Romilde

22 ottobre 2021 pubblicato in I soci raccontano

romilde-floraIeri ci ha lasciato una figura molto importante per la nostra Cooperativa. Romilde Flora è stata presidente della sezione soci di Roma Laurentino e nel Cda della Cooperativa dal 1993 al 2002. Per ricordare la figura di questa attivista, che ha attraversato la Storia d’Italia e della Cooperazione, pubblichiamo un estratto da un’intervista, curata da Enrico Mannari, fatta in occasione della pubblicazione del libro La Coop di un altro genere. L’intervista completa la potrete trovare a questo link.

 

Enrico Mannari: Quando, come e perché ti sei avvicinata alla Cooperativa?

Romilde Flora: La Cooperativa l’ho conosciuta in un modo molto strano: appena dopo la guerra, ero giovane, militavo nella Federazione Giovanile Comunista e quindi eravamo tutti pieni d’entusiasmo: dovevamo ricostruire  l’Italia, sotto tutti i punti di vista.

[…]

Noi eravamo nella sezione del PCI di Torpignattara. […] In sezione parlavamo, e una volta uno di quei ragazzi che era andato in alta Italia [al seguito di partigiani e americani per continuare la lotta di Liberazione] ci disse: “l’Italia si sta ricostruendo veramente, io sono capitato a Piombino, e lì ho assistito alla costituzione di una Cooperativa”, e ci raccontò de La Proletaria. In questo modo ho conosciuto questa cooperativa.

La mia presenza ne La Proletaria è cominciata quando la Federazione Romana del PCI ci chiamò dicendo che la Lega delle Cooperative aveva deciso di portare a Roma la cooperazione: in momento di difficoltà, di ricostruzione, vedevano positivo l’insediamento di una Cooperativa, come appunto La Proletaria. […]

Noi fummo tutti entusiasti, ma la sensazione immediata che avevamo era che i compagni uomini pensassero a degli “interessi” legati al gruppo femminile, visto che pensavano che la cooperativa fosse una cosa di donne (erano loro che facevano la spesa). Secondo me sminuivano un po’ il valore reale che aveva l’insediamento de La Proletaria, che invece  aveva ben altri principi e presupposti, era stata voluta dagli operai dell’ILVA… Proprio a questo proposito ci fu una bella presa di posizione del gruppo femminile. Noi facemmo la nostra parte, nel rafforzamento dell’insediamento della Coop a Roma.

[…]

Enrico: Dal punto della specificità femminile, perché c’era questa volontà? Perché erano le donne a fare la spesa…? Perché erano le donne a fare le massaie…?

Romilde: Noi come UDI lavorammo tanto. I motivi erano anche quelli che citavi, ma c’erano anche i primi annunci dell’emancipazione della donna che anche inconsciamente vedeva in questo fatto una sorta di emancipazione: entrare in un negozio che non ti offriva solo alimentari, ma ti dava anche altro…

Enrico: Tu dici che la presenza della Cooperativa ha, in qualche modo, aiutato questa emancipazione.

Romilde: Sì. E la donna lo sentiva come qualcosa di suo, non era solo una questione di convenienza, ma anche una specie di liberazione. C’era questa volontà delle donne che vedevano nella Coop una spinta, un granello verso una loro emancipazione e devo dire che le donne della Coop erano riuscite a trasmettere il significato dell’apertura del negozio, che non era solo un fatto commerciale. L’UDI l’aveva interpretata così…

Enrico: Il tuo impegno quando comincia?

Romilde: Il mio impegno è stato innanzitutto a Largo Agosta. Alla sezione mi dissero: “Tu adesso vai a Laurentino, perché si deve costituire il comitato. Mi mandarono là e cominciarono a pensare chi doveva diventare presidente della sezione soci.

