Dalla condivisione alla cooperazione: un possibile sviluppo per la Rete

10 gennaio 2011 pubblicato in Varia

Se proviamo a soffermarci su quello che ci viene detto dalle pubblicità delle più grandi aziende di telecomunicazioni, grazie a comici, ballerine, calciatori e attori, salta subito all’occhio uno strano, stranissimo appiattimento delle funzionalità del web al mero uso delle applicazioni per i social network: si paga un abbonamento Internet, che permetterebbe di leggere email o navigare online, più che altro per aggiornare il proprio stato su Facebook, ma non per sfruttare le altre potenzialità del web, proprio ora che questo è diventato mobile veramente.

Così, i social network sembrano esaurirsi in una pubblicizzazione, spesso immotivata e a volte imbarazzante, della nostra vita quotidiana: da cosa stiamo facendo, su Facebook, a cosa pensiamo, su Twitter, a cosa fotografiamo, su Flickr, a dove siamo, su Foursquare, e via dicendo. La caratteristica principale di questa prima rivoluzione della Rete, tanto da chiamare 2.0 il nuovo web, sembra quindi essere quello di estendere i famosi quindici minuti di gloria personale, immortalati da Andy Warhol, all’arco di una giornata, per tutta una vita. Con i danni vari che ne possono conseguire, parlando bene/male del collega o facendo l’upload di una foto conveniente/sconveniente.

Un vero e proprio salto del concetto di “condivisione” sul web che, se prima si era fermato alla possibilità di aprire un blog personale, ovvero una sorta di diario online pubblico – ce ne sono oltre 140.000.000 al mondo -, ora è arrivato ad un racconto incredibilmente più minuzioso delle vicende personali: un qualcosa, sia chiaro, che di per sé non può esser considerato come positivo o come negativo, ma sicuramente come un particolare significativo degno di nota.

Le principali aziende di telecomunicazioni hanno ben capito il gioco, e sulla voglia di dire cosa facciamo, cosa mangiamo o cosa leggiamo, hanno costruito un nuovo modello di business che, se da un lato ha senza dubbio favorito un’alfabetizzazione digitale di persone che prima Internet non sapevano nemmeno cos’era, dall’altra però sta formando ad un utilizzo stereotipato, che detesta l’originalità di mezzi di comunicazione in potenza rivoluzionari. E strumenti tecnologici sempre più facili da usare, iPad in testa, stanno facendo parlare sempre più persone di touch screen, di ebook, di app, di connessioni varie: sì, ma per fare cosa?

Gli italiani che navigano online dal cellulare sono oggi oltre 5 milioni, con una crescita annua di oltre il 26% di nuovi utenti, e, tra le applicazioni più scaricate, ancora una volta, troviamo tutte quelle relative ai social network.

E’ difficile allora capire cosa di veramente “sociale” abbia il nuovo web, se la sua specificità si conclude nel dire agli amici cosa stiamo pensando. Appunto: agli amici. Perché poco o niente interessa agli sconosciuti sapere dove siamo stati ieri sera, a meno che tu non sia un personaggio famoso, conosciuto.

La limitazione della maggior parte degli ultimi social network generalisti che vanno per la maggiore, escludendo quindi quelli centrati su argomenti specifici, sta proprio nel fatto di rappresentare un luogo di condivisione di informazioni tra persone che per lo più si conoscono già, e non un ambiente capace di dar vita ad attività, ad azioni, a cooperazioni.

Certo, il web, senza dubbio, è oggi più collaborativo: questo mutamento, ad un primo aspetto prettamente tecnologico, ha per esempio modificato la distanza prima esistente tra autore e consumatore di comunicazione, riducendola ad un divario ora sempre più sfumato; ed il mercato non sta facendo altro che accelerare questo fenomeno, aumentando l’offerta di prodotti in grado di valorizzare l’user generated content – i contenuti fatti “in casa”, favorendo un confronto tra parti, chi crea contenuti e chi li subisce, che nel modello della comunicazione di massa erano prima distanti.

La propensione a generare propri contenuti e poi a condividerli, è infatti la caratteristica più lampante del nuovo web: da un’Internet di inizio millennio prossima alle logiche del broadcasting, con i siti dei grandi gruppi editoriali che raccoglievano la maggior parte degli accessi, si è velocemente passati ad un web dove lo “sharing”, ovvero la condivisione di contenuti, è alla base dell’attività di ogni utente. Pubblicando online dove ci troviamo e cosa facciamo in questo istante, i siti più visitati sono oggi grandi contenitori nei quali ognuno è chiamato a fare la sua parte inserendovi testi, audio, foto, video. Contenitori vuoti che, come per esempio Facebook, arrivano a valere 40 miliardi di dollari, solo per mettere a disposizione degli spazi che poi altri riempiono: come se il “Corriere della Sera” o Rai Uno aprissero a tutti le proprie pagine e i propri studi e dicessero “ecco, scrivete voi i contenuti!”. Certo, scriveteli voi, ma con le regole nostre: i contenitori, si sa, comandano sulla forma dei contenuti, e la maggior parte dei social network concedono agli utenti una libertà che si ferma alla produzione di testi, senza mai cioè permettere la modifica dell’architettura degli spazi, dei contenitori appunto.

Soltanto in Italia sono sedici milioni di persone che offrono il proprio tempo a Facebook, con oltre 6 ore al mese in media per ogni italiano iscritto, gratuitamente, facendo il bene economico di chi mette loro a disposizione uno spazio senza pretendere alcun abbonamento o costo d’iscrizione. Sedici milioni di persone che molto condividono e poco cooperano, perché la struttura dei social network si è troppo piegata ad un loro utilizzo limitato all’intrattenimento, che è certamente fondamentale per la vita sociale di ogni individuo, ma che non può essere considerato come l’ambito più importante della comunicazione digitale. L’intrattenimento è stato un cavallo di Troia per portare dentro le mura di Internet chi fino a questo momento era diffidente e chi non ne aveva sentito l’esigenza di utilizzarlo, ma ciò non porta necessariamente ad un’alfabetizzazione digitale realmente democratica e cooperativa.

Ed infatti, la maggior parte dei social network offre agli utenti ambienti comunicativi coercitivi, dove la creatività personale si esaurisce nello scegliere quale link condividere piuttosto della fotografia da uploadare. Se da un lato si dice alle persone che la Rete è ora fatta da loro, dall’altro si offrono architetture dell’informazione rigide ed uguali per tutti.

Al di là della capacità di un individuo di far “funzionare” un mezzo digitale, ancora più importante sembrano essere le modalità di governo consapevole, creativo dei nuovi media, la cui spinta appare invece procedere sempre più fortemente verso una progressiva omogeneizzazione della produzione di contenuti, dovuta prima di tutto ad una corsa alla semplicità d’uso che ha portato al replicarsi monotono di funzionalità che limitano innovazioni potenzialmente dannose. A tutti gli stessi software, con le stesse funzionalità, con gli stessi vincoli e, conseguentemente, con gli stessi risultati: se da un lato si sbandiera la personalizzazione dei contesti comunicativi, dall’altro si offrono gli stessi modelli, le stesse “sceneggiature”, grazie alla messa sul mercato di ambienti “plug and play”, pronti cioè all’uso, di un uso però immodificabile! Situazione alquanto paradossale, per dei mezzi di comunicazione che spesso auto-osannano la loro capacità di mettere al centro l’utente, di elevare al massimo l’individualità attraverso la gestione di un profilo personale, uguale però a quello di tutti gli altri…

Questo va al di là di una sorta di “balcanizzazione” della comunicazione digitale basata su fattori prettamente anagrafici, con da un lato una generazione di digital natives in grado di maneggiare con estrema facilità i sempre nuovi mezzi di comunicazione, e dall’altro la maggior parte delle persone impegnate a rincorrere senza sosta trend tecnologici, spinti da mode, riviste e pubblicità, come asini che tentano di raggiungere una carota destinata inesorabilmente a rimanere avanti qualche centimetro al proprio naso: i cosiddetti digital immigrants. Questa divisione pare, però, esser più che altro un tentativo vano di sistematizzare due grandi gruppi di utilizzatori di Internet che soffrono degli stessi problemi: da un lato chi ha competenze comunicative, organizzative e progettuali, ma non padroneggia le grammatiche digitali, dall’altro chi ha invece competenze digitali, ma poche comunicative, organizzative o di progetto. Più chiaramente: chi ha le competenze per ideare una nuova Rete cooperativa, manca di esperienza online, di capacità di governare i linguaggi digitali, chi invece è nato con Internet ha sviluppato una creatività spesso limitata da ambienti online rigidi e precostituiti, sapendo cioè condividere ma poco cooperare.

Analfabeti digitali e digital natives, senza differenze, stanno infatti tutti abitando un’Internet che generalmente offre la possibilità di poter condividere solo ciò che ti viene permesso, quello che altri hanno deciso: puoi cioè cambiare il contenuto, ma non il contenitore, in una dinamica che poco ha di quel sociale sbandierato negli spot televisivi.

A parte tutte le eccezioni del caso, con siti 2.0 molto attenti a lasciare quanta più indipendenza possibile agli utenti, appare evidente la necessità di un salto da fare: ora che la Rete è entrata con prepotenza in sempre più case e cellulari, al di là delle normali differenze anagrafiche, diventa imprescindibile sfruttarne i vantaggi comunicativi possedendo le chiavi linguistiche del digitale, procedendo verso uno sviluppo dei social network da ambienti di condivisione a luoghi di comunicazione organizzativa volta alla cooperazione, cioè all’azione orientata verso un progetto condiviso.

Il punto cruciale necessario per una nuova evoluzione della Rete, e dei social network in particolare, si trova allora proprio nel passaggio da un web dedito alla condivisione ad un altro in cui venga valorizzata la creatività e la cooperazione verso un obiettivo, sia esso economico, sociale o, per esempio, formativo, come cioè dovrebbe avvenire nella scuola. Il web, cioè, per fare un passo deciso verso una gestione democratica e creativa della conoscenza, della socialità, deve porsi come uno strumento di organizzazione della comunicazione tale da dare la possibilità alle persone di abbattere le limitazioni fisiche e temporali che prima frenavano proprio le organizzazioni stesse, offrendo loro la libertà di sviluppare strategie comunicative più congeniali. Il che significa dare alle persone la possibilità non tanto di abbattere le barriere dello spazio e del tempo per il gusto di annullarle, ma di abbatterle per vincere le distinzioni, le gerarchie, i privilegi, i divieti, gli equilibri di potere di sempre. Inutile dare ai consumatori gli strumenti per dire la loro a proposito di cosa comprano se ciò che dicono però poi non incide sui prodotti, e lo stesso si può dire per la politica o per le strategie formative.

Per questo, ambienti di comunicazione come il blog MemorieCooperative dell’Archivio Storico di Unicoop Tirreno, aspirano alla creazione di una comunità di utenti, siano essi soci o meno, che abbiano la possibilità di pubblicare non solo le loro testimonianze, ma anche proposte per comunicare le peculiarità dell’identità cooperativa. Un blog che vuole proporre, cioè, un’organizzazione comunicativa mirata alla cooperazione, portando Internet fuori da cellulari e monitor, facendo interagire in primo luogo lo spazio virtuale sempre più con quello reale dell’Archivio.

Atomi e bit, si diceva qualche anno fa, insieme per porsi come base e supporto ad un’attività comunicativa realmente cooperativa, perché su MemorieCooperative non solo si condividono storie, memorie, ma anche visioni, idee, ideali per sostenere e governare l’identità cooperativa: partendo dal web per arrivare alle stanze dell’Archivio, o viceversa, poco ha importanza, raccontare la propria vita e le proprie idee non ha senso se il racconto non è messo in grado di influire sulla realtà in cui viviamo, fino al punto in cui i contenuti arrivano a trasformare i contenitori.

Articolo tratto da OgniQuindici

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