Il ruolo del movimento cooperativo nelle campagne

Un convegno propone un approccio comparativo

7 novembre 2016 pubblicato in La fondazione segnala
di Tito Menzani

Pubblichiamo un contributo di Tito Menzani su un convegno svoltosi a Limoges dal titolo “Campagne rosse”: gli storici che hanno partecipato hanno messo a confronto tre aree rurali (Emilia Romagna, Toscana e Limosino in Francia) dove era molto presente il movimento operaio e cooperativo. In calce al resoconto si può scaricare anche il programma delle giornate.

maison du peuple 2Il 6 e il 7 ottobre 2016, la Maison du Peuple di Limoges – storico luogo di aggregazione del movimento operaio – ha ospitato un convegno di studi storici intitolato Campagnes Rouges, ovvero Campagne Rosse. Infatti, il tema dell’incontro era il modello rurale di tre aree quali l’Emilia-Romagna, la Toscana e il Limosino, che storicamente sono state caratterizzate da una radicata e diffusa subcultura socialista e comunista. L’approccio comparativo serviva proprio a enucleare i tratti che accomunavano queste tre regioni, così da comprendere meglio quali dinamiche sociali ed economiche hanno facilitato questo esito politico.
Il convegno è stato partecipato da vari studiosi italiani e francesi, e – oltre alle tre regioni suaccennate – ha proposto alcuni approfondimenti più eccentrici, ma non per questo meno interessanti, relativi alle campagne della Grecia, della Finlandia e dell’Oklahoma, che parimenti sono state connotate in senso socialista.
Gli elementi storiografici che sono stati individuati come più rilevanti per l’attecchimento di un pensiero di sinistra nel mondo delle campagne – paradossalmente spesso rappresentato come un contesto tradizionalista e conservatore – sono stati quattro. Il primo è una composizione sociale che ha comportato la significativa presenza di figure penalizzate dai rapporti di lavoro e dai contratti agrari, come i mezzadri, i boari, e naturalmente i braccianti. Il secondo è stato il ruolo svolto sul territorio dal sindacato, che ha saputo organizzare la manodopera, tutelarne gli interessi, e predisporre un programma politico e rivendicativo convincente. Il terzo aspetto è legato al secondo conflitto mondiale e alla Resistenza, che hanno catalizzato le istanze antifasciste: a tal proposito le regioni considerate sono state teatro di tre dei principali massacri a danno della popolazione civile di tutto il contesto mediterraneo, e cioè quelli di Monte Sole, di Sant’Anna di Stazzema e di Oradour-sur-Glane.
Il quarto ed ultimo elemento – che più ci interessa in questa sede – è quello del movimento cooperativo, che ha avuto un ruolo importante nella storia economica di questi territori, e che è stato legato a filo doppio alla cultura socialista di fine Ottocento e del primo Novecento, abbracciando successivamente anche il paradigma comunista. Nelle campagne, le istanze cooperative hanno trovato soprattutto spazio in ambito agricolo e agroalimentare, ma pure nei settori del consumo e del credito, benché in quest’ultimo comparto sia prevalsa più distintamente un’ideologia di riferimento cattolico-liberale. Poiché il movimento cooperativo toscano e quello emiliano-romagnolo sono abbastanza conosciuti in Italia, è più utile dedicare spazio alla storia delle cooperative del Limosino.
Tutta la cooperazione francese appare storicamente caratterizzata dalla compresenza di forti elementi politico-ideologici, a sostegno della cultura sindacale e di una certa centralità proletaria. Non a caso, affonda le proprie origini nelle vicende politiche del 1848, che portarono all’esperienza della Comune di Parigi, sullo sfondo delle quali si colloca la pubblicazione, da parte di Marx ed Engels, del Manifesto del partito comunista. Nel 1890, si arrivò ad una prima categorizzazione, che preluse ad una spaccatura della cooperazione francese in due differenti organizzazioni. La prima era la scuola collettivista (detta «la Borsa») che sosteneva la matrice operaista (e socialista), e che ebbe largo seguito nel Limosino e nelle regioni centro-settentrionali; la seconda era la «scuola di Nimes», che invece portava avanti le istanze di una cooperazione di consumo interclassista, e pur se non esplicitava l’alleanza fra capitale e lavoro, credeva in un regime economico in cui entrambi i soggetti fossero al servizio del consumatore. Nel 1912, al congresso di Tours, si ebbe la riunificazione del movimento sotto un’unica centrale, con l’accordo che ogni singola cooperativa avrebbe potuto decidere se dichiararsi apolitica o politicizzata. Nel 1920, poi, era nato il Parti communiste francais (Pcf), che si era espresso su posizioni radicali, contro la «cooperazione borghese» e contro ogni ipotesi di «neutralità», dato che le cooperative sarebbero dovute diventare il «terzo pilastro» nella lotta al capitalismo, assieme al partito e al sindacato. Anche perché, nello stesso anno, in Francia si contavano già 4.591 sodalizi, con 2,5 milioni di cooperatori e un giro d’affari di 1.838 milioni di franchi.
Gli anni fra le due guerre non furono particolarmente felici per le cooperative del Limosino, che scontavano le difficoltà del movimento a livello nazionale, dovute a cmaison du peuple 1ontrasti fra visioni cooperative differenti – che, quindi, generavano pericolose spaccature –, ma anche al fallimento di un importante organismo di riferimento, quale il consorzio nazionale delle cooperative di consumo, ovvero il Magasin de gros (Mdg), nato nel 1913 dalla fusione di due organismi gemelli – uno di ispirazione marxista e uno di orientamento liberale –, e nel 1934 costretto a chiudere i battenti a causa di gravi problemi finanziari. Sarebbe poi stato rifondato nel 1941, con il nome di Societé generale des cooperatives de consommation (Sgcc).
In sintesi, il convegno Campagnes Rouges ha consentito un bel confronto fra le esperienze cooperative toscane, emiliano-romagnole e limosine, e ha mostrato molti più punti di contatto che differenziazioni. In questo senso, gli approcci comparativi con un taglio internazionale rappresentano indubbiamente un valore aggiunto in termini euristici, perché consentono di fare i conti con modelli organizzativi o socio-economici che si sono declinati a partire da contesti territoriali anche molto lontani, ma non per questo radicalmente diversi. Nel 2017 dovrebbero uscire gli atti del convegno, che certamente potranno essere un riferimento storiografico rilevante per il prosieguo delle ricerche su questo versante.

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