Poi Aldo Soldi [allora direttore delle Politiche sociali] mi chiamò e mi disse che c’era questa proposta per entrare nel Consiglio d’amministrazione. Io gli feci una domanda secca: “Ci devo entrare perché pensi che possa dare un contributo o perché dovete rispettare le quote rosa? Perché se dovete rispettare le quote rosa cercatene un’altra…”. Io non sono per le quote rosa: per me la donna non può essere solo una quota rosa, per me una donna ha un cervello… Io nel consiglio della Coop ci sono stata dieci anni. Insieme a me c’erano donne che ci sapevano fare: Fiorella Franchini di Piombino, Annalisa Tomassini di Civitavecchia, Anna Valeri di Tarquinia, Luigia Di Virgilio, l’Assunta Di Mauro di Terracina. Con tutte le loro caratteristiche personali intervenivano, potevi essere d’accordo o no, però era una presenza attiva. Marilù Ricci e poi quella benedetta donna, che io ho sempre stimato, di Vanda Spoto. Donne che sapevano il fatto loro nel Consiglio d’amministrazione c’erano e non parlavano dei problemi femminili e basta: parlavano della Coop, della Cooperazione, dei meccanismi commerciali…

Enrico: Secondo te c’era un contributo particolare delle donne?

Romilde: Sì, c’era un punto di vista particolare, ma secondo me non era preminente ed essenziale perché lì secondo me c’era un bellissimo discorso di parità. La donna era un consigliere d’amministrazione: certo, c’erano problemi che dovevi porre e che erano vicini alle donne… Però io non l’ho sentita questa necessità di “impormi come donna”, io ero considerata un membro del consiglio d’amministrazione. Le Pari opportunità c’erano ma a mio avviso era insito nell’attività della Cooperativa. Non c’è stata da parte della direzione – allora – della Coop, una differenziazione: fra  il ruolo degli uomini e quello delle donne. E’ stato un fatto culturale, un fatto di volontà da parte delle donne di essere qualcosa di più, di mettere una pietra in più verso l’emancipazione femminile: “io vado alla Coop, faccio la spesa, e poi pago le bollette della luce…”. Noi qui avevamo addirittura preso contatto con la circoscrizione per fare la raccolta delle domande per gli asili nido.  Non voglio essere fanatica ma noi abbiamo contribuito come Coop a svegliare il senso di ambizione della donna: “io sono utile ma non solo per fare la spesa, io sono utile anche alla società”

Enrico: E per quanto riguarda le donne nella sezione soci? Molto spesso ci sono stati presidenti donna: perché?

Romilde: E’ stato per un motivo banale: la disponibilità. La donna era sempre più disponibile. E poi quello di afferrare i principi più velocemente: l’uomo è forse per mentalità più improntato per un discorso commerciale… La donna invece vedeva questa Coop come qualcosa che completava la sua giornata e la sua formazione. Lo abbiamo visto pure nell’attività…

Enrico: E per quanto riguarda la fine degli anni Ottanta, quando iniziano le politiche del consumo consapevole, le battaglie ambientali, come in tutto questo quanto ha influito la presenza delle donne e quanto la presenza delle donne ha influito nel portare avanti queste politiche?

Romilde: Per quanto riguarda la Coop è stato un fenomeno, della presenza femminile, importante, determinante anche dal punto di vista commerciale. Quando facevamo l’”approvato dai soci” erano quasi tutte donne. Io ritengo che ci sia stata una reciprocità d’interessi tra la donna e la Cooperativa. La Cooperativa si “serviva” delle donne e le donne si servivano della Coop per salire un gradino in più, per sentirsi un po’ più importanti. E credo che questo sia stato il merito della Coop: di aver afferrato le necessità della donna. Era una donna che veniva a fare la spesa e che si interessava di quello che metteva dentro il cesto della spesa, ma era anche una donna che si interessava alla vita sociale e di solidarietà… Anche cose banali come gli assaggi dei prodotti: la Coop ti offriva un momento di responsabilità, alle donne in particolare, perché tu andavi a fare scelte determinanti dal punto di vista commerciale. Le donne determinavano le scelte commerciali della Cooperativa e questo è stato il nostro contributo nei comitati soci.

[…]

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