Socio

19 novembre 2013 pubblicato in Formazione

SOCIO / Member / Membre / Miembro / Mitglied

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DEFINIZIONE

I soci sono i proprietari dell’impresa cooperativa e ne costituiscono all’unisono il fine e il mezzo. Infatti, la cooperativa è un tipo di società gestita democraticamente dai soci che si prefigge di portare vantaggi ai medesimi. Oltre all’aspetto economico, è importante anche quello sociale che in genere si sostanzia in una partecipazione attiva e in progetti dedicati. Questo rapporto osmotico fra i soci e la cooperativa prende il nome di scambio mutualistico e impone che gli iscritti siano tutti uguali e abbiano lo stesso potere decisionale in assemblea (come si suol dire, ‘una testa, un voto’). In pratica, le cooperative sono nate perché alcune persone hanno deciso volontariamente di unirsi per raggiungere obiettivi che singolarmente non avrebbero potuto ambire, per accedere a beni e servizi che non erano reperibili nel mercato, nonché per contribuire creare una dimensione sociale attorno all’attività imprenditoriale.

I soci della Coop Unione di Ribolla votano durante un'assemblea (1986)

I soci della Coop Unione di Ribolla votano durante un’assemblea (1986)


DECLINAZIONI PRINCIPALI

Le discipline che si sono occupate della nascita delle prime cooperative hanno messo bene in evidenza questa dinamica. Per esempio, i Probi Pionieri di Rochdale che costituirono la prima cooperativa di consumo di successo fecero quella scelta per avere generi alimentari di buona qualità a costi accessibili, e per creare il primo tassello di una comunità differente. Nel 1844, l’hinterland di Manchester era contraddistinto da grandi quartieri operai, dove i negozianti che vendevano i beni di prima necessità si erano accordati per tenere alti i prezzi. Inoltre, per incrementare i profitti, alcuni commercianti erano soliti adulterare gli alimenti, per esempio allungando il latte con l’acqua, o mescolando la polvere di roccia caolina alla farina, o ancora mettendo degli oppiacei nella birra di scarsa qualità e poco alcolica.

L’offerta del mercato, quindi, non soddisfaceva la domanda di cibi sani e a prezzo accessibile, per cui 28 cittadini comuni, per lo più operai specializzati del settore tessile, sborsarono un piccolo capitale per creare un proprio spaccio, con il compito di commercializzare prodotti sani e senza alcuno scopo speculativo. Era nata una cooperativa di consumo come risposta a bisogni concreti di una comunità [ref]G. Birchall, Co-op: The People Business, Manchester, Manchester University Press, 1996.[/ref].

In anni un poco successivi, il medesimo meccanismo riguardò altri comparti economici. In Danimarca, per esempio, i contadini erano strozzati dai grossisti o da coloro che gestivano impianti di trasformazione agroalimentare, come i caseifici o i mulini. Siccome i numerosi agricoltori erano costretti a vendere i prodotti entro un certo lasso di tempo, pena il deperimento degli stessi, chi li acquistava riusciva a strappare prezzi vantaggiosi. Anche in questo caso, il funzionamento del mercato finiva per penalizzare la fascia sociale più bassa, ossia coloro che lavoravano la terra e che ricavavano dalla commercializzazione dei propri prodotti margini davvero esigui. Quindi, in numerosi villaggi i contadini si riunirono in cooperative, per vendere collettivamente le merci o per lavorare il latte e macinare i cereali in strutture di loro proprietà, aggirando quindi l’intermediazione speculativa precedente[ref]C. Bjorn, The Co-operative Movement in Denmark. A Historical Sketch, in C. Pedersen (a cura di), The Danish Co-operative Movement, Copenhagen, Det Danske Selskab, 1977, pp. 94-149[/ref].

