1945, La Proletaria. II parte. Lo spaccio aziendale dell’ILVA di Piombino

9 luglio 2018 pubblicato in Storie dall'Archivio

Prosegue il racconto del primo spaccio de La Proletaria, l’ex spaccio aziendale dell’Ilva in Corso Italia n. 204 a Piombino. In questo post verranno ripercorsi i primi mesi di lavoro della cooperativa, in un contesto di  grande collaborazione con le altre realtà sociali della città, nella Piombino liberata ma ancora immersa nell’emergenza bellica. Presto pubblicheremo anche l’ultimo appuntamento con il primo negozio de La Proletaria, quello riguardante il lavoro fino alla chiusura dello spaccio n. 1 de La Proletaria.

gruppo-di-operai-dellilva-di-piombinoFinita la guerra e, ancora in corso il lavoro di ricostruzione di Piombino, venne costituita la cooperativa La Proletaria, contemporaneamente alla riattivazione dello spaccio ed ex dispensa dell’Ilva ubicato al n. 204 di Corso Italia a Piombino, che per molto tempo fu anche la sua  sede sociale (Statuto della cooperativa ). Il controllo della cooperativa – e quindi dei soci, in quella prima fase soprattuto operai – dello spaccio dell’acciaieria fu un fatto molto importante, in quanto l’Ilva provvedeva, anche attraverso  lo spaccio, alla soddisfazione dei bisogni primari, quindi al controllo paternalistico dei propri operai (come avveniva in molti altri luoghi in cui l’economia poggiava su grandi aziende; dopo la Liberazione le funzioni di soddisfacimento dei bisogni, nonché di organizzazione del tempo libero, furono prese direttamente dagli operai attraverso la costituzione di cooperative, come ad esempio a Ribolla e a Rosignano Solvay). Finalmente, finita la guerra e caduto il Regime, furono i lavoratori a provvedere direttamente alla soddisfazione dei loro bisogni (Tognarini 1997, pp. 31-32).

Nei primi tempi, dopo la guerra, con la mancanza di beni di consumo – anche primari – da vendere ai soci, lo spaccio dell’Ilva poteva vendere, secondo una testimone dell’epoca, solamente “castagne e farina di castagne”. La neocostituita cooperativa iniziò subito ad agire per espandersi sul territorio: sin dai primi momenti di attività tentò di far riconoscere il suo spaccio come spaccio autorizzato che avrebbe conservato la merce in deposito per distribuirla una volta ricevuto l’ordine dalle autorità. Tuttavia l’obiettivo non fu raggiunto perché non si poteva rinunciare al sistema delle prenotazioni; lo spaccio de La Proletaria ottenne comunque la qualifica di deposito di merce razionata: anche così la cooperativa diventava un centro fondamentale per la soddisfazione dei bisogni primari, non solo tra gli operai dell’Ilva ma anche per l’intero Comune. Questo ruolo, quello della conservazione e della distribuzione dei generi razionati fu molto utile per intessere legami con altre organizzazioni sociali: l’Unione Donne Italiane, ad esempio, che fu molto importante per la cooperativa soprattutto in quei primi anni, iniziò a collaborare con La Proletaria come servizio d’ordine durante la distribuzione del latte al mercatino ex-Vincitori in via Benvenuto Cellini, dove la cooperativa aveva aperto un altro spaccio (Mannari, 2016, p. 15).interni-di-uno-spaccio-di-coop-la-proletaria-piombino-1945

La direzione della fabbrica fu l’interlocutore privilegiato de La Proletaria in quei primi tempi: il 1 marzo 1945, il presidente dellla cooperativa Angelo Albano riportava al Consiglio la buona disponibilità  della direzione dell’Ilva nei loro confronti (Cda 1° marzo 1945). Al termine camioncini-della-proletaria-davanti-allo-stabilimento-dellilva-di-piombino-anni-50delle ostilità si era infatti instaurato un clima di collaborazione tra i vari strati sociali della città anche per il comune obiettivo della ricostruzione. La direzione delle acciaerie dava alla cooperativa la gestione dei locali e dell’attrezzatura dello spaccio, nonché l’uso di un camiocino per l’approvvigionamento delle merci. Tra aprile e maggio 1945 i rapporti tra la coperativa e la fabbrica venivano regolamentati da un contratto: oltre alla cessione ufficiale dello spaccio e dell’attrezzatura, la fabbrica chiedeva alla cooperativa di assumere solo dipendenti dell’Ilva per la gestione dello spaccio (punto respinto in quanto si decise di dare l’opportunità di lavorare anche ai disoccupati di Piombino). La direzione dell’acciaieria si incaricò di costruire un frigorifero per far fronte all’aumento del commercio dopo la fine della guerra e donò a La Proletaria un contributo di 150.000 lire per l’acquisto di un camioncino.

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