L’economia sociale ci salverà?

26 maggio 2011 pubblicato in La fondazione segnala

La crisi economica ha riportato l’attenzione sulle anomalie dei mercati tradizionali e ha riaperto il dibattito sull’economia sociale e sulla sua capacità di coniugare le esigenze di produttività con quelle della società. Si è evidenziato l’esigenza di affrontare le conseguenze dirette delle trasformazioni di questi anni sulle strutture delle nostre società avanzate e, innanzitutto, sul welfare State.

E’ sempre più stringente la necessità di una riflessione che affronti su quali basi costruire il futuro e il ruolo che l’economia sociale può assolvere. Di questa esigenza si è fatta interprete la rivista Italianieuropei che nel numero di marzo ha affrontato tali tematiche sia sul piano teorico che analitico, coinvolgendo diversi studiosi,da Mattia Granata a Stefano e Vera Zamagni, da Maurizio Ferrera a Phllip Blod.

Interessante, si è osservato, è che l’avvio del dibattito ha visto interpreti diversi anche da sponde opposte dall’humus culturale del pensiero “progressista”: si pensi alle riflessioni dell’Enciclica Caritas in Veritate, alla critica al «capitalismo mercatista», la «fanatica forzatura del mondo del liberismo economico» di Tremonti, ma più in generale all’idea della”big society” del leader conservatore Cameron.

In particolare “le iniziative di David Cameron in proposito hanno sancito un turning point” (Mattia Granata). Il leader conservatore inglese, infatti, con alcune delle sue azioni ha testimoniato i tentativi di una ridefinizione ideologica e programmatica fondata sulla necessità di modernizzazione dei rapporti tra economia e società, e sull’enfasi attorno all’importanza della “comunità”.

L’avversario che parla la lingua dei progressisti? Certo è che occorre pensare un nuovo modello di Stato sociale per il dopo crisi, che sappia rispondere a questo crescente bisogno anche in una fase, come quella attuale, di contrazione e di auspicabile qualificazione della spesa pubblica. Un welfare State che, fondandosi anche sull’economia sociale, sulla cooperazione e sulla sussidiarietà, sia in grado di compensare gli squilibri che, già presenti nella società italiana, si sono aggravati negli ultimi anni.

Il vasto settore dell’“economia sociale”, nelle sue varie anime, nelle sue varie forme, attraversa quindi una fase di potenziale ulteriore ampliamento dei propri orizzonti.

D’altronde, viene sottolineato, negli ultimi decenni “l’economia sociale ha coinvolto altri campi di attività e nuovi ceti sociali, perdendo caratteri esclusivamente di classe e assumendo funzioni economiche e sociali nel campo della produzione, della distribuzione, della sanità e dell’organizzazione di servizi”.

Ma la cooperazione non è per sua natura “sociale” e “di mercato”? Certo lo sappiamo spesso il suo ruolo è stato talvolta mal compreso, non essendo stata valorizzata la cultura economica che in essa è sedimentata. La forza di un fenomeno economico e sociale si misura anche dalla sua capacità di sapersi descrivere e raccontare: di farsi conoscere da chi lo circonda.

Un recente rapporto della Banca d’Italia ha messo a fuoco le cooperative come un asse del sistema produttivo, insomma tutt’altro che figli di un dio minore, come ha osservato Aldo Bonomi sul Sole24 ore. La crescente spinta a cui nell’ultimo ventennio questo settore è stato sottoposto, e le performance mantenute anche nel periodo di crisi, ribadiscono la possibilità di affermare un nuovo protagonismo, non solamente di tipo economico.

Certo “la cooperazione deve accettare il fatto di essere una forza in fase di cambiamento in un contesto che è a sua volta in evoluzione, e assecondare questo processo – anche promuovendolo al proprio interno – senza rigidità e vincoli di conservazione e autoprotezione, perseguendo l’innovazione sia sul piano organizzativo, sia su quello strategico” (Mattia Granata). In tale direzione è positivo che le centrali cooperative abbiano costituito un coordinamento unico della rappresentanza permettendo di superare la separazione ormai obsoleta fra tendenze culturali e politiche del movimento.

Sul piano imprenditoriale, il ruolo delle cooperative confermato dalle analisi settoriali (Vera Zamagni) – ruolo mantenuto in ambiti fondamentali per l’economia del paese, come la grande distribuzione, il credito, le costruzioni e il macrocomparto del “sociale” (assistenza, cura, istruzione, e così via) – potrebbe essere affiancato dall’azione in settori nuovi e importanti, come quello delle professioni e dei saperi. Insomma siamo in presenza di sfide e prospettive nuove per una cooperazione che intenda contribuire ad una fase diversa dello sviluppo. Non un residuo di vecchie ideologie del “secolo breve”, ma un seme per una società più giusta.

Articolo apparso su OgniSette.

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