In Germania, gli artigiani delle città e i contadini delle campagne avevano talvolta bisogno di liquidità per gli investimenti necessari al proprio lavoro. In genere, le banche dell’epoca  non concedevano loro prestiti perché non avevano nulla da offrire in garanzia, così molti di questi lavoratori erano costretti a rivolgersi agli usurai, col risultato che gli alti trassi d’interesse finivano per mandare sul lastrico numerose famiglie. Chi non riusciva a restituire i soldi era vittima di violenze fisiche e in casi estremi era ucciso o spinto al suicidio. All’interno di singoli rioni o di villaggi di campagna si costituirono dei piccoli istituti di credito – denominati appunto banche popolari o casse rurali – che avevano una forma cooperativa: i soci erano singoli cittadini che versavano i propri risparmi, a costituire un capitale che consentiva piccole operazioni di prestito a quegli iscritti che ne avevano bisogno. I tassi d’interesse erano sostenibili e la garanzia era di carattere immateriale: l’onore. Infatti chi non restituiva i soldi danneggiava gli altri soci e veniva di conseguenza additato come un insolvente dalla propria comunità[ref]C. Eisenberg, Il movimento cooperativo tedesco, 1850-1914: fattori di sviluppo economici e sociopolitici, in M. Degl’Innocenti (a cura di), Le imprese cooperative in Europa: dalla fine dell’800 alla seconda guerra mondiale, Pisa, Nistri-Lischi, pp. 148-172.[/ref].

In Francia, sempre nella seconda metà dell’Ottocento, le cooperative diedero una risposta alla disoccupazione, che aveva raggiunto punte preoccupanti, soprattutto a Parigi. Vari operai senza lavoro costituirono dei laboratori e degli opifici dove, con i pochi strumenti comprati con le quote di capitale sociale versato, iniziarono collettivamente a produrre beni di consumo di vario genere. Anche in questo caso, la cooperativa apparve un tipo d’impresa che consentiva ai soci di fare insieme qualcosa che singolarmente non avrebbero potuto avviare, e di risolvere il problema occupazionale che ciascuno di loro aveva[ref]J.-C. Gaudibert, L’hydre aux oeufs d’or. Les choix solidaristes en France et dans le monde, Paris, Godin, 1980.[/ref].

Si sono ripercorsi rapidamente gli esempi storici classici che raccontano e spiegano dal punto di vista economico le ragioni della nascita delle cooperative. In tutti questi casi, vi sono quattro elementi ricorrenti: l’autoregolamentazione del mercato non dava risposte soddisfacenti a una parte della popolazione; gli insoddisfatti – cioè le fasce povere della popolazione, spesso sfruttate – erano sprovvisti di grandi mezzi economici; gli insoddisfatti si allearono tra loro per creare un’impresa che si collocava nel mercato; questa impresa – che poi era una cooperativa – riusciva a dare ai soci qualcosa che prima non avevano, per cui cessò (o si mitigò) la loro condizione di insoddisfazione iniziale.

I soci, come si diceva all’inizio, sono coloro che vogliono qualcosa e lo raggiungono attraverso la cooperativa che loro stessi scelgono di costituire: sono i consumatori inglesi, i contadini danesi, i risparmiatori tedeschi, i disoccupati francesi. Domanda: e oggi? È ancora così?

Manifestazione dei soci della Cooperativa La Proletaria di Piombino (Firenze, 1980)

Manifestazione dei soci della Cooperativa La Proletaria di Piombino (Firenze, 1980)


PERCORSI STORICI

Per rispondere all’interrogativo occorre introdurre un’altra caratteristica del socio della cooperativa: egli non è un soggetto egoista. Torniamo agli esempi classici sopra riportati. In tutti e quattro i casi, i fondatori delle prime cooperative svilupparono un diretto antagonismo con altre figure sociali, e cioè i bottegai inglesi, gli intermediari rurali danesi, i grandi banchieri e i piccoli usurai tedeschi, gli industriali francesi. Non vi era solo una normale concorrenza economica; i cooperatori ambivano a creare un tipo d’impresa nuovo e scevro degli aspetti negativi della società dei quali loro stessi avevano in precedenza fatto le spese. In particolare criticavano gli aspetti speculativi, tornacontisti e in definitiva immorali o amorali del sistema capitalistico ottocentesco, e vollero dare alle cooperative una fisionomia diversa. In primo luogo, le cooperative non dovevano ricreare al proprio interno il medesimo funzionamento delle imprese convenzionali, ma operare con una sensibilità di carattere etico e mirare a un effettivo cambiamento delle strutture sociali [ref]E. Mazzoli, S. Zamagni (a cura di), Verso una nuova teoria economica della cooperazione, Bologna, Il Mulino, 2005.[/ref].

