cooperative [ref] International Co-operative Alliance, Blueprint. Il piano del decennio per le cooperative, 2013 [/ref], finalizzata a rendere entro il 2020 il movimento cooperativo internazionale:

  • Leader riconosciuto per sostenibilità economica, sociale ed ambientale;
  • Modello preferito dagli individui;
  • Il sistema di crescita imprenditoriale più veloce.

Inoltre, occorre ricordare che il modello partecipativo proposto dal movimento cooperativo è sempre stato di carattere inclusivo. Ossia, fissati determinati valori, si è cercato di coinvolgere nei progetti sociali ed economici il più ampio numero di persone, a partire da coloro che dichiaravano (e dimostravano) di condividere la base etica. Questo modello è molto diverso dall’idea di partecipazione che hanno i gruppi identitari o di destra, che invece sono di tipo esclusivo, ossia discriminatori nei confronti di coloro che non possiedono determinati requisiti (spesso etnico-culturali). Quindi, la partecipazione che il movimento cooperativo ha voluto fare propria prevede una cultura (aperta) dell’aggregazione che finisce con l’essere uno dei suoi tratti caratteristici.

LA PARTECIPAZIONE COME VEICOLO DI NUOVE PROPOSTE

In un contesto come quello della cooperazione di consumo – ma esempi analoghi sono riferibili anche a cooperative di altri settori – la partecipazione dei soci è veicolata dalla frequentazione di spazi fisici o immateriali: dal punto vendita alla sezione soci, dal sito internet alla rivista. I singoli soci prendono parte alle iniziative, fanno proposte, scambiano pareri e dunque animano i luoghi della cooperativa. Per agevolare una corretta e ordinata fruizione di questi spazi, le cooperative si sono attrezzate con strumenti idonei e hanno di conseguenza regolamentato l’organizzazione delle sezioni soci, la programmazione degli eventi sociali, la sponsorizzazione di attività di beneficenza o di altro genere sul territorio, spesso proprio a partire da suggerimenti o sollecitazioni provenienti dalla base sociale.

In questo la comunicazione ha svolto un ruolo decisivo, ancorché limitato da un suo utilizzo secondo una logica tradizionale. Vale a dire che le cooperative hanno adottato e impiegato modelli comunicativi tipici delle imprese convenzionali, improntati a una struttura gerarchica, trasmissiva e imitativa per cui chi comunica rinuncia a creare conoscenza per concentrarsi sul consenso. Al contrario, proprio perché la partecipazione ben contraddistingue  le cooperative, queste potrebbero investire sulla creazione di un differente modo di comunicare coi soci, di tipo generativo, in maniera tale da rendere la vita associativa un ulteriore valore aggiunto, in termini di idee, know-how e valori [ref] L. Toschi, La comunicazione generativa, Milano, Apogeo, 2011 [/ref].

A tal proposito, il motto del calciatore Samuel Eto’o «corro come un nero per guadagnare come un bianco», detto in riferimento ad altre questioni, ha incontrato crescenti consensi nell’ambito cooperativo. L’aforisma è stato richiamato per la prima volta da Mattia Granata, che lo ha applicato al contesto attuale delle cooperative nel mercato, a significare che occorre seguire la propria natura per essere competitivi e vincenti [ref] M. Granata. Sinistra e mercato. Un matrimonio difficile ma necessario, Reggio Emilia, Aliberti, 2010[/ref]. Dunque le cooperative dovrebbero limitarsi a interpretare bene sé stesse, senza scimmiottare l’impresa convenzionale. E stando a questa logica la partecipazione va incentivata e definita come un proprio tratto distintivo, a rappresentare un valore aggiunto che altre forme d’impresa non hanno.

SOCIAL MEDIA E PARTECIPAZIONE: ANDARE OLTRE GLI SLOGAN

Nel senso comune – e in una parte maggioritaria della letteratura scientifica – i nuovi media e la partecipazione sono legati da un nesso assai profondo, tanto da parlare di web partecipativo[ref] D. Bennato. Sociologia dei media digitali. Relazioni sociali e processi comunicativi nel web partecipativo, Bologna, Laterza, 2011[/ref] per indicare la variegata costellazione di siti web, ambienti, piattaforme e servizi digitali che nel loro complesso costituiscono il web 2.0. Il rapporto tra partecipazione (principalmente nell’accezione di partecipazione politica) e social media, soprattutto Twitter, è stato ulteriormente dibattuto in seguito all’ondata di rivolte e sollevamenti popolari che, dal 2009 in poi, ha coinvolto l’Iran (la cosiddetta Rivoluzione Verde) e la gran parte delle nazioni nordafricane (la Primavera Araba). Sono molti gli autori che vedono nella diffusione dei cosiddetti media partecipativi un formidabile incentivo alla partecipazione e alla promozione di pratiche democratiche [ref] C. Shirky. Cognitive Surplus. Cretivity and Generosity in a Connected Age, New York, Penguin Press, 2010. Trad. it. Surplus cognitivo. Creatività e generosità nell’era digitale, Torino, Codice edizioni, 2010 [/ref]. Questa è però una visione forse troppo ottimistica e spesso purtroppo smentita dai fatti, come argomenta quella parte di letteratura che mette in guardia dal cyber-utopismo e dall’internet-centrismo [ref] E. Morozov. The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom, New York, Public Affair, 2011. Trad. it. L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet, Torino, Codice, 2011[/ref].

Queste riflessioni possono risultare preziose anche per il movimento cooperativo – generalmente piuttosto refrattario all’utilizzo dei social media – per approcciarsi a questi potentissimi mezzi di comunicazione con una forma mentis aperta e curiosa ma allo stesso tempo critica. Andando oltre gli slogan, allora, i social media possono essere strumenti di partecipazione fondamentali per coinvolgere ulteriormente i soci nella vita democratica della cooperativa, a patto che se ne conoscano le grammatiche peculiari e le dinamiche sociali che essi privilegiano o al contrario ostacolano (la cosiddetta affordance). Il fortunato concetto di autocomunicazione di massa, proposto dal sociologo Manuel Castells [ref] M. Castells. Communication Power, Oxford, Oxford University Press, 2009. Trad. it. Comunicazione e potere, Milano, EGEA, 2009[/ref], può allora diventare un obiettivo da perseguire per le cooperative e i loro soci, qualora ne vengano valorizzati e promossi gli aspetti emancipativi e il potenziale ritorno in termini di socialità. Quando, cioè, l’utilizzo di questi canali favorisce una ridefinizione del rapporto comunicativo tra base sociale e azienda (e in definitiva una ridefinizione della governance) e, soprattutto, una rinascita della partecipazione reale: quella che si nutre di progettualità comune sul territorio, di confronti faccia a faccia, di creazione di capitale sociale [ref]R.D. Putnam. Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, New York, Simon & Schuster, 2000. Trad. it. Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America, Bologna, Il Mulino, 2004[/ref] e relazionale. Infine, questa può rivelarsi una eccezionale occasione di aggiornamento e ripensamento dei valori e della mission cooperativa.  Ma, ribaltando la medaglia, può trasformarsi in un terribile boomerang se a prevalere fossero le spinte narcisistiche e individualistiche, che potrebbero veicolare e ingabbiare una sana voglia di partecipazione in dannose operazioni di pseudo-partecipazione (si veda, come esempio paradigmatico, l’iniziativa svedese Curators of Sweden in cui semplici cittadini si occupano una settimana ciascuno dell’account Twitter ufficiale @sweden). Dannose, a fortiori, perché mascherandosi da reali espressioni di partecipazione soddisfano i desideri sociali degli individui lasciandoli però incapaci – e qui il cerchio si chiude perché torniamo alla definizione stessa di partecipazione – di recare un effettivo contributo proattivo, che quindi concorre al compiersi dell’attività in questione.

BIBLIOGRAFIA

Barberini, Ivano
1995 Competere per cosa: il nuovo ciclo di Coop consumatori, Roma, Liocorno

Fornasari, Massimo e Zamagni, Vera
1997 Il movimento cooperativo in Italia. Un profilo storico-economico (1854-1992), Firenze, Vallecchi

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2000 Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community, New York, Simon & Schuster. Trad. it. Capitale sociale e individualismo. Crisi e rinascita della cultura civica in America, Bologna, Il Mulino, 2004

Zamagni, Vera, Battilani, Patrizia e Casali, Antonio
2004 La cooperazione di consumo in Italia. Centocinquant’anni della Coop consumatori: dal primo spaccio a leader della moderna distribuzione, Bologna, Il Mulino

Bonfante, Guido et al.,
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2006 Coop. Il futuro dell’impresa cooperativa, Torino, Einaudi

Jossa, Bruno
2008 L’impresa democratica: un sistema di imprese cooperative come nuovo modo di produzione, Roma, Carocci

Castells, Manuel
2009 Communication Power, Oxford, Oxford University Press. Trad. it. Comunicazione e potere, Milano, EGEA, 2009

Shirky, Clay
2010 Cognitive Surplus. Cretivity and Generosity in a Connected Age, New York, Penguin Press. Trad. it. Surplus cognitivo. Creatività e generosità nell’era digitale, Torino, Codice edizioni, 2010

Battilani, Patrizia
2011 The creation of new entities: stakeholders and shareholders in nineteenth-century Italian co-operatives, in Webster, Anthony, Brown, Alyson, Stewart, David, Walton, John K., Shaw, Linda (a cura di), The hidden alternative. Cooperative values, past, present and future, Manchester, Manchester university press, pp. 157 – 176

Bennato, Davide
2011 Sociologia dei media digitali. Relazioni sociali e processi comunicativi nel web partecipativo, Bologna, Laterza

Morozov, Evgeny
2011 The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom, New York, Public Affair. Trad. it. L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet, Torino, Codice, 2011

Toschi, Luca
2011 La comunicazione generativa, Milano, Apogeo

Costalli, Sergio
2013 La città co-operativa, presentazione di Luca Toschi, Milano, Bruno Mondadori

International Co-operative Alliance (ICA)
2013 Blueprint for a Co-operative Decade. Trad. it. Blueprint. Il piano del decennio per le cooperative. Disponibile online all’indirizzo: http://ica.coop/sites/default/files/attachments/ICA%20Blueprint%20Final%20-%20June%202013%20Italian_0.pdf

LINK

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