Una votazione

22 giugno 2017 pubblicato in Storie dall'Archivio

img_2827Il 23 aprile del 1922 il Consiglio di Amministrazione della Cooperativa “La Proletaria” di Riotorto aveva convocato un’adunanza generale straordinaria dei soci con lo scopo di eleggere un nuovo Consiglio. La votazione si svolse nell’ufficio della cooperativa, fino alle 18 di quello stesso 23 aprile: 90 soci esercitarono il loro diritto di voto. Le operazioni di voto si svolsero regolarmente, sia secondo il presidente del seggio Giuseppe Collavoli che secondo il presidente della cooperativa, il Dottor Luigi Nelli.

Una scena di normale lavoro di una cooperativa, di esercizio democratico, svoltasi con burocratica regolarità. Sennonché, proprio un attimo prima della proclamazione del nuovo Consiglio, accade qualcosa che sul registro delleSquadristi al servizio di Mussolini assemblee dei soci viene descritto con stile quasi cinematografico, del tutto atipico  in questo tipo di documenti.

“Appena finito lo scrutinio ed il Presidente si accinge a fare la proclamazione degli eletti, irrompono nell’ufficio ove era avvenuta la votazione, alcuni fascisti soci e non soci i quali con minacce e violenze obbligano tutti i presenti ad uscire dall’ufficio stesso. Essi raccolte le schede della votazione , insieme ai fogli di scrutinio d’hanno [sic] tutto alle fiamme”.

Per spiegare quello che era successo è bene parlare di ciò che stava avvenendo in Italia e nel territorio di Riotorto in quegli anni e di quello che avveniva all’interno della cooperativa.

La Proletaria di Riotorto era stata costituita il 18 gennaio 1920 davanti al notaio Francesco Maruzzi. In quei primi anni sembrava che la cooperativa fose destinata a crescere sul territorio, sia come incassi che come numero di soci: più volte nei documenti si ricorda come la cooperativa fosse di grande aiuto alla popolazione del luogo. Animatore della nuova impresa era Luigi Nelli, medico del luogo e socialista di tendenze comuniste, ricordato ancora oggi per il suo impegno nella lotta contro la pomonite e per le cure prestate ai ferrovieri che si trovavano a passare in quella zona.

Tito Menzani aveva già ripercorso su queste pagine alcuni elementi salienti dell’attacco squadristico alla cooperazione. Il fascismo aveva da qualche mese iniziato un vero e proprio attacco alle istituzioni popolari, come sedi dei partiti, di sindacati e cooperative, bastonando soci o dirigenti, distruggendo o dando alla fiamme i locali.

Anche nel piccolo centro di Riotorto si erano verificati alcuni episodi di violenza. Il Presidente della Proletaria, il medico socialista  Luigi Nelli, ne era già stato vittima. Il 31 dicembre 1921 una squadra di fascisti follonichesi lo aggredì in casa bastonandolo fino a farlo svenire, picchiando anche la madre e la moglie, per poi devastare la sede della Pubblica Assistenza.

senza-nome3Il fascismo ad ogni modo cominciava a permeare la vita dei piccoli centri, come quello di Riotorto. Come abbiamo letto nel resoconto dell’aggressione riportata più sopra, i fascisti che irruppero in cooperativa quel giorno di aprile, erano “soci e non soci”. Negli ultimi mesi prima dell’aggressione si erano già verificate minacce all’indirizzo della cooperativa e l’aggressione al suo Presidente. Probabilmente alcuni elementi fascisti si erano infiltrati e cercavano di mettere i propri uomini a capo della cooperativa, oppure alcuni soci avevano deciso di seguire il fascismo senza abbandonare la cooperativa che sentivano comunqe propria, creando però una frattura all’interno del corpo sociale.

Tutto precipita durante le elezioni del Consiglio di Amministrazione del 19 marzo 1922.  Ivan Tognarini, nel suo “La Proletaria”, aveva accennato a questi fatti, riportando che in questa votazione furono presentate due liste, una formata da elementi socialisti, comunisti e indipendenti e un’altra di soli fascisti e indipendenti. Dopo la votazione e dopo aver aperto le prime schede lo srutatore decise di annullare le elezioni: “1° Perché il Candidato alla presidenza non accetta la carica; 2° Che le schede scrutinate sono scritte dalla stessa mano; 3° Che il Consiglio che ne risulterà, stando alle prime schede aperte, di un colore politico che non dia soddisfazione”.

A quanto pare qualcuno stava tentando di imporre dei propri uomini all’interno delle posizioni dirigenziali; quanto al colore politico, di seguito la relazione continua dicendo che dopo l’annullamento della votazione “al di fuori del locale si riuniscono una squadra di estranei alla associazione”. Della “squadra” probabilmente facevano parte fascisti del luogo o magari della vicina Follonica che pochi mesi prima avevano bastonato il Presidente Nelli.

Quando il 23 aprile si provò a ripetere la votazione questa fu di nuovo annullata dopo l’irruzione di un gruppo di fascisti e del rogo delle schede.

Dopo questo episodio, il 28 maggio 1922, fu indetta una nuova assemblea, il cui unico punto all’ordine del giorno era il voto per lo scioglimento della cooperativa. Sicuramente il clima, dopo l’episodio riportato all’inizio, era dei più pesanti, tanto che il Presidente raccomandava ai soci di fare interventi chiari e precisi perché la discussione fosse “calma e serena”. Il socio Ferdinando Guidi prese subito la parola, dichiarandosi contrario alla chiusura: visti  i sacrifici per la costituzione della cooperativa e visti i benefici che portava alla popolazione di Riotorto, sarebbe stato sbagliato chiuderla “per ripicchi politici”; una volta passata la temperie fascista ci sarebbero voluti altri sacrifici e sforzi per ricostituirla: ovviamente il socio non sapeva che dovevano passare altri 20 anni per la fine del fascismo. Guidi proseguiva prospettando il danno ai soci e il piacere dei commercianti locali, venendo a cessare la funzione calmieratrice della cooperativa. Il socio Antonio Puni, pur d’accordo col Guidi, era molto più pessimista – o forse più lucido e realista – riguardo alla situazione politica del Paese, sempre più  “oscura di minacce”: prima che qualcuno danneggiasse la cooperativa era quindi meglio scioglierla. Alcune voci, contrarie allo scioglimento, proposero anche di accordarsi e parlare con quella “infima minoranza” fascista dei soci. Il socio Francesco Guidoni nella sua esposizione riassunse bene la situazione: pur con il bene fatto dalla cooperativa al territorio e con il grande seguito di soci, dopo le minacce e le violenze (“fino a qualche tempo fa venne fatto minaccia d’incendio”), e dopo che per ben due volte erano state annullate le votazioni prescritte dalla legge, il Consiglio di Amministrazione “sent[iva] tutto il desiderio d’andarsene”, sicuramente a causa del clima di paura innescato dalle aggressioni.

La Cooperativa fu sciolta con 121 voti favorevoli e solo 14 contrari.

Tuttavia il Tribunale di Volterra non diede risposta alla richiesta di scioglimento e quindi la cooperativa fu costretta a continuare ad organizzare delle assemblee e a continuare la sua esistenza, nonostante una forte diminuizione dei soci e un peggioramento delle condizini finanziarie.

In futuro potremmo cercare di vedere nel dettaglio come la cooperativa sopravvisse durante gli anni del fascismo e della guerra fino all’assorbimento da parte della Proletaria di Piombino.

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