Dunque, la cooperativa non doveva essere uno strumento che dava un qualche vantaggio solamente ai soci, chiusi privatisticamente dentro di essa come se fosse il loro personale fortino, ma un modello aperto a nuovi apporti. In tutte queste pionieristiche esperienza vi era l’ambizione e la speranza che il numero di soci aumentasse, e che quindi vi fosse una crescente condivisione di ideali e di valori. Ciò marcava ulteriormente una differenza con l’impresa convenzionale, nella quale il numero degli azionisti è definito da regole molto stringenti, e varia solo sulla base della convenienza economica a comprare e vendere le quote. Non a caso le prime cooperative diedero fin da subito grande importanza all’educazione dei soci, dei loro figli e di tutti coloro che nella comunità erano sprovvisti della possibilità di istruirsi. Solo in questa maniera sarebbe stato possibile contrastare il pensiero socio-economico dominante – cioè quello liberal-conservatore – e gettare i semi per la fioritura di una cultura cooperativa e progressista.

Dopo i primi esordi, il movimento cooperativo si sviluppò in tre direzioni. La prima – cui abbiamo già accennato – è di carattere dimensionale, ossia le cooperative divennero più grandi perché le loro basi sociali tesero a crescere con l’iscrizione di nuovi membri. La seconda è di carattere geografico, perché il modello fu replicato in altri territori, fino a dare al fenomeno una consistenza planetaria. La terza è di natura merceologica, nel senso che altri settori economici furono interessati dalla fioritura cooperativistica, dai trasporti all’edilizia, dai servizi all’impresa a quelli più recenti di carattere sociale[ref]P. Battilani, H.G. Schröter (a cura di), The Cooperative Business Movement, 1950 to the Present, Cambridge, Cambridge University Press, 2012.[/ref].

In tutti e tre i casi, i nuovi soci erano i protagonisti dell’ampliamento dei confini del movimento, e consapevoli di partecipare a un tipo d’impresa che avrebbe dato loro dei vantaggi e contribuito a sviluppare una dimensione sociale, ma che non sarebbe rimasta confinata a quella specifica base di iscritti, ma sarebbe stata portata avanti da soci più giovani, secondo una logica prettamente intergenerazionale. Le cooperative, quindi, se sono in grado di competere proficuamente nel mercato e di esprimere una cultura differente, hanno una longevità potenzialmente più elevata delle imprese convenzionali, perché non c’è una privatizzazione dei profitti, ma un più incisivo reinvestimento dei medesimi nell’impresa. Per tornare alla domanda iniziale, dunque, chi oggi ha un bisogno economico o sociale che il mercato tradizionale non soddisfa, può unirsi con altri che hanno la stessa necessità e fondare una cooperativa, ma può anche farsi socio di una cooperativa esistente che magari risponde già a quella specifica esigenza.

Un'immagine promozionale della carta Socio Coop

Un’immagine promozionale della carta Socio Coop


FONTI DI IERI, RISCONTRI DI OGGI

La cooperazione di consumo italiana è una prova evidente e tangibile dello spirito intergenerazionale. Da un lato la sua storia testimonia valori importanti, basti pensare ai materiali custoditi nell’Archivio storico di Unicoop Tirreno, a Ribolla, e alle ricerche che hanno sollecitato. Ad esempio, l’analisi di alcuni statuti delle cooperative di consumo di area tirrenica ha messo in luce un passato fatto di comportamenti antitetici a quelli del commercio tradizionale. I soci si esortavano a coltivare lo spirito di previdenza, a gestire l’impresa all’insegna della solidarietà verso i bisognosi, a combinare qualità e convenienza del prezzo, a investire nella dimensione educativa. Viceversa, il bottegaio concorrente dello spaccio cooperativo era interessato a incentivare ogni genere di consumo, agiva nel proprio esclusivo interesse, e dunque tentava il maggior rincaro possibile delle merci che metteva in vendita, senza alcun intento sociale.

Anche se oggi gli spacci cooperativi del tardo Ottocento o del secondo dopoguerra non ci sono più, rimpiazzati da supermercati e ipermercati Coop, questa logica distintiva non è venuta meno. I proprietari delle catene della grande distribuzione a marchio Coop continuano ad essere i soci – circa 6,5 milioni di persone – che collettivamente supportano la prima impresa della grande distribuzione italiana, partecipando attivamente alla sua gestione in apposite sezioni dislocate sul territorio. La differenza con le altre catene concorrenti sta proprio nella diversa natura dell’azionariato. Ogni socio Coop ha versato una quota sociale che in genere è molto bassa, anche di soli 25 euro. Nessuno di costoro vuole guadagnare denaro da questo investimento – peraltro non vi è una remunerazione del capitale, infatti non è previsto il dividendo, ma solo il cosiddetto ristorno -, bensì sono tutti interessati a poter comprare merci di qualità a prezzi competitivi, e a sostenere una cultura socio-economica differente da quella dominante.  Essere azionista Coop, dunque, significa fare parte di un sistema che vuole raggiungere questo obiettivo di vantaggio per il consumatore.

Viceversa, l’azionista di una qualsiasi altra catena di distribuzione convenzionale è interessato al guadagno. Gli importa che a fine anno l’impresa faccia un buon utile e che questo sia diviso fra gli azionisti. Non si cura della freschezza dell’ortofrutta, della genuinità degli altri prodotti o della convenienza dei prezzi, anzi probabilmente non fa neanche la spesa nei supermercati dei quali è comproprietario. Tutti questi aspetti non gli interessano in senso assoluto, ma solo nella misura in cui sono correlati alla logica di mercato e di profitto di quell’impresa.

I soci Coop sono un tipo di azionariato differente. Probabilmente alcuni di loro si sono associati perché invogliati dagli sconti loro riservati, oppure per accumulare punti sulla carta di fidelizzazione. A prescindere da ciò, tutti insieme sono il motore imprenditoriale ed etico della cooperativa, perché sono comproprietari di essa e sono evidentemente interessati a trovare prodotti freschi e genuini sugli scaffali senza pagare cifre importanti e a partecipare alla sfera delle attività sociali. Allo stesso tempo, non vogliono vedersi imporre alimenti con organismi geneticamente modificati, né provenienti da filiere di ardua tracciabilità, né realizzati in contesti produttivi dove non sono rispettati i diritti dell’infanzia, o dei lavoratori nel loro complesso o dove non ci si cura delle ricadute a livello ambientale. Siccome sono loro i proprietari della Coop, collettivamente dispongono queste regole. È importante continuare a coltivare queste sensibilità e diffondere sempre più tra i soci delle cooperative di consumo di oggi e di domani la consapevolezza che essi sono lo stakeholder principale. Come tali hanno una responsabilità civile collettiva, e cioè un onere di cui andare orgogliosi.

 

BIBLIOGRAFIA

Barberini, Ivano
1995 Competere per cosa: il nuovo ciclo di Coop consumatori, Roma, Liocorno

Fornasari, Massimo e Zamagni, Vera
1997 Il movimento cooperativo in Italia. Un profilo storico-economico (1854-1992), Firenze, Vallecchi

Zamagni, Vera, Battilani, Patrizia e Casali, Antonio
2004 La cooperazione di consumo in Italia. Centocinquant’anni della Coop consumatori: dal primo spaccio a leader della moderna distribuzione, Bologna, Il Mulino

Bonfante, Guido et al.,
2004 Società di capitali e cooperative a confronto, Milano, Ipsoa

Jossa, Bruno
2008 L’impresa democratica: un sistema di imprese cooperative come nuovo modo di produzione, Roma, Carocci

Webster, Anthony, Brown, Alyson, Stewart, David, Walton, John K., Shaw, Linda (a cura di)
2011 The Hidden Alternative: Co-operatives Values, Past, Present and Future, Manchester, Manchester University Press

Imberti, Lucio
2012 Il socio lavoratore di cooperativa: disciplina giuridica ed evidenze empiriche, Milano, Giuffrè

Costalli, Sergio
2013 La città co-operativa, presentazione di Luca Toschi, Milano, Bruno Mondadori

 

LINK

Pagina soci di Unicoop Tirreno: http://www.cartasocio.it/diventa-socio-unicoop-tirreno

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