I colloqui della Fondazione. Storia di un duello attorno a “Elogio delle élites”

5 ottobre 2012 pubblicato in Varia

Poco prima dell’estate del 2012 esce, per i tipi della Marsilio, Elogio delle minoranze. Le occasioni mancate dell’Italia, scritto a quattro mani da Massimiliano Panarari e Franco Motta: e l’estate si accende di una discussione – dai toni piuttosto forti da entrambe le parti – attorno al libro.

Protagonisti della discussione sono, da una parte, Corrado Ocone e Marcello Veneziani, dall’altra i due autori, che rispondono punto per punto alle accuse e difendono il loro libro. Per chi volesse leggere una recensione del libro su queste pagine, può leggere l’articolo di Enrico Mannari.

Il guanto di sfida

Corrado Ocone

Corrado Ocone

Il 22 luglio, sulle pagine della Lettura del Corriere della sera, appare un articolo firmato da Corrado Ocone e intitolato “Il fascino delle élites virtuose”. Ocone, crocianamente, accusa il libro di essere una “storia prammatica”, a tesi, volta a “servire un fine politico”: quello cioè di una “sinistra indignata e radical chic”, un ceto medio alla ricerca di “buona coscienza” e basato su infondati luoghi comuni storici. Ocone imputa ai due autori di voler creare una storia “ideale”, un modello lontano dai reali e concreti processi storici. Infine, il difetto del saggio sarebbe quello di richiamare alla pedagogia che le élite virtuose dovrebbero esercitare sulle masse: per l’autore della recensione pedagogismo e paternalismo si equivalgono e in quanto tale negherebbe quindi i valori del liberalismo; non solo, lo spirito liberale, individualista, presupporrebbe la capacità di ognuno di agire senza esempi o insegnamenti esterni. Se le cose stessero come gli autori scrivono nel loro libro, conclude Ocone, il problema italiano sarebbe politico e non morale, di consorterie che si spartiscono il potere, “il pluralismo della nostra società è collusivo e non competitivo”.

Sul Giornale del 23 luglio Marcello Veneziani riprende la discussione sul libro con un articolo dal titolo eloquente: “Le “minoranze virtuose”? Una leggenda da salotto “. Veneziani definisce senz’altro ciò che indica come la tesi fondamentale del libro come una “lagnanza”: le minoranze illuminate sarebbero state sconfitte da una moltitudine grezza e plebea che avrebbe di fatto impedito a quelle minoranze di concretizzare i loro progetti di sviluppo; i perdenti si crogiolerebbero quindi nella loro sconfitta: in fondo (pare di capire) le minoranze sono felici di non aver dovuto confrontarsi con la dura realtà. Veneziani riprende infatti in parte la tesi di Ocone, secondo cui le

Marcello Veneziani

Marcello Veneziani

minoranze “virtuose” sono tali perché sconfitte e non sporcate dalla realtà: sono, sembra di capire, “tipi” ideali e antistorici , al di fuori del mondo reale econcreto, migliori “sul piano personale, morale e intellettuale, ma […] peggiori sul piano politico, sociale e pratico”. Ma, afferma Veneziani “ non sappiamo l’uso del potere che avrebbero fatto le minoranze sconfitte”. A sostegno della sua tesi il giornalista snocciola una serie di episodi storici in cui le minoranze che hanno preso il potere hanno poi imposto feroci dittature e sanguinarie repressioni: “chi lo stabilisce quali sono le minoranze virtuose?”. Qui sta un altro punto fondamentale delle critiche di Veneziani: quello di aver proposto una storia a senso unico, fatta solamente di élites “progressiste”, dimenticando quelle conservatrici. La democrazia, scrive Veneziani, è un dominio di pochi in nome di molti, mentre il dominio delle minoranze sarebbe un dominio di pochi in nome di pochi. Veneziani conclude il suo articolo scrivendo che spesso le aristocrazie si “confondono nella folla” e che, anzi, si dovrebbe esercitare le eccellenze nelle piazze o tra il popolo e non in esigui salotti o minoranze.

Parata e contrattacco

Franco Motta

Franco Motta

A queste accuse i due autori rispondono a tono, non privi di una certa ironia e passano al contrattacco, invitando però ad una serena riflessione. Occore precisare, al di là dello scherzo dei “duellanti”, che la discussione si è svolta su toni civili ed anzi, i due autori registrano con piacere l’attenzione e le critiche, discutendo e difendendo il libro. Franco Motta sul blog della Marsilio Editori scrive senza mezzi termini che i due recensori, probabilmente, non sono andati a leggere oltre l’introduzione del libro, sbagliando totalmente il tiro dei loro articoli: il tema del libro (che sembra mancare del tutto dalle recensioni) è quello di proporre “una lettura storica della mancata modernizzazione dell’Italia che parte dalla mancata riforma religiosa del Cinquecento e arriva al liberalismo progressista di Giustizia e libertà”. Motta non riesce poi a ricordarsi di presunte (e ossimoriche) “élites conservatrici di sviluppo”; inoltre ritorce a Veneziani l’accusa di forzare la storia accusandolo a sua volta di aver citato, a sostegno delle sue tesi, episodi che definisce “pie leggende”, mai registrate dalla storiografia.

Su Ocone la risposta di Motta è ancora più netta: dalla critica di Ocone scompare del tutto il tema del libro, basandosi unicamente su una critica al procedimento storiografico perseguito dai due autori. L’accusa di non rispettare il corretto metodo storico, poi, cade citando la lunga e varia bibliografia in calce al volume e le argomentazioni a sostegno delle tesi del libro; Motta lo accusan a sua volta di aver formato il suo giudizio seguendo le non proprio nuovissime teorie di Benedetto Croce.

Massimiliano Panarari

Massimiliano Panarari

Massimiliano Panarari, sulle pagine di Europa, coglie l’occasione offertagli dalle critiche di Ocone e Veneziani per riflettere e stimolare il dibattito su due temi fondamentali del libro: la questione delle minoranze e delle élites e il tema della normalità e della modernità del Paese. Lungi da qualsiasi retorica di “sconfittismo” o da una “vocazione minoritaria” Panarari afferma di non lagnarsi affatto come lo accusa Veneziani, ma di voler ricostruire una storia di lunghissimo periodo (dal Cinquecento al XX secolo), una storia di minoranze portatrici di un messaggio di modernità vicino ai modelli della nuova cultura d’Occidente, che si sono però trovate ad operare in mezzo ad élite regressive e ad una società che non accoglieva tale messaggio.

Un punto molto importante per Panarari è quello che riguarda il tema della pedagogia civile che le minoranze devono esercitare sulle masse. Ocone ritiene questa pratica come opposta allo spirito liberale: Panarari dal canto suo non capisce il perché di questa presa di posizione e taccia Ocone di tradire lui stesso il pluralistico spirito liberale escludendo di fatto una posizione che fa riferimento al liberalismo di sinistra. In conclusione, Panarari sottolinea ed esorta a considerare un terzo attore, ossia le minoranze virtuose attive e moderne, tra il populismo dilagante nelle masse e le oligarchie.

Poco prima dell’estate del 2012 esce, per i tipi della Marsilio, Elogio delle minoranze, Le occasioni mancate dell’Italia, scritto a quattro mani da Massimiliano Panarari e Franco Motta: l’estate si accende di una discussione – dai toni piuttosto forti da entrambe le parti – attorno al libro.

Da una parte troviamo Corrado Ocone e Marcello Veneziani, dall’altra i due autori rispondono punto per punto alle accuse e difendono il loro libro. Per chi volesse leggere una recensione del libro su queste pagine può leggere l’articolo di Enrico Mannari.

Il 22 luglio, sulle pagine della Lettura del Corriere della sera, appare un articolo firmato da Corrado Ocone e intitolato “Il fascino delle élites virtuose” [link]. Ocone, crocianamente, accusa il libro di essere una “storia prammatica”, una storia a tesi, volta a “servire un fine politico”: quello cioè di una “sinistra indignata e radical chic”, un ceto medio alla ricerca di “buona coscienza” e fondato su infondati luoghi comuni storici. L’accusa principale di Ocone ai due autori è infatti quella di voler creare una storia “ideale”, un modello lontano dai reali e concreti processi storici. L’altra accusa di Ocone al libro è quella di richiamare alla pedagogia che le élite virtuose dovrebbero esercitare sulle masse: per l’autore della recensione pedagogismo e paternalismo si equivalgono; non solo, lo spirito liberale, individualista, presupporrebbe la capacità di ognuno di agire senza esempi o insegnamenti esterni. Se così fosse, conclude Ocone, il problema italiano sarebbe politico e non morale, di consorterie che si spartiscono il potere, “il pluralismo della nostra società è collusivo e non competitivo”.

Sul Giornale del 23 luglio Marcello Veneziani riprende la discussione sul libro con un articolo dal titolo eloquente: Le “minoranze virtuose”? Una leggenda da salotto [link]. Veneziani definisce senz’altro ciò che indica come la tesi fondamentale del libro come una “lagnanza”: le minoranze illuminate sarebbero state sconfitte da una moltitudine grezza e plebea che avrebbe di fatto impedito a quelle minoranze di concretizzare i loro progetti di sviluppo. Ma, afferma Veneziani “ non sappiamo l’uso del potere che avrebbero fatto le minoranze sconfitte”. A sostegno della sua tesi il giornalista snocciola una serie di episodi storici in cui le minoranze che hanno preso il potere hanno poi imposto feroci dittature e sanguinarie repressioni: “chi lo stabilisce quali sono le minoranze virtuose?”. Qui sta un altro punto delle critiche di Veneziani: quello di aver proposto una storia a senso unico, fatta solamente di élites “progressiste”, dimenticando quelle conservatrici. La democrazia, scrive Veneziani, è un dominio di pochi in nome di molti, mentre il dominio delle minoranze sarebbe un dominio di pochi in nome di pochi. Veneziani riprende in parte la tesi di Ocone, secondo cui le minoranze “virtuose” sono tali perché sconfitte e non sporcate dalla realtà: sono, sembra di capire, “tipi” ideali e antistorici , al di fuori del mondo reale e concreto, migliori “sul piano personale, morale e intellettuale, ma […] peggiori sul piano politico, sociale e pratico”. Veneziani conclude il suo articolo scrivendo che spesso le aristocrazie si “confondono nella folla” e che, anzi, si dovrebbe esercitare le eccellenze nelle piazze o tra il popolo e non in esigui salotti o minoranze.

A queste accuse i due autori rispondono a tono. Franco Motta sul blog della Marsilio Editori [link] scrive senza mezzi termini che i due recensori, probabilmente, non sono andati a leggere oltre l’introduzione del libro, sbagliando totalmente il tiro dei loro articoli: nel libro si può leggere una “proposta di una lettura storica della mancata modernizzazione dell’Italia che parte dalla mancata riforma religiosa del Cinquecento e arriva al liberalismo progressista di Giustizia e libertà”. Motta non riesce poi a ricordarsi di presunte (e ossimoriche) “élites conservatrici di sviluppo”; inoltre ritorce l’accusa di forzare la storia accusando a sua volta Veneziani di aver citato episodi che definisce “pie leggende”, mai registrate dalla storiografia.

Su Ocone la risposta di Motta è ancora più netta: dalla critica di Ocone scompare del tutto il tema del libro, basandosi unicamente su una critica al procedimento storiografico perseguito dai due autori. L’accusa di non rispettare il corretto metodo storico, poi, cade citando la lunga e varia bibliografia in calce al volume e le argomentazioni delle tesi del libro; Motta lo accusan a sua volta di aver formato il suo giudizio seguendo le non proprio nuovissime teorie di Benedetto Croce.

Massimiliano Panarari, sulle pagine di Europa [link], coglie l’occasione offertagli dalle critiche di Ocone e Veneziani per riflettere e stimolare il dibattito su due temi fondamentali del libro: la questione delle minoranze e delle élites e il tema della normalità e della modernità del Paese. Lungi da qualsiasi retorica di “sconfittismo” o da una “vocazione minoritaria” Panarari afferma di non lagnarsi affatto come lo accusa Veneziani, ma di voler ricostruire una storia di lunghissimo periodo (dal Cinquecento al XX secolo), una storia di minoranze portatrici di un messaggio di modernità vicino ai modelli della nuova cultura d’Occidente, che si sono però trovate ad operare in mezzo ad élite regressive e ad una società che non accoglieva tale messaggio. Un punto molto importante per Panarari è quello che riguarda il tema della pedagogia civile che le minoranze devono esercitare sulle masse. Ocone ritiene questa pratica come opposta allo spirito liberale: Panarari dal canto suo non capisce il perché di questa presa di posizione e taccia Ocone di tradire lui stesso il pluralistico spirito liberale escludendo di fatto una posizione che fa riferimento al liberalismo di sinistra. In conclusione, Panarari sottolinea ed esorta a considerare un terzo attore, ossia le minoranze virtuose attive e moderne, tra il populismo dilagante nelle masse e le oligarchie.

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