1945, La Proletaria. I parte. Guerra e ricostruzione

I parte

28 giugno 2018 pubblicato in Storie dall'Archivio

Su queste pagine ci siamo trovati spesso a parlare dei negozi: ristrutturati, aperti o chiusi. L’obiettivo è quello di fare una mappatura di taglio storico di tutti – o quasi – i negozi della cooperativa attraverso articoli, gallerie di immagini, filmati ed altro ancora. Cercheremo di raggruppare poi tutti questi articoli in una sezione dedicata, ma per il momento ripartiamo da zero, dallo spaccio dell’ILVA  di Piombino, il primo negozio della Proletaria, nel 1945. Questo sarà il primo, introduttivo, post dedicato alla storia del primo negozio La Proletaria: dalla ricostruzionne di alcuni eventi post bellici che portarono all’apertura del priimo negozio de La Proletaria, parleremo del lavoro e della sorte di quel primo spaccio.

macerie-industriali-dello-stabilimento-la-magona-ditalia-1945-1946Correva il febbraio del 1945 e la guerra infuriava ancora in Italia. Le truppe alleate e partigiane stavano respingendo i nazifascisti verso il Nord Italia, verso una Liberazione che sarebbe arrivata solo qualche mese dopo. Piombino, in quel febbraio 1945, era stata liberata da ormai quasi un anno, dal giugno 1944. La guerra però aveva lasciato un segno pesante sulla città. Nel giugno del ’44 Piombino appariva alle truppe alleate  e ai Gap come uno scenario lunare: la città era stata sfollata ed era allora pressoché deserta; c’era un assoluta mancanza di viveri, acqua ed elettricità; il mulino (futura sede del supercoop), mancando di elettricità, non funzionava; i bombardamenti e le mine tedesche avevano duramente colpito fabbriche e impianti del comparto siderurgico, bloccando ogni attività e rendendo di fatto quasi impossibile qualsiasi tentativo di riattivazione (oltre ai saccheggi agli impianti, solo sull’Ilva erano cadute più di mille bombe e i bombardamenti avevano distrutto,sembrava ireversibilmente anche la Magona). La “città fabbrica”, che basava quasi ogni sua risorsa nel settore siderurgico, era stata colpita nel suo punto vitale, le fabbriche, appunto.

Nella città che andava via via ripopolandosi le risorse si facevano sempre più  scarse, per via della distruzione delle inudi-f-g-c-i-raccolta-indumenti-presso-la-sala-consiliare-piombino-1951-1frastrutture e delle attività della città (strade, ferrovia, fabbriche, impianti); la disoccupazione era un problema diffuso e gravissimo; partigiani ed alleati distribuivano le poche cibarie, ma in città prendeva sempre più piede la borsa nera che contribuiva ad affamare e impoverire sempre di più la popolazione.

I mesi successivi alla Liberazione furono quindi impiegati in un poderoso sforzo collettivo per ricostruire la città e far ripartire l’economia. Maestranze e tecnici, quasi sempre in modo volontario (lavoratori che, pur in asdisoccupati-alla-ricerca-del-gesso-nelle-macerie-delle-fabbriche-1951-piombino-2senza di un contratto o di una promessa di assunzione, si recavano alle fabbriche siderurgiche per togliere le macerie, recuperare ciò che era ancora utilizzabile e tentare di far ripartire gli impianti), portarono avanti l’opera di ricostruzione delle fabbriche: solo il 2 gennaio 1946 ci fu la prima colata delle acciaierie del dopoguerra.Qualche mese prima, durante i lavori di ricostruzione degli impianti Ilva, era stato riattivato il vecchio spaccio aziendale. Proprio da qui, dallo spaccio aziendale dell’Ilva, inizia la nostra storia.

Come nel resto d’Italia, dopo la Liberazione nacquero e proliferarono numerose cooperative: sia la popolazoione, che i vari CLN e i partiti che ne facevano parte, videro nella cooperazione un modo efficace per iniziare la ricostruzione economica e per sopperire alle necessità primarie del dopoguerra. Tra l’estate del 1944 e il dicembre del 1945 nel territorio della Val di Cornia vennero costituite numerose cooperative di consumo e di produzione e lavoro.

Il 26 febbraio del 1945 un gruppo di lavoratori dell’Ilva si riunì di fronte al notaio Luigi Giannone per costituire la Cooperativa di consumo La Proletaria. Nel clima di collaborazione che si era instaurato tra la popolazione alla fine della guerra, la società Ilva – che sarebbe stata impegnata nella ricostruzione ancora per molti mesi – cedette alla nuova cooperativa l’uso dei locali e dell’attrezzatura dello spaccio aziendale appena riaperto.

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