Una memoria al futuro. Intervista a Sergio Meini

7 dicembre 2016 pubblicato in Storie dall'Archivio

Poiché per la Fondazione Memorie Cooperative la Memoria deve essere al futuro, in un momento critico della storia di quella che fu La Proletaria ed oggi Unicoop Tirreno, ci sembra interessante pubblicare questa intervista, curata da Aldo Bassoni, direttore di Nuovo Consumo, apparsa su una pubblicazione del 50° anniversario, nel 1995. Sergio Meini è stato un presidente storico della Proletaria, dal 1971 al 1991, quando è andato in pensione. Meini, che ha speso gran parte della sua vita nella cooperazione, prima come Presidente della Federcoop di Livorno poi nella Proletaria, ha vissuto quindi un periodo particolare al timone della cooperativa: in quegli anni infatti si visse il passaggio da piccola impresa a grande realtà estesa su due regioni, con fatturati alti.  Dalle parole di Meini emerge una storia di corsi e ricorsi, di crisi frequenti – sia della Proletaria che dell’intero movimento cooperativo; crisi però che sono state sempre superate, con l’impegno di uomini e donne le cui capacità manageriali sono sempre stati accompagnati dagli ideali e dai valori che la cooperazione di consumo ha incarnato nel tempo.

sergio meiniAldo Bassoni: Dunque, cinquant’anni fa, tra le tante cooperative che nascevano o rinascevano, a Piombino ce n’era una, La Proletaria, che è diventata quel colosso che tutti conosciamo. Come è stato il cammino di questa cooperativa?

Sergio Meini: E’ stato complesso, pieno di tanti successi che noi oggi celebriamo. Ma anche costellato di errori, difficoltà e, talvolta, sconfitte

AB: Lei a quel tempo era a Livorno?

SM: Sì, ero Presidente della Federcoop.

[…]

AB: Come si salva La Proletaria da questa serie di fallimenti [di alcune cooperative livornesi]?

SM: La Proletaria, come pure La Fratellanza di Rosignano – un’altra cooperativa che segnerà la storia di questo cinquantennio – sono quelle che si sviluppano meglio: la prima nel territorio piombinese, poi all’Isola d’Elba e nella Val di Cornia; la seconda assorbendo cooperative del comune e poi calando verso Sud, fino a Cecina.

AB: Perchè queste due cooperative si sviluppano mentre da altre parti le cose vanno male?

SM: Una delle ragioni per cui le cooperative livornesi fallirono era la vecchia pratica della vendita a credito, tra l’altro fatta con dei quaderni dove si scrivevano il nome e gli importi, spesso in maniera approssimativa, non corretta e addirittura non corrispondente al vero. Invece a Piombino e a Rosignano si parte subito con la vendita per contanti ereditando l’attitudine dagli spacci aziendali. Ma decisiva fu la scelta dei dirigenti di queste due cooperative di estendere le vendite al settore degli extralimentari, con grandi discussioni per praticare una politica di bassi prezzi negli alimentari, rimettendoci margini da recuperare poi negli extralimentari. Allora questa scelta venne criticata, oggi invece viene praticata dai grandi Iper.

AB: Siamo di fronte a scelte squisitamente imprenditoriali. E’ la cooperativa che fa valere le sue ragioni su quelle politiche?

SM: Certo. Allora si comprava a credito il pane, la carne e la farina, oggi la macchina, le vacanze o le nozze della figlia. Queste abitudini erano tipiche a Livorno, ma non a Piombino e questo favorì la scelta degli allora dirigenti de La Proletaria e in particolare dll’allora Presidente Albano e del Direttore Retali: una scelta fatta non dai politici o dai partiti, ma da pochi, coraggiosi dirigenti delle cooperative.

[…]

AB: Perchè questa crisi [quella del mondo cooperativo negli anni ’60, dopo gli attacchi politici del decennio precedente]?

SM: La vecchia dimensione non era più adeguata al nuovo che avanzava. Assistiamo ad una ristrutturazione della rete distributiva in forme più evolute che pongono dei problemi di competitività ma anche di ruolo, perché si era visto che i grandi supermercati potevano assicurare prezzi bassi anche per i proletari.

AB: Cosa accadde nel movimento cooperativo?

SM: Si apre un dibattito all’interno della Lega sulla presenza della cooperazione di consumo: se questo ruolo era da confermare o se invece era esaurito. Alcuni all’interno della Lega sostenevano che era esaurito  e che il futuro del commercio italiano era nei dettaglianti associati. Fu il punto cruciale della discussione e su questo le Coop toscane e quindi anche La Proletaria insieme alla Federcoop di Livorno e Firenze, dettero battaglia.

AB: E come andò a finire?

SM: Alla fine, se la cooperazione di consumo non è scomparsa come in altri Paesi, è anche grazie ai dirigenti de La Proletaria che si batterono per una cooperativa di tipo nuovo. Una cooperativa che battesse la strada delle unificazioni, ma che, a differenza dei primi processi di unificazione dove si univano solo le debolezze, si operasse una seria ristrutturazione delle imprese, eliminando i cosiddetti rami secchi.

[…]

AB: Qui inizia l’ultima fase della storia della cooperativa, fase che lei ha vissuto in prima persona al massimo delle responsablità. Quali sono stati gli episodi più significativi di questa storia recente?

SM: Beh, siamo agli inizi degli anni Settanta. C’è la crisi petrolifera, inizia il periodo dell’inflazione galoppante. Le cooperative del centro nord non ce la fanno e scaricano le loro difficoltà sul Coop Italia che allora aveva ancora una funzione di Centro di rischi. Noi Toscani ci battemmo per fare assumere ad ognuno i propri rischi, convinti che questo significasse anche assumersi le proprie responsabilità. Ecco che si affacciano meglio i concreti principi del’impresa e cioè che un’impresa funziona e vive se ha risorse ed è sana. Nel ’75 La Proletaria fu l’unica che fece il bilancio in pareggio.

[…]Conferenza Hotel Riva del Sole, 1991 giu. 7 (3)

AB: Entriamo negli anni Ottanta. Una fase di crescita e consolidamento per La Proletaria.

SM: Sì, e questa è cronaca di oggi. Per tutti gli anni Ottanta La Proletaria ha avuto un ritmo di crescita costante e omogeneo. Cosa è diventata la Cooperativa lo vediamo tutti. Ma superate le debolezze strutturali e dirigenziali, in un’azienda che si espandeva, quel periodo aveva fatto maturare un dibattito su come perseguire meglio l’affermazione di certi valori.

AB: Un argomento quanto mai attuale, alla luce dei recenti attacchi alla cooperazione.

SM: Esatto. Quello di cui mi preoccuperei maggiormente è proprio questo. Che ruolo ci assegnamo da qui in avanti? Qual è il senso della cooperazione più in generale, e quella di consumo in particolare negli anni Duemila?  E’ un interrogativo che tutti dobbiamo porci perché dalla risposta dipende il nostro futuro